Man mano che il vuoto avanza, la narrazione si ritira e il suo indebolirsi coincide con la scomparsa di bisogni e desideri.
Il vuoto appare innanzitutto come vuoto di narrazione: su di sé, sull’altro, sul mondo, sulla vita. Viene meno la necessità di definirsi e definire, ovvero di separare questo da quello, perché spesso, ma non sempre, definire è anche separare.
Ciò che è a sé stante, separato e indipendente, ha necessità di essere riempito di qualità: qui sorge l’aggiungere continuo. Il vuoto non è tanto un togliere quanto una conseguenza esistenziale del perdere, dell’aver perduto.
Se viene superata la tendenza a separare, a dividere e a qualificare il frammento, la narrazione non ha elementi per alimentarsi. Ma questo è il processo che accade a valle; a monte deve essersi innescato un altro processo, altrimenti il fuoco della narrazione continua a essere alimentato.
Il cuore pulsante di ogni processo nel divenire è rappresentato dalla presenza ritmica del bisogno: la spinta primaria del sentire che – per sua natura e costituzione – tende a un grado di consapevolezza unitaria sempre più ampio. Il sentire, per ampliarsi nella sua consapevolezza, ha necessità di dati e dunque di esperienze: questo è il centro di propulsione di tutto ciò che diviene, l’origine del virtuale frazionamento dell’Uno immobile ed eterno.
Il bisogno esistenziale dà luogo al desiderio, la dimensione più comune all’umano, quella che sale più facilmente alla sua consapevolezza. Nell’esperienza del vuoto viene a ridimensionarsi drasticamente il primo propulsore, il bisogno: a caduta, cedono il desiderio e la narrazione.
Questa esperienza del vuoto può poi condurre alla sperimentazione di stati psichici molto differenti: in presenza di un’immagine di sé robusta, conduce al senso di una perdita, di uno smarrimento grande, alla “notte dell’anima” nelle sue tinte più fosche.
Quando l’immagine di sé è evanescente, il vuoto è solo vuoto, il senso di perdita è assente o trascurabile, il vuoto non è condizione esistenziale ma ontologica, riguarda cioè la natura più profonda e autentica – come tale viene sentito – e non tanto il processo del vivere, essere, esistere.
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Penso di non avere più bisogni , né desideri, pure permane una narrazione di sé che a volte è necessità di spiegazione rispetto ad una richiesta di una persona, tuttavia sotto sotto mi accorgo che esiste ancora una centralità di sé che avverto stonata e genera sempre , dopo , un disagio .
Ho conosciuto , per un certo tempo “la notte dell’anima ‘. Ora tutto è più calmo grazie al percorso comune che sostiene .
Non credo di vivere il vuoto, ora , come descritto nel post .
È necessario essere in là nel cammino, mi viene da dire.
Già l’Essere nella condizione di incarnato, presuppone che si debba fare esperienza affinché le comprensioni giungano a compimento.
Poi è chiaro che chi è al termine del percorso incarnato o, senta forte il richiamo all’Essere che è già completo in sé e non necessita di sperimentare. Personalmente sento quanto affermato nel post, non del tutto estraneo, ma poi faccio i conti con quella che è l’esperienza quotidiana e procedo a mani molto basse.