Essere è un mistero insondabile

Il terzo capitolo dell’ottavo libro della Via della Conoscenza dedicato al tema dell’amore.

📌 Il vuoto assoluto è amore assoluto: ottavo libro della Via della Conoscenza (2026) in pubblicazione
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Capitolo 3

Essere non è realtà,
né non-realtà,
ma è un termine che apre a ciò che è inesprimibile;
va inteso come non mutamento,
non persistenza,
non trasformazione o alterazione,
non continuità,
non punto e non estensione.
Per questo usiamo parole povere che svuotano quelle con le quali vi riempite di significati; parole povere che niente vogliono svelare del mistero dell’essere.

Essere non è l’insieme
o la sommatoria della molteplicità della realtà:
è nulla ed è l’annullamento delle forme.
Del nulla si può soltanto tacere,
poiché non è esprimibile con le parole che usate,
che sono espressione di forma, di divenire e di dualità.
Qui lo definiamo come assenza, cioè nessuna forma immaginabile. [1]

La realtà non viene colta dai vostri sensi perché è oltre la vostra possibilità di riconoscerla. E perciò con voi usiamo l’assurdo, non per confondervi ma per spingervi oltre il pensiero che crea concetti, là dove è possibile osare sfidare la vostra logica mentale e indagare nell’illogico, nel contraddittorio, nel paradossale e nell’assurdo, poiché solo lì si può percepire l’assoluta inafferrabilità che Tutto è. [2]

Essere è permanere.
Però voi vedete un moto apparire in quello stare:
è la potenza che si esprime in atto,
poiché nulla è assente parlando di ciò che è assoluto.
Ed anche se l’essere mai diviene,
appare il divenire agli occhi di colui
che è davanti a quell’infinita immobilità. [3]

Essere è non-tempo e non-spazio,
non-inizio e non-fine,
non-forma e non-trasformazione;
essere è vita che non ha distinzioni,
anche se da essa poi sorgono sia le distinzioni,
che le separazioni,
che le contrapposizioni e le identità
per un processo che si rivolge al divenire.

Voi e tutti gli esseri esistenti siete sintesi della medesima realtà, pur non riconoscendovi come unitarietà di ciò che vi appare molteplice.
E quindi accade che, quando le molteplicità viventi si identificano in un “io”, e lì concentrano tutta l’attenzione e l’adesione, si credono individualità separate.
Ed allora quell’unitarietà viene da loro scomposta in tante separatezze che non lasciano emergere la completezza, ma se la negano per poi inseguirla come meta per maturare ed evolvere.

Essere è immobilità
e palpito in potenza nel farsi della manifestazione
e da lì scaturisce il divenire,
anche se non esistono essere e divenire in forma separata,
ma esiste il divenire in potenza nella permanenza dell’essere.
Ciò che è in potenza è vibrazione,
poiché nessun atto potrebbe essere realizzato se non avesse una vibrazione che lo rende materia e che è nell’essere nel momento dell’emanazione.

Quando è presente il palpito si genera un movimento di indecifrabile consistenza, che è l’aprirsi dal permanere al divenire, o dall’immobilità al pulsare; e quel pulsare può essere visto come la fuoriuscita dall’essere e il generarsi del vibrare nel divenire.

Ed è proprio nella trasformazione da potenza in atto che subentra una vibrazione con una frequenza che consente a ciò che è immoto di diventare moto, anche se il mondo del divenire è in realtà già permanere, poiché non esistono essere e divenire in forma separata, ma il divenire esiste in potenza.

Ed è a questo termine (in potenza, ndr) che voi, mentalmente, introducete una presenza che vi spiega ciò che ancora non è realizzato, quindi non ancora presente. Cioè, introducendo l’immagine di un Dio creatore, anche se – assolutamente immoto – tutto l’emanabile è già potenzialmente presente. [Una voce]

Essere e divenire,
realtà e illusione,
tempo e non tempo,
forma e non-forma.
La sostanza è essere
ed è accessorio l’esprimersi ora in una forma,
ora in un’altra.
Voi credete che la vita sia divenire perché scorre,
ma la vita è ciò che accade nella continuità di essere,
che a voi appare mutamento.
Anche l’uomo non è in un continuo cambiamento,
ma sta nel non-mutamento che è essere,
benché non lo comprenda.
Essere con consapevolezza,
nel mondo che diviene,
è stare fissi in un punto osservando
ciò che muta attimo dopo attimo,
pur restando interiormente immobili.
Fissi in un punto,
né dentro, né fuori,
niente da definire,
niente da cambiare,
niente da migliorare,
né vuoti e né pieni.

Non c’è strada,
non c’è trasformazione
e non c’è traguardo
che dia alla vita che vivete quel senso che voi cercate
ma non trovate,
e non c’è nemmeno, dopo la morte,
la possibilità di proseguire la propria esperienza.
Nella vita c’è soltanto la forza di essere che tutto pervade
e tutto muove, anche l’azione,
ed è in essa che ha sede l’amore,
ma non siete voi a produrlo.

È nella naturalità dello scorrere del fatto dopo fatto
che è presente il perpetuo atto d’amore
che la vita manifesta
anche nel lasciarsi ferire dall’azione dell’uomo.
E poiché l’amore eccede l’operato umano,
la vita – per esprimerlo coi vostri significati –
acconsente ad essere ferita,
continuando a produrre vita sulle ferite.

Partecipante: Questo significa che non ci rimane altro che vivere nel presente e non attaccarci a niente?

E allora perché attaccarvi a noi, a questi discorsi, a queste provocazioni, oppure all’uso dell’assurdo, tentando sempre di mettere in pratica questi attaccamenti? Perché mai sforzarvi o non sforzarvi, o comunque darvi da fare per attendere la liberazione?

L’Uno non è la liberazione che voi attendete,
ma è la morte sia della vostra liberazione,
sia di quello che pensate e desiderate
di conquistare come tante individualità.

Essere aderenti a un’apparente dualità vi fa presumere di essere diversi rispetto agli altri; vi distinguete perché vi legate al tempo e allo spazio come tanti “io” separati, anche se quel vostro “io” muore senza il terreno che lo alimenta, che è il pensiero legato al mondo mentale che connette il passato col futuro per formare e dar consistenza alla vostra illusoria identità.

Non esistono distinzioni
in chi si riconosce unità nell’essere.
[Una voce]


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