Non trasformare immediatamente ciò che riconosci di te in qualcosa da eliminare. Prima riconoscilo senza farne una misura del tuo valore.
☉La pagina base dell’insegnamento di Elias con le informazioni necessarie e l’elenco dei post pubblicati. In questa pagina le sessioni tradotte in veste integrale o come estratti.
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MONOGRAFIE
7. La via indicata da Elias non è per diventare ma per essere
☉Fonti del capitolo presente [Sessioni indicate nel testo]
Capitolo 3
Riconoscere il proprio funzionamento può produrre un effetto quasi immediato: appena vediamo qualcosa che non ci piace, vogliamo modificarlo.
- Ci accorgiamo di cercare continuamente approvazione e pensiamo: devo smettere.
- Riconosciamo una paura: devo superarla.
- Scopriamo una credenza che limita le nostre scelte: devo sostituirla con una credenza migliore.
- Notiamo un comportamento ripetitivo: devo correggerlo.
Il movimento sembra ragionevole. Prima individuo il problema, poi lo risolvo.
Eppure proprio qui Elias introduce uno dei capisaldi più difficili del suo insegnamento: prima di cercare di cambiare ciò che riconosciamo, occorre imparare ad accettarlo.
Non perché cambiare sia sbagliato, ma perché il tentativo di cambiare qualcosa che abbiamo già classificato come sbagliato può trasformarsi facilmente in una lotta contro noi stessi.
Il problema non è vedere ciò che non ci piace
Accettazione non significa convincersi che tutto ciò che facciamo ci piaccia.
Possiamo riconoscere:
– non mi piace questa mia risposta;
– non preferisco questo comportamento;
– questa situazione mi crea disagio;
– vorrei scegliere diversamente.
Niente di questo, in sé, costituisce una mancanza di accettazione. Il problema nasce quando alla constatazione aggiungiamo una valutazione sul nostro valore:
non dovrei essere così;
c’è qualcosa che non va in me;
se fossi più consapevole non reagirei in questo modo;
devo eliminare questa parte di me.
È qui che ciò che abbiamo riconosciuto smette di essere informazione e diventa qualcosa contro cui opporci. Elias descrive ripetutamente questo movimento come espressione della duplicità: ciò che facciamo viene classificato come migliore o peggiore, giusto o sbagliato, accettabile o inaccettabile, e la valutazione viene poi rivolta contro noi stessi. (eliasweb.org)
Nella sessione 1732, parlando di una caratteristica personale vissuta con forte conflitto, la risposta di Elias è particolarmente semplice: non opporvisi. L’opposizione, afferma, alimenta l’intensità di ciò contro cui stiamo spingendo. (eliasweb.org)
Accettare comincia quindi da una possibilità molto concreta:
posso riconoscere questa espressione senza dover stabilire immediatamente che non dovrebbe esistere.
Accettare sé stessi non significa migliorare sé stessi
Questa distinzione attraversa tutto il corpus. In una delle sessioni iniziali Elias mette in guardia proprio dall’idea che ampliare la propria consapevolezza significhi diventare individui migliori. Parla invece di maggiore consapevolezza, ricordo e accettazione di sé. (eliasweb.org)
La differenza è sostanziale. Se parto da:
«devo diventare migliore»
ho già formulato implicitamente un giudizio:
«come sono adesso non è abbastanza».
L’accettazione di sé parte invece da un’altra posizione:
questa è l’espressione che sto creando adesso; posso riconoscerla senza trasformarla in una misura del mio valore.
Nella sessione 1498 Elias distingue esplicitamente l’accettazione di sé dall’accettazione delle credenze. L’accettazione di sé è descritta in termini più comprensivi: riconoscere e apprezzare sé stessi senza giudicare le proprie caratteristiche, scelte, direzioni e credenze sulla base delle regole o dei criteri degli altri. (eliasweb.org)
Questo non significa affermare:
tutto quello che faccio è perfetto.
Significa:
quello che faccio non determina se sono più o meno valido.
Una scelta può non piacermi. Un comportamento può non essere quello che preferisco. Posso perfino decidere di modificarlo. Ma non devo prima dichiararmi sbagliato per ottenere il permesso di cambiare.
Accettare non significa eliminare
La stessa confusione compare ancora più chiaramente quando Elias parla delle credenze. Per molti anni del corpus insiste su un punto: i sistemi di credenze appartengono al disegno di questa dimensione fisica. Non costituiscono un errore dal quale liberarci. (eliasweb.org)
Perciò accettare una credenza non significa:
– eliminarla;
– sostituirla con una credenza più evoluta;
– convincersi razionalmente del contrario.
