Cerchio Firenze 77: l’equipollenza dei sentire 64

[Continua da 63] Non c’è dubbio che ogni essere, vivendo, ha delle esperienze che pure essendo analoghe a quelle di altri esseri della sua stessa specie sono tuttavia diverse in qualcosa.

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Tale differenza è ancora più apprezzabile se pensate agli esseri che stanno sperimentando lo stadio di vita umana, cioè a quegli esseri che sono fra sé spiccatamente diversi perché hanno personalità differenti.
Ora, è chiaro che un essere posto in una determinata circostanza, cioè impegnato in una certa esperienza, ha delle reazioni; ossia sente, in senso lato, in funzione anche della sua personalità e dei suoi condizionamenti ambientali. Tali reazioni, tali sentire, sono quindi diversi da un essere all’altro che pure sperimentino analoghe esperienze.

Ma se anche le condizioni esterne che concretizzano un’esperienza fossero eguali, cioè l’esperienza fosse meccanicamente identica, non c’è dubbio che la risposta a tale esperienza sarebbe diversa da un essere all’altro, posti nelle stesse circostanze perché diverso è il loro intimo essere. Perciò sembrerebbe di poter concludere che gli esseri continuano a diversificarsi sempre di più nel sentire, o perlomeno tendono sempre a mantenere la reciproca diversità, sicché in un simile contesto l’unità potrebbe essere concepita solo come unione, non come comu­nione-identificazione.

E allora, tutto il discorso delle fusioni dei sentire equipollenti, come finisce? E la contemporaneità o simultaneità dei sentire come può esistere se ciascun sentire è diverso? Ecco appunto la necessità di distinguere fra sentire in senso lato e sentire di coscienza.
Ciò che è diverso fra un individuo e l’altro è il sentire in senso lato, mentre ciò che può identificarsi è il sentire di coscienza.

Il sentire di coscienza, che impedisce in ogni occasione di uccidere, non è diverso fra gli individui che l’hanno raggiunto pure essendo state diverse le esperienze che li hanno condotti a raggiungerlo; pure essendo diverso anche l’attuale loro sentire in senso lato. Allora, una equipollenza di sentire di coscienza esiste, mentre non esiste per il sentire in senso lato. Ed è giusto: l’equipollenza di sentire di coscienza rende possibili le fusioni dei sentire allorché essa equipollenza diventerebbe identità; questo proprio perché nell’esistente non vi sono ripetizioni, ma solo variazioni.

Una cosa identica a un’altra non avrebbe ragione di esistere; non affermerebbe, non manifesterebbe nessuna diversità; non sarebbe unica. Mentre ciascuna unità della molteplicità è unica e afferma una realtà che non ha l’eguale ed è perciò indispensabile: senza di essa la completezza assoluta verrebbe meno.

In conclusione, il sentire in senso lato di un essere, sentire che come ho detto comprende le sensazioni, i desideri, i gusti, i pensieri, insomma tutti i moti dell’animo, non ha l’eguale in nessun altro essere. Può essere simile, analogo, della stessa natura, ma non di più.

Il sentire di coscienza degli esseri può invece essere equipollente; questo perché tale sentire in sé non ha tutte quelle sovrastrutture che sono le sensazioni, i desideri, eccetera, e che sono motivo di differenziazioni. Il sentire di coscienza è un sentire di fondo che quanto più è ampio, intenso, tanto meno è diversificato. I sentire di coscienza analoghi, cioè che hanno le stesse limitazioni, proprio perché tali vibrano, si manifestano all’unisono, sono contemporanei, simultanei.

Ed è logico che sia così: tutto ciò che ha le stesse condizioni di esistenza, insomma che è simile, non può che reagire negli stessi termini. Quindi: simultaneità di manifestazione fra sentire analoghi e successione, nel manifestarsi, di sentire diversi per ampiezza, partendo dal sentire più semplice e giungendo al sentire più vasto.
La sequenza del manifestarsi dei sentire, sto parlando dei sentire di coscienza, è la seguente:

  1. manifestazione simultanea del più semplice sentire in qualunque spazio-tempo essi abbiano ubicati i veicoli densi, quindi contemporaneità di sentire anche in senso lato di uomini appartenenti a epoche storiche diverse;
  2. poi: manifestazione dei sentire in senso lato, cioè esistenza degli esseri nei piani densi e conseguente caduta di limitazioni del sentire-base di coscienza;
  3. realizzarsi, con tale caduta, di equipollenza di sentire;
  4. reciproca identificazione dei sentire equipollenti e comunione degli stessi in un solo sentire;
  5. ancora: manifestazione simultanea di tali nuovi sentire più ampi in qualunque spazio-tempo essi siano ubicati e abbiano ubicati i loro veicoli densi;
  6. quindi: vita di uomini appartenenti a epoche storiche diverse e conseguente caduta di limitazioni del loro sentire di coscienza;
  7. realizzarsi di sentire equipollenti e comunione degli stessi in un solo sentire. E così via.

Naturalmente questo processo ha un termine allorché tutti i sentire raggiungono quella comunione e identificazione che ne fa un solo sentire: il Sentire Assoluto.
Ma il termine non è fine del sentire: è fine della limitazione del divenire. È sentire non più in termini di successione, di divisione, ma in termini di Essere, di Eterno Presente, di Infinita Presenza, della intera Realtà Assoluta. È essere non solo un sentire di coscienza che comprende tutti i sentire base di tutti gli esseri, ma anche tutti i sentire, in senso lato, di tutti gli esseri che costituiscono la molteplicità, il virtuale frazionamento dell’Uno Assoluto.

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