[Sommario AI] Il testo discute l’insegnamento di Dōgen sull’ascolto come base del pensiero e dell’azione, contrapponendolo all’idea di libertà come imposizione di schemi precostituiti.
Si approfondisce il concetto di “ascolto” non come semplice percezione, ma come consapevole attenzione alla natura autentica di ogni momento, includendo dettagli e sintesi unitaria.
L’ascolto unitario, focalizzato sull’origine del sentire, trascende il dettaglio per abbracciare l’insieme, portando a uno stato d’Essere e all’emergere della natura autentica.
Questo processo di ascolto è descritto come un abisso profondo e inesauribile. [/S]
«Il principio che non ostruisce l’apprendimento dell’essere ora ciò che è, non condizionato da grande e da piccolo: adesso, come lo stai ascoltando, pensalo. L’ascolto fatto pensiero, mettilo poi in funzione!» Noi siamo soliti identificare la libertà con la nostra idea di libertà: imponiamo alla realtà un’idea di libertà, e chiamiamo libertà il perseguire quell’idea. Come è diverso questo insegnamento, e quello di Gesù che dice la verità vi farà liberi! (Gv. 8,32).
Se non siamo condizionati dalle nostre idee, allora incontriamo faccia a faccia ogni momento della nostra esistenza che ci rivela il suo modo esatto di essere. Non è appiattimento sul reale, semplice adesione al qui e ora. È limpida visione e chiaro ascolto della natura autentica di ogni momento, di ogni situazione, che diviene pensiero e azione concreta. Se non si comprende bene, per conoscenza e per esperienza, che la libertà che nasce dalla verità non ha niente a che fare con il liberarsi da qualcosa ma dischiude all’essere liberi in ogni cosa, allora anche il qui e ora non è adesione al giusto modo di essere di ogni momento, ma è uno schema derivato dallo spadroneggiare dell’io. Il pensiero nasce dall’ascolto, come l’energia viene dal nutrimento: se l’ascolto è limpido, il pensiero è limpido. Se il pensiero è limpido, senza retro pensiero, fluisce liberamente in limpida azione.
[→uma] “Il pensiero nasce dall’ascolto”: l’ascolto di cosa e di chi? L’ascolto tout court, ovviamente, ma rimaniamo nel mistero della sorgente che stiamo ascoltando. Ascolto del sentire è la nostra risposta, ma potremmo anche dire ascolto della natura autentica.
Perché non è bene, non è sufficiente parlare di semplice e generico ascolto? Perché, così facendo, non si indirizza l’ascoltare, non si focalizza la consapevolezza. Se so che tutto origina nel sentire, su quello appoggerò l’intera consapevolezza. Ma cosa significa in pratica?
Non significa che indirizzerò la consapevolezza verso quella nebulosa piuttosto indefinita che è il corpo della coscienza, del sentire, il corpo akasico: troppo vago, almeno in una prima fase ciò che può tornare.
Ascolterò il grossolano come il sottile che attraversa ciascuno dei corpi transitori e il loro insieme: ascolterò il dettaglio di quei dati e la loro sintesi unitaria, lo stato generale che ne risulta.
Ascoltare lo stato generale significa contemplare il contenitore di un insieme variegato: quando osservo questo contenitore/insieme l’ascolto non è sul dettaglio, lo trascende: viene sentito ma il focus è sul vasto insieme.
È questo focus che porta l’ascolto sul piano del sentire, su ciò che origina il dettaglio, la variegata moltitudine.
Tutto lo spettro di ciò che accade nell’adesso è contemplato ma il focus è sull’origine: l’ascolto è dunque unitario, la contemplazione è unitaria perché non si può ascoltare il sentire senza ascoltare ciò che generano anche i suoi corpi transitori essendo il sentire indivisibile.
Da questo ascolto unitario sorge ciò che descrivo qui e in molti altri post.
Sorge uno stato d’Essere, l’emergere della natura autentica, questo indubbiamente.
Quanto è profondo ciò che ascolto? È un abisso dentro al quale non finisco mai di precipitare.
Fonte: Busshō. La natura autentica, di Eihei Doghen. A cura di Giuseppe Jiso Forzani. Edizioni EDB, Bologna, marzo 2000.
Nota del curatore
Lavorando sullo Shōbōgenzō di Dōgen e non volendo in alcun modo produrre una esegesi delle sue parole, la mia unica preoccupazione è: di fronte a questo concetto, a questa visione, a questo stato che Dōgen dichiara, io cosa provo, cosa sento? Sono capace di indagare il mio interiore nella sottigliezza di certi stati, e possiedo un linguaggio, dei simboli per trasmettere il provato/sentito?
Dōgen mi mette con le spalle al muro e, quando fatico per attraversare le nebbie del testo tradotto, il mio intento è quello di giungere a cosa sentiva lui, a quale sentire rimanda la sua parola, per compiere il percorso che dal suo simbolo mi conduce a ciò che sento. È nel sentire che lo incontro, passando attraverso le nebbie delle parole e dei concetti.
Il passo successivo è: posso osare trasmettere ciò che sento utilizzando il linguaggio simbolico che mi è proprio e che credo sia, in questo tempo, più universale di quello tramandatoci dagli antenati?
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Non c’è ascolto del sentire se non c’è unitarietà.
Stampato
“Tutto lo spettro di ciò che accade nell’adesso è contemplato ma il focus è sull’origine: l’ascolto è dunque unitario, la contemplazione è unitaria perché non si può ascoltare il sentire senza ascoltare ciò che generano anche i suoi corpi transitori essendo il sentire indivisibile”.
Appoggiare la consapevolezza sull’insieme, ovvero sul sentire, non lascia che si perda il particolare, anzi esso risplenderà di luce autentica.