Nella sessione 469 Elias usa un paragone quasi ironico: non eliminiamo noi stessi per poter finalmente accettare noi stessi; nello stesso modo, non eliminiamo le credenze per accettarle. (eliasweb.org)
La sessione 872 rende ancora più chiara la conseguenza pratica. Possiamo riconoscere una credenza e, nello stesso tempo, riconoscere di non essere obbligati a seguirne automaticamente l’influenza. La credenza continua a esistere, ma noi possiamo scegliere diversamente. (eliasweb.org)
Questo modifica completamente il problema.
La domanda non è più:
«Come faccio a sbarazzarmi di questa credenza?»
ma:
«Ora che la riconosco, sono necessariamente costretto a risponderle nello stesso modo?»
La risposta di Elias è no. Ed è proprio qui che colloca la libertà associata all’accettazione.
La credenza può restare mentre cambia la scelta
Supponiamo di riconoscere una credenza molto forte: se disapprovano ciò che faccio, probabilmente sto sbagliando.
Potrei tentare di sostituirla: non mi interessa assolutamente ciò che pensa nessuno.
Ma potrei non crederci affatto.
Anzi, il bisogno di ripetermelo potrebbe essere proprio l’indicazione che l’opinione degli altri continua ad avere molta importanza per me. Elias richiama esplicitamente questo problema: dichiarare mentalmente che qualcosa «non importa» non equivale ad averne neutralizzato l’influenza. (eliasweb.org)
Un altro movimento è possibile.
Posso riconoscere: sì, per me l’approvazione degli altri è importante.
E contemporaneamente:
questa credenza non mi obbliga a modificare la mia scelta per ottenere quell’approvazione.
Non ho eliminato la credenza.
Non ho finto di non provarne l’influenza.
Ma ho introdotto una possibilità che prima non vedevo.
Nella sessione 1240 Elias descrive precisamente questa dinamica: un individuo può continuare a incorporare una credenza e tuttavia non esserne vincolato; riconoscendola senza giudizio può scegliere di esprimerne un’altra influenza o muoversi secondo un’altra preferenza. (eliasweb.org)
L’accettazione non riduce dunque la scelta. La amplia.
«It matters not» non significa «non importa nulla»
Elias utilizza molto frequentemente l’espressione: “It matters not.”
Tradurla semplicemente con «non importa» può però essere fuorviante.
Nella sessione 1402 lo chiarisce esplicitamente: non sta dicendo che nulla abbia importanza. L’espressione indica piuttosto l’assenza di un giudizio assoluto nel momento considerato. Possiamo mantenere opinioni e preferenze, riconoscendo però che sono nostre e che una scelta differente non diventa per questo intrinsecamente sbagliata. (eliasweb.org)
Nota di uma: nel Sentiero diremmo: è un fatto, ciò che è.
Questo è essenziale. L’accettazione non produce indifferenza.
Non significa: per me una cosa vale l’altra.
Significa:
posso scegliere ciò che preferisco senza dover trasformare ciò che non preferisco in qualcosa che non dovrebbe esistere.
Nella sessione 1282 Elias porta l’esempio dell’esercizio fisico. Quando una credenza viene neutralizzata, l’individuo può finalmente rivolgersi più chiaramente alla propria preferenza:
– voglio fare questa attività perché mi piace e la preferisco?
oppure:
– la sto facendo perché considero il mio corpo inadeguato e penso di doverlo migliorare? (eliasweb.org)
L’azione può perfino essere identica. Ciò che cambia è il rapporto che abbiamo con essa.
Accettazione non significa approvazione
Un altro equivoco consiste nel pensare: se accetto qualcosa, devo considerarlo positivo.
Elias lo nega esplicitamente.
“Acceptance is not synonymous with liking.”
«Accettare non è sinonimo di apprezzare.»
Possiamo accettare l’espressione di un’altra persona senza gradirla e senza essere d’accordo con essa. (eliasweb.org)
Questo vale anche per noi stessi.
- Posso accettare che in questo momento provo gelosia senza dire che mi piace.
- Posso accettare di avere paura senza concludere che è uno stato accettabile.
- Posso riconoscere un comportamento senza affermare: voglio continuare a comportarmi così.
L’accettazione riguarda prima di tutto il riconoscimento della realtà dell’espressione senza opposizione e senza condanna del sé che la sta esprimendo.
