[SOMMARIO AI] Chi vuole vedere la vera natura deve superare il predominio dell’io. La visione è un atto che richiede di liberarsi da questo predominio. Il nostro occhio fisico ci insegna a vedere; un occhio chiaro illumina il corpo.
Anche se vediamo lo stesso oggetto molte volte, ogni volta è come se fosse la prima. Le esperienze visive sono uniche e mai ripetitive. La visione può essere influenzata dall’abitudine e dall’io, che tende a bloccare l’osservazione. L’io è un meccanismo inevitabile, non solo una scelta. Va osservato e non alimentato, come qualsiasi altro fatto che accade. Riconoscere che le nostre esperienze sono solo fatti aiuta nella contemplazione. Dobbiamo considerare le esperienze interne ed esterne come eventi da esaminare e poi lasciare andare, tornando sempre a uno sguardo neutrale. Questo processo include esperienza, conoscenza, discernimento, comprensione, disconnessione e neutralità. [/S]
«Chi desidera vedere la natura autentica, anzitutto deve togliere di mezzo lo spadroneggiare dell’io. […] Nota che non è detto di non vedere; anzi il vedere stesso è proprio questo togliere di mezzo lo spadroneggiare dell’io».
Il nostro occhio, proprio l’occhio fisico, ci insegna con il suo funzionamento come vedere. La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce (Mt 6,22). L’occhio può vedere milioni di volte la stessa cosa, ma ogni volta che la vede è quella volta: non sedimenta nulla, la visione di prima non ostacola quella di dopo. L’occhio sa, senza sapere, che anche se vede milioni di volte la stessa cosa, in realtà è sempre la prima volta, perché nessuna cosa è mai la stessa per milioni di volte, e neppure per due volte soltanto: la montagna che vedo dalla finestra di casa, e che chiamo sempre con lo stesso nome, in effetti non è mai la stessa montagna. Questo il mio occhio lo sa, e me lo insegna.
C’è la testimonianza di chi è stato cieco da piccolo e poi ha acquistato la vista con un intervento chirurgico da bambino già grande, a raccontare la commozione che dall’occhio invade lo spirito ogni volta che vede i colori, la profondità delle cose, i giochi della luce. Ma l’abitudine a vedere offusca la vista: è l’io che spadroneggia e impedisce di vedere. «Diventa occhio che vede, diventa pupilla che scruta!»
[→uma] “È l’io che spadroneggia e impedisce di vedere”: certamente, ma la spiegazione è un po’ troppo riduttiva.
L’io non è una scelta, è un meccanismo inevitabile frutto del circolo dei dati coscienza-esperienza-coscienza.
Essendo un meccanismo si introduce a prescindere anche in assenza di identificazione e coltivazione della soggettività.
Va contemplato al pari di ogni altro dato e fatto, ovvero va osservato, ascoltato, non alimentato e abilitato: va preso come uno dei tanti fatti, interiori o esteriori, che accadono adesso.
È nella contemplazione di ogni sfumatura della narrazione identitaria come di ogni fatto che colpisce i sensi dei corpi transitori che assume sostanza l’atto contemplativo, che diviene il sentire il Reale.
Le dinamiche, le vibrazioni, di quello che chiamiamo “io” sono stati coi quali tendiamo a identificarci perché riteniamo che ci riguardino, perché diciamo che sono “noi”: su questo bisogna fare un balzo nell’interpretazione e imparare a considerare ognuna di questa dinamiche/vibrazioni semplicemente come stati, fatti.
Allora esistono fatti che giungono dall’esterno di noi e fatti che sorgono nel nostro interiore:
– tutti li prendiamo in considerazione;
– tutti li discerniamo per comprendere quale insegnamento trasformativo portano;
– tutti li abbandoniamo senza insistere, senza trattenere;
– alla neutralità di sguardo sempre torniamo.
Qui è racchiusa tutta la gestione, a volte non semplice, degli innumerevoli dati e fatti interiori che costantemente scorrono e che possiamo utilizzare per sostanziare il nostro senso di esserci come soggetti, o che utilizziamo come stimolo alla conoscenza e consapevolezza prima e alla disconnessione poi.
Una sintesi:
– esperienza;
– conoscenza;
– consapevolezza/discernimento;
– comprensione;
– disconnessione;
– neutralità. [/uma]
Fonte: Busshō. La natura autentica, di Eihei Doghen. A cura di Giuseppe Jiso Forzani. Edizioni EDB, Bologna, marzo 2000.
Nota del curatore
Lavorando sullo Shōbōgenzō di Dōgen e non volendo in alcun modo produrre una esegesi delle sue parole, la mia unica preoccupazione è: di fronte a questo concetto, a questa visione, a questo stato che Dōgen dichiara, io cosa provo, cosa sento? Sono capace di indagare il mio interiore nella sottigliezza di certi stati, e possiedo un linguaggio, dei simboli per trasmettere il provato/sentito?
Dōgen mi mette con le spalle al muro e, quando fatico per attraversare le nebbie del testo tradotto, il mio intento è quello di giungere a cosa sentiva lui, a quale sentire rimanda la sua parola, per compiere il percorso che dal suo simbolo mi conduce a ciò che sento. È nel sentire che lo incontro, passando attraverso le nebbie delle parole e dei concetti.
Il passo successivo è: posso osare trasmettere ciò che sento utilizzando il linguaggio simbolico che mi è proprio e che credo sia, in questo tempo, più universale di quello tramandatoci dagli antenati?
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