[Sommario AI] L’autore discute la contraddizione tra la realtà “come è” e “come dovrebbe essere,” sofferenza derivante dall’incapacità di superare questa discrepanza, usando l’esempio di Achille e la tartaruga.
Si introduce il pensiero di Dōgen, che sottolinea l’importanza di osservare la vita così com’è, identificando l’esistente e il “vero modo” come un’unica entità.
La logica occidentale vede una contraddizione irrisolvibile tra “essere” e “dover essere,” mentre la prospettiva buddista supera questa dicotomia.
Raggiungere l’illuminazione (Budda) non implica un raggiungimento esterno, ma la comprensione che la vita vissuta è già il “ritorno al fondamento.”
La pratica religiosa (zazen) non si concentra su come le cose dovrebbero essere, ma su come le cose sono, accettando la realtà del presente.
La contemplazione permette di superare la contraddizione tra “come è” e “come dovrebbe essere,” raggiungendo una sintesi unitaria del “Ciò-che-È,” un’esperienza che trascende il divenire e l’essere. [/S]
Di solito non si arriva a pensare fino a questo punto, ma se davvero a un certo momento io filtrassi la mia sofferenza, se facessi evaporare alla luce della religione la contraddizione della mia vita? Alla fine ciò che resta è questo problema della realtà come è e di come dovrebbe essere. Tutti soffriamo perché non si riesce a superare questo punto. A questo proposito Doghen parla di tutto che vive e di natura autentica, e per dire di cosa sta parlando, in fondo l’importante è guardare a partire dalla vita stessa così come è.
A ben pensare la nostra esistenza, cioè il fatto che stiamo vivendo, vive in virtù della vita stessa, e anche il luogo cui si deve tornare, cioè il vero fare, è vita, realtà della vita. Se consideriamo dal punto di osservazione della vita stessa, il tutto che vive e natura autentica, esistente e vero modo, altro non sono che un’unica sola cosa: là dove prima di separare in due vi è l’esistente e nello stesso tempo è contenuta anche la direzione, il senso che chiamiamo vero modo.
Eppure nel nostro modo di pensare esistente e vero modo, ciò che è e ciò che dovrebbe essere fatto sono in insanabile contraddizione: Devi fare perciò puoi fare e contemporaneamente senza scampo Dovresti fare perciò non puoi fare. È come la famosa storia di Achille e della tartaruga. Si cristallizza una logica in base alla quale Achille non può, all’infinito, raggiungere e superare la tartaruga che è partita prima di lui, anche se è più veloce: mentre Achille fa il tragitto che lo separa dalla tartaruga questa si sposta in avanti, e così via all’infinito. Questa logica è inattaccabile dialetticamente, per quanto ci se la rigiri in testa.
Proviamo a pensare ad Achille come esistente e alla tartaruga come al vero modo di fare. Appena cerchiamo di far sì che ciò che è raggiunga ciò che dovrebbe essere, questo si sposta un pochino in avanti. Per quanto lo si frammenti all’infinito, si finisce per consolidare un ragionamento in base al quale l’esistente non raggiunge mai il vero modo di essere. Dal punto di vista della comune logica occidentale questa è una contraddizione che non si può assolutamente risolvere. Però se torniamo alle cose come stanno in effetti, Achille raggiunge e supera con gran facilità la tartaruga.
Noi ci convinciamo da noi stessi di essere irrimediabilmente delle persone comuni, e quindi di non poter raggiungere Budda (l’essere che vive il vero modo di essere). Assolutamente non possiamo raggiungere Budda. Però, se lasciamo da parte quel pensiero, e se consideriamo le cose una volta tornati davvero alla realtà della vita così come è, ebbene, anche l’uomo comune vive la vita così come è. Anche il Budda cui si deve tornare, anche il punto definitivo cui tornare non sono altro dalla vita stessa così come è. È importante aprire decisamente gli occhi su questo punto.
Il motivo per cui i discorsi e i sermoni dei monaci buddisti non arrivano quasi mai a essere sermoni di buddismo è che loro, senza superare questa contraddizione fra l’esistente e il vero modo d’essere, si limitano solo a fare bei discorsi su come le cose dovrebbero essere. Invece un sermone di buddismo deve prendere l’avvio dalla vita autentica così come è che precede la contraddizione, che precede la divisione in due fra l’esistenza che chiamiamo il tutto che vive e il vero essere e fare che chiamiamo natura autentica.
Dovunque ci troviamo, in qualunque situazione finiamo,
– siccome noi viviamo la vita stessa così come è,
– abbiamo anche in essa la direzione,
– il senso del ritorno al fondamento, al punto definitivo.
Mettere in pratica giorno per giorno questo approfondimento è il problema ora messo in risalto relativo alla natura autentica. Ciò non ha niente a che fare con la riuscita o il fallimento, con una volontà debole o forte: si tratta solo di dover ritornare sempre al luogo cui si deve tornare. Si tratta di approfondimento, perciò, essendo sempre tenaci, non vi è altro che ritornare alla vita stessa così come è.» [/JF]
[→uma] Ma, come Uchiyama stesso afferma, la vita così com’è non è un monolite, è divenire ed Essere, è molti gradi di divenire e molti gradi di Essere differenti.