Dopo di ciò, la scelta rimane completamente aperta.
Accettazione non significa accordo
La stessa distinzione vale nei confronti degli altri.
- Possiamo non essere d’accordo.
- Possiamo avere una preferenza diversa.
- Possiamo ritenere un comportamento incompatibile con il modo in cui desideriamo vivere.
Niente di questo richiede necessariamente di negare all’altro la legittimità della sua scelta. Nella sessione 1677 Elias afferma esplicitamente che accettazione e accordo non sono sinonimi. È possibile riconoscere una differenza, non gradirla e perfino scegliere di non partecipare a quella relazione o situazione. (eliasweb.org)
La sessione 1551 lo formula ancora più concretamente: riconoscere e accettare la scelta di un altro individuo può condurre proprio alla decisione di non partecipare a determinate interazioni, perché non corrispondono alle proprie preferenze. (eliasweb.org)
Questo ci permette di eliminare una delle interpretazioni più pericolose dell’accettazione: accettare significa sopportare tutto. No.
Posso accettare che una persona scelga un determinato comportamento e contemporaneamente scegliere: io non voglio partecipare a questo.
L’accettazione dell’altro non elimina la direzione di sé.
Nemmeno le emozioni devono scomparire
C’è poi un’aspettativa ancora più sottile: se fossi davvero accettante, questa situazione non mi farebbe più arrabbiare.
Oppure: se avessi accettato questa esperienza, non proverei più tristezza.
Elias affronta direttamente questo equivoco nella sessione 524.
Accettazione non significa eliminazione delle emozioni, dei pensieri o delle opinioni. Possiamo provare tristezza, gioia o altre emozioni e contemporaneamente non trasformarle in un giudizio sul valore della scelta che stiamo osservando. (eliasweb.org)
Questo collega il capitolo al precedente. L’emozione comunica. Se appena compare la giudichiamo: non dovrei sentirmi così, abbiamo smesso di ascoltare l’informazione e abbiamo cominciato a combattere il segnale.
Possiamo invece riconoscere: questa è la mia esperienza presente. E soltanto dopo domandarci che cosa desideriamo farne.
Accettare una credenza non significa seguirla
Questa distinzione merita di essere ripetuta perché modifica radicalmente il significato dell’accettazione.
Supponiamo di riconoscere: credo che una persona responsabile debba sempre mettere gli altri prima di sé.
Accettare questa credenza non significa obbedirle. Significa riconoscere:
questa credenza esiste in me e può influenzarmi.
A quel punto posso osservare cosa produce. Posso scegliere di seguirne l’influenza. Oppure posso scegliere diversamente.
La sessione 872 è molto esplicita: anche quando una credenza è presente, l’individuo non ne è necessariamente soggetto e può scegliere al di fuori della risposta automatica associata ad essa. (eliasweb.org)
Questa è probabilmente una delle formulazioni più pratiche dell’intero insegnamento.
Accettare una credenza significa smettere di doverla eliminare prima di poter scegliere diversamente.
Accettare non significa restare uguali
A questo punto può sorgere un’obiezione: se accetto tutto ciò che faccio, perché dovrei mai cambiare? Ma questa domanda contiene già l’idea che soltanto l’insoddisfazione verso noi stessi possa produrre movimento. Elias propone una prospettiva differente.
Possiamo cambiare perché:
- preferiamo un’altra esperienza;
- scopriamo una possibilità che prima non vedevamo;
- qualcosa non ci interessa più;
- vogliamo esplorare diversamente;
- una scelta differente ci corrisponde maggiormente.
Il cambiamento non richiede necessariamente il rifiuto di ciò che lo precedeva.
Nella sessione 289 Elias associa proprio l’accettazione a maggiore libertà e possibilità di movimento, anziché all’immobilità. (eliasweb.org)
L’accettazione non dice: resta come sei. Dice:
non devi dichiarare sbagliato ciò che sei adesso per permetterti di muoverti altrove.
Non trasformare l’accettazione in un’altra regola
C’è tuttavia un ultimo paradosso. Dopo aver letto tutto questo potremmo cominciare a giudicarci perché giudichiamo.
Non dovrei giudicare.
Sto opponendomi.
Non sono abbastanza accettante.
Dovrei aver già superato questa credenza.
Abbiamo semplicemente costruito una nuova versione dello stesso problema. Elias richiama ripetutamente questa trappola: l’individuo può utilizzare perfino l’idea di accettazione per classificare sé stesso come più o meno evoluto