Dōgen, Busshō: commento (2) di J.Forzani a Busshō 12 [busshō12.3]

[Sommario IA] La natura autentica non è qualcosa di esterno o aggiunto alla vita, ma la sua trama intrinseca; identificarla come separata è un errore.
L’unità di corpo e spirito, per esempio, non implica confusione, ma un’inseparabilità essenziale.

Definire la natura autentica come “essere” o “non essere” è limitante e diffama il risveglio alla realtà, che trascende tali categorie. [/S]

Ma, non lo si rimarcherà mai abbastanza, questo (la natura autentica, ndr) non ha nulla a che fare col perdersi nell’indeterminatezza, col riferirsi a un al di là, a un oltre lo scenario della mia vita attuale. È quanto di più intimo e intrinseco alla propria vita ci sia: è il Sutra che custodisci all’interno della tua casa, e qui Sutra non è un testo sacro, ma, secondo etimologia, la trama, l’ordito costitutivo.

Per questo identificare la natura autentica in qualcosa, come fosse altro da, un’aggiunta o un elemento estrapolabile rispetto al tutto che vive, è mettere in opera quel principio di separazione che contraddistingue l’attività del demonio: il separatore, l’oppositore del cammino religioso di riunificazione. Se prendiamo in considerazione la natura autentica, ebbene essa è ciò che è, nient’altro che natura autentica. Se prendiamo in considerazione il tutto che vive, esso è ciò che è, nient’altro che il tutto che vive. Unificare, vedere l’unità, non vuol certo dire mischiare, confondere le cose.

Per fare un esempio, il corpo e lo spirito sono l’unità della mia persona: inseparabile, perché se separo corpo e spirito l’essere che sono non è più. Nello stesso tempo il corpo è corpo, lo spirito è spirito: se il corpo non fosse in quanto corpo, neppure lo spirito sarebbe; se lo spirito non fosse in quanto spirito, neppure il corpo sarebbe. Lo spirito non è in funzione del corpo, il corpo non è in funzione dello spirito: ma l’unità inscindibile di corpo-spirito non vuol dire che corpo e spirito sono un confuso amalgama.

Quindi, sia dire che la natura autentica è, sia dire che non è, a rigor di termini è sempre un modo di diffamare il risveglio alla realtà che non è affetta dalla distinzione essere – non essere, un modo di contaminare la norma del cammino dentro quella realtà, un modo di fraintendere la comunione degli esseri che sono in quel cammino.

Eppure, questo non deve essere un alibi per esentarsi dal cercare di dire la via con le proprie parole. Il riconoscere il limite della parola, e pure il suo potere contaminante, non ci autorizza a nasconderci dietro il paravento dell’afasia. Il vero silenzio non è mai un semplice tacere: sboccia quando si è detto tutto. Chi si rifugia nello star zitto con la scusa che tanto la parola in ogni caso contamina, contamina a sua volta con la sua reticenza. Non solo: contaminazione e incontaminazione sono concetti che abbisognano l’uno dell’altro per sussistere, per cui l’incontaminato non risiede nell’astenersi da ciò che riteniamo contaminante: per questo il Sutra della Sapienza del Cuore recita: «Oh discepolo, guarda! la fisionomia di ogni cosa è l’infinito: non è il nascere, né il perire, non l’inquinare né il purificare, non il crescere né il diminuire».

Invece di lasciar scivolare su di noi queste parole, senza fermarci a metterle in discussione, chiediamoci perché tanto dire che la natura autentica è, quanto dire che non è, sono un modo di diffamarla. La natura autentica, come tutto ciò che indica il fondamento e il compimento, non è descritta dalle categorie di essere e non essere. Usare le categorie dell’essere e del non essere implica un giudizio (è o non è) asserito a partire da un punto di osservazione. In altre parole, per affermare che qualcosa è o non è, bisogna porla come oggetto per il soggetto. Ma la natura autentica, che è il modo d’essere originario e compiuto di tutte le cose, non si pone come oggetto, né esteriore né interiore, per nessun soggetto: anzi si rivela nel momento in cui cade la distinzione fra soggetto e oggetto, fra osservante e osservato: cioè, proprio quando viene meno il supporto che sostiene le categorie dell’essere e del non essere. Quindi a rigor di termini, tanto dire che è quanto dire che non è, per trarre comunque una conclusione, è un modo di diffamarla, cioè di trattarla per quello che non è.

Ma ancora Doghen incalza: non credere di aver concluso e di poterti riposare dicendo “il tutto è il tutto che vive, natura autentica niente”. Le espressioni che Doghen usa di seguito non sono giochi di parole, ma modi di vedere e illuminare la realtà da diversi punti di vista.
Se il tutto è il tutto che vive, non c’è bisogno di tirar fuori nessuna speciale natura autentica, per cui natura autentica niente. Detto in altri termini ogni cosa è la sua natura autentica, per cui non c’è bisogno di menzionare neppure il tutto che vive. Ma se ogni cosa è natura autentica vuol dire che la natura autentica non è un’aggiunta a ogni cosa, ma è ogni cosa come è: quindi la natura autentica è niente. Non solo, la natura autentica (natura di Budda) è la natura di ogni cosa nel mondo di Budda, ma nel mondo di Budda (nel mondo come lo vede Budda) ogni cosa è Budda, anzi ogni cosa è tutti i budda: a questo punto, che bisogno c’è di parlare di natura autentica? Ciò detto, ora ognuno di noi deve dire qualcosa, il suo modo di dire la via. 

Fonte: Busshō. La natura autentica, di Eihei Doghen. A cura di Giuseppe Jiso Forzani. Edizioni EDB, Bologna, marzo 2000.

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