Tu e io non viviamo né lo stesso divenire né lo stesso Essere ma, chiaramente, questo non conta perché ciò che è fondamentale è che sia tu che io ci volgiamo a ogni attimo verso l’Essere: “ritornare sempre al luogo cui si deve tornare“.
Uchiyama afferma che la soluzione sta nel comprendere la dinamica della “realtà come è e di come dovrebbe essere“ – quella insanabile contraddizione, afferma lui – e questo ha come sbocco: non vi è altro che ritornare alla vita stessa così come è, ma qui crea un cortocircuito, il senso si capisce per intuito ma la lettera è contraddittoria.
Quando contempliamo non torniamo alla realtà come è, perché allora la contraddizione tra il come è e il come dovrebbe essere rimarrebbe insanata: quando contempliamo superiamo la contraddizione perché nella realtà “come è” sentiamo la realtà “come dovrebbe essere“.
La chiave sta nel come sentiamo la realtà che è, tutto è relativo e si riconduce al sentire il presente secondo l’ottica dell’Essere e non del divenire. La realtà come è può essere vissuta secondo le logiche del divenire o può essere sentita secondo quelle dell’Essere: apparentemente è la stessa realtà, nei fatti è ben diversa.
La contraddizione tra come è e come dovrebbe essere si risolve solo contemplando il singolo fatto o il singolo processo nella sospensione del tempo: allora non c’è più alcun come è né alcun come dovrebbe essere, c’è solo il Ciò-che-È, ma abbiamo fatto un balzo quantico oltre la stessa dicotomia divenire/Essere che, a questo livello, non ha senso. [/uma]
[Continua JF] Credo che queste parole ci aiutino a evitare tanti fraintendimenti riguardo al significato di natura autentica e anche riguardo al senso e alla ragion d’essere della pratica religiosa che chiamiamo zazen. Fare ritorno al punto definitivo è ritornare al cuore, nell’accezione di cui si è detto: cuore, che è la vita che sostiene tutto ciò che è e la vita che obbedisce al disegno per cui è, indirizzata alla meta che è la sua stessa ragion d’essere. [/JF]
[→uma] “La vita che sostiene tutto ciò che è e la vita che obbedisce al disegno per cui è, indirizzata alla meta“. Qui Jiso ribadisce un punto importante della sua – e mi sembra di tutto il buddhismo – visione: la vita che accade ha in sé anche il fine per cui accade, cioè è origine, percorso e traguardo.
In altri termini: la Vita manifesta se stessa – nella manifestazione è essenza di se stessa – e, nel divenire, nei processi conduce alla piena liberazione della sua essenza/natura autentica, del suo scopo e fine, manifesta dunque Ciò-che-È. Questo è il percorso circolare di cui parlano anche le religioni attraverso simboli diversi, in quella giudaico-cristiana: eden-smarimento-eden. Noi abbiamo parlato di Essere inconscio – comprensione – Essere conscio.
Il contemplante, sperimentando l’attimo eterno, azzera nella sua consapevolezza l’itinerare dalla sorgente alla foce, realizza un cortocircuito immediato mutando lo sguardo: dalla percezione passa al sentire, dallo scorrere all’Essere. In questo senso, certamente, conveniamo con Dōgen: contemplare è illuminazione che accade, che è.
A questo livello si risolve la contraddizione che Uchiyama rileva tra come è e come dovrebbe essere perché, in questa sintesi unitaria, tutto scompare e rimane solo il Ciò-che-È. [/uma]
[Continua JF] Cuore, che è ritorno al fondamento che si chiama anche Dio creatore, che crea ed è in ogni cosa e vede ogni cosa creata come buona, perché esistente e rispondente all’impulso che la indirizza verso il compimento della creazione, che è il suo stesso fondamento. In questa luce, esistenza e non esistenza sono termini relativi che vanno abbandonati. Abbandonare è qualcosa di molto concreto, ma la concretezza non è uno schema ripetitivo, ma la realtà di ogni attimo che passa senza lasciare traccia. Per questo, oltre ogni dubbio e tentennamento, «così stanno le cose e così è il testimoniare la via: è il testimoniarla che continua per tutta la vita, è i tanti momenti di vita che scaturiscono dal testimoniarla».
Fonte: Busshō. La natura autentica, di Eihei Doghen. A cura di Giuseppe Jiso Forzani. Edizioni EDB, Bologna, marzo 2000.
Nota del curatore
Lavorando sullo Shōbōgenzō di Dōgen e non volendo in alcun modo produrre una esegesi delle sue parole, la mia unica preoccupazione è: di fronte a questo concetto, a questa visione, a questo stato che Dōgen dichiara, io cosa provo, cosa sento? Sono capace di indagare il mio interiore nella sottigliezza di certi stati, e possiedo un linguaggio, dei simboli per trasmettere il provato/sentito?
Dōgen mi mette con le spalle al muro e, quando fatico per attraversare le nebbie del testo tradotto, il mio intento è quello di giungere a cosa sentiva lui, a quale sentire rimanda la sua parola, per compiere il percorso che dal suo simbolo mi conduce a ciò che sento. È nel sentire che lo incontro, passando attraverso le nebbie delle parole e dei concetti.
Il passo successivo è: posso osare trasmettere ciò che sento utilizzando il linguaggio simbolico che mi è proprio e che credo sia, in questo tempo, più universale di quello tramandatoci dagli antenati?
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