Dōgen, Busshō: oltre divenire-Essere, JF (2) su Busshō 11 [busshō11.2]

[Sommario AI] L’autore discute la contraddizione tra la realtà “come è” e “come dovrebbe essere,” sofferenza derivante dall’incapacità di superare questa discrepanza, usando l’esempio di Achille e la tartaruga.
Si introduce il pensiero di Dōgen, che sottolinea l’importanza di osservare la vita così com’è, identificando l’esistente e il “vero modo” come un’unica entità.

La logica occidentale vede una contraddizione irrisolvibile tra “essere” e “dover essere,” mentre la prospettiva buddista supera questa dicotomia.
Raggiungere l’illuminazione (Budda) non implica un raggiungimento esterno, ma la comprensione che la vita vissuta è già il “ritorno al fondamento.”
La pratica religiosa (zazen) non si concentra su come le cose dovrebbero essere, ma su come le cose sono, accettando la realtà del presente.
La contemplazione permette di superare la contraddizione tra “come è” e “come dovrebbe essere,” raggiungendo una sintesi unitaria del “Ciò-che-È,” un’esperienza che trascende il divenire e l’essere. [/S]

Di solito non si arriva a pensare fino a questo punto, ma se davvero a un certo momento io filtrassi la mia sofferenza, se facessi evaporare alla luce della religione la contraddizione della mia vita? Alla fine ciò che resta è questo problema della realtà come è e di come dovrebbe essere. Tutti soffriamo perché non si riesce a superare questo punto. A questo proposito Doghen parla di tutto che vive e di natura autentica, e per dire di cosa sta parlando, in fondo l’importante è guardare a partire dalla vita stessa così come è.

A ben pensare la nostra esistenza, cioè il fatto che stiamo vivendo, vive in virtù della vita stessa, e anche il luogo cui si deve tornare, cioè il vero fare, è vita, realtà della vita. Se consideriamo dal punto di osservazione della vita stessa, il tutto che vive e natura autentica, esistente e vero modo, altro non sono che un’unica sola cosa: là dove prima di separare in due vi è l’esistente e nello stesso tempo è contenuta anche la direzione, il senso che chiamiamo vero modo.

Eppure nel nostro modo di pensare esistente e vero modo, ciò che è e ciò che dovrebbe essere fatto sono in insanabile contraddizione: Devi fare perciò puoi fare e contemporaneamente senza scampo Dovresti fare perciò non puoi fare. È come la famosa storia di Achille e della tartaruga. Si cristallizza una logica in base alla quale Achille non può, all’infinito, raggiungere e superare la tartaruga che è partita prima di lui, anche se è più veloce: mentre Achille fa il tragitto che lo separa dalla tartaruga questa si sposta in avanti, e così via all’infinito. Questa logica è inattaccabile dialetticamente, per quanto ci se la rigiri in testa.

Proviamo a pensare ad Achille come esistente e alla tartaruga come al vero modo di fare. Appena cerchiamo di far sì che ciò che è raggiunga ciò che dovrebbe essere, questo si sposta un pochino in avanti. Per quanto lo si frammenti all’infinito, si finisce per consolidare un ragionamento in base al quale l’esistente non raggiunge mai il vero modo di essere. Dal punto di vista della comune logica occidentale questa è una contraddizione che non si può assolutamente risolvere. Però se torniamo alle cose come stanno in effetti, Achille raggiunge e supera con gran facilità la tartaruga.

Noi ci convinciamo da noi stessi di essere irrimediabilmente delle persone comuni, e quindi di non poter raggiungere Budda (l’essere che vive il vero modo di essere). Assolutamente non possiamo raggiungere Budda. Però, se lasciamo da parte quel pensiero, e se consideriamo le cose una volta tornati davvero alla realtà della vita così come è, ebbene, anche l’uomo comune vive la vita così come è. Anche il Budda cui si deve tornare, anche il punto definitivo cui tornare non sono altro dalla vita stessa così come è. È importante aprire decisamente gli occhi su questo punto.

Il motivo per cui i discorsi e i sermoni dei monaci buddisti non arrivano quasi mai a essere sermoni di buddismo è che loro, senza superare questa contraddizione fra l’esistente e il vero modo d’essere, si limitano solo a fare bei discorsi su come le cose dovrebbero essere. Invece un sermone di buddismo deve prendere l’avvio dalla vita autentica così come è che precede la contraddizione, che precede la divisione in due fra l’esistenza che chiamiamo il tutto che vive e il vero essere e fare che chiamiamo natura autentica.
Dovunque ci troviamo, in qualunque situazione finiamo,
– siccome noi viviamo la vita stessa così come è,
abbiamo anche in essa la direzione,
– il senso del ritorno al fondamento, al punto definitivo.

Mettere in pratica giorno per giorno questo approfondimento è il problema ora messo in risalto relativo alla natura autentica. Ciò non ha niente a che fare con la riuscita o il fallimento, con una volontà debole o forte: si tratta solo di dover ritornare sempre al luogo cui si deve tornare. Si tratta di approfondimento, perciò, essendo sempre tenaci, non vi è altro che ritornare alla vita stessa così come è.» [/JF]

[Continua JF] Credo che queste parole ci aiutino a evitare tanti fraintendimenti riguardo al significato di natura autentica e anche riguardo al senso e alla ragion d’essere della pratica religiosa che chiamiamo zazen. Fare ritorno al punto definitivo è ritornare al cuore, nell’accezione di cui si è detto: cuore, che è la vita che sostiene tutto ciò che è e la vita che obbedisce al disegno per cui è, indirizzata alla meta che è la sua stessa ragion d’essere. [/JF]

[Continua JF] Cuore, che è ritorno al fondamento che si chiama anche Dio creatore, che crea ed è in ogni cosa e vede ogni cosa creata come buona, perché esistente e rispondente all’impulso che la indirizza verso il compimento della creazione, che è il suo stesso fondamento. In questa luce, esistenza e non esistenza sono termini relativi che vanno abbandonati. Abbandonare è qualcosa di molto concreto, ma la concretezza non è uno schema ripetitivo, ma la realtà di ogni attimo che passa senza lasciare traccia. Per questo, oltre ogni dubbio e tentennamento, «così stanno le cose e così è il testimoniare la via: è il testimoniarla che continua per tutta la vita, è i tanti momenti di vita che scaturiscono dal testimoniarla».  

Fonte: Busshō. La natura autentica, di Eihei Doghen. A cura di Giuseppe Jiso Forzani. Edizioni EDB, Bologna, marzo 2000.

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