Contemplazione: la radice della compassione

C’è compassione quando c’è comprensione. La compassione, come l’amore, non è un sentimento, è il frutto maturo del sentire vissuto e strutturato.

Un esempio: vivo una vita priva di qualunque stimolo esteriore e vedo come in me sorgono spinte al produrre situazioni che generino una qualche stimolazione dei sensi con il fine di alimentare il senso di essere e di esistere: vedo la spinta, la contemplo, la osservo svanire.
Vedo e conosco il meccanismo di base: sentire di essere e di esistere (diverso dall’Essere ed Esistere di cui tante volte parlo).

Alla luce di questo vissuto posso comprendere l’umano in genere, il suo intessere relazioni, cercare di conquistare uno spazio d’esistenza in cui è visto e riconosciuto, costruire e distruggere immagini e proiezioni di sé e dell’altro da sé.
Posso comprendere questo gioco esistenzialmente centrale e faticoso in cui ogni individuo è impegnato da sempre e lo sarà finché non uscirà dal saṃsāra.

Posso comprendere perché è stato parte di questa esistenza prima che imparassi a contemplarlo e a sentirlo sotto un’altra luce, togliendogli forza: è la radice stessa di ogni incarnazione, quella che conduce la coscienza a vestire veicoli transitori e a realizzare esperienze che le permettano di strutturarsi e giungere al compimento della sua natura/funzione. Solo una coscienza strutturata pone fine a questa ricerca e permette di superare questa attrazione/necessità per essere ed esistere.

Questa compassione che sorge dalla comprensione certamente porta alla non condanna, ma non necessariamente vanifica la lotta per la giustizia: “So che operi così per un tuo bisogno esistenziale, ma questo non può permetterti di interferire in modo distruttivo con la mia vita e con quella altrui”.

Questa compassione, che non è un sentimento, è una bussola interiore, ti permette di orientarti nella complessità di te e in quella altrui senza mai adottare logiche binarie: ogni essere ha molte sfumature di compreso e non compreso, questo lo sai e questa comprensione indelebile te lo fa sentire non altro, uno come te, né più, né meno.

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