Il lavoro interiore umile e feriale

Scrive una nostra lettrice: Spesso sento affermazioni del tipo: “Siamo Uno, tutto è Uno, Io sono tu, tu sei io”, insomma, concetti molto vaghi e a mio avviso ben poco concreti che cadono al primo alito di vento. […]
Possiamo noi dire, non mi interessa di stare nel Sistema, pagare le tasse, adempiere ai doveri di cittadino e al tempo stesso affermare quella spiritualità generica di cui sopra? Come si pone la nostra coscienza? E’ solo questione di etica (mentale), o c’è altro di più vasto che dovremmo tenere in considerazione nelle nostre scelte?
Il mondo è un luogo molto variegato e abitato da ogni genere di persone, di idee e di visioni.
Soprattutto, è una grande stratificazione di stati di coscienza differenti, dal più limitato al più vasto: a seconda delle comprensioni acquisite, le persone fanno affermazioni di varia natura e non tutti vedono e sentono il vincolo della coerenza.
Più ci inoltriamo nel cammino interiore, più scorgiamo i nostri limiti, più cerchiamo di evitare di metterci addosso abiti che non sono nostri: la conoscenza impone la coerenza e quando qualcosa non può essere vissuto per un limite di comprensione, lo si tace, semplicemente.
E’ una forma di pudore: non spacciarsi per quello che non si è.
Il neofita della via interiore, vive a volte stati di ampliamento e di unificazione nel sentire, vive esperienze derivanti da processi vibratori che gli conferiscono l’illusoria percezione di essere arrivato alla meta. Altre volte, semplicemente, afferma cose della cui natura poco sa.
La prudenza suggerisce di darsi tempo, di lasciar sedimentare e, soprattutto, di verificare alla prova della vita il vero stato dell’arte: non è un’esperienza più o meno mistica che ci qualifica come uniti all’Uno, è la vita quotidiana, la relazione con l’altro, i si e i no da dire, la routine implacabile dei giorni che svelano il compreso e il non compreso in noi, il superamento della separazione e del condizionamento, o il loro mascheramento.
E’ nel quotidiano che viviamo una narrazione di noi, o il semplice essere, ed è l’altro da noi che svela la nostra narrazione.
La via spirituale è, spesso ma non sempre, indossata come un abito, uno degli abiti dell’identità: nulla da eccepire, è nella fisiologia stessa della via.
Nella via matura, questi giochi non sono più possibili, si impone una coerenza tra l’intenzione, il pensiero e l’azione: la persona non risponde a dei principi morali, risponde a se stessa, alla propria coscienza il cui messaggio è spesso chiaro e illumina le zone d’ombra del non compreso, e le incoerenze che ne derivano.
Non c’è via di scampo: ciò che non sai e non puoi, non sei in grado di spacciarlo come conseguito. Ciò che ti riesce male, parla di te e del non compreso che produce quell’incespicare.
Siamo nudi di fronte al sentire, ai suoi limiti; di fronte alle resistenze dell’identità; di fronte al raglio che sorge impietoso e dichiara il lavoro da fare, l’opera che ci attende di analisi, di revisione, di umiltà necessaria.
Là dove il neofita può parlare del proprio sperimentare spirituale e della propria visione pur razzolando nel giardino delle incoerenze, noi possiamo stare bassi, tacere, osservare e fare il nostro lavoro intimo e feriale nella discrezione e nel silenzio.


Se hai domande sulla vita, o sulla via, qui puoi porle.
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1 commento su “Il lavoro interiore umile e feriale”

  1. “…non è un’esperienza più o meno mistica che ci qualifica come uniti all’Uno, è la vita quotidiana, la relazione con l’altro, i si e i no da dire, la routine implacabile dei giorni che svelano il compreso e il non compreso in noi, il superamento della separazione e del condizionamento, o il loro mascheramento.” Caro roberto, non ho davvero altro da aggiungere, grazie!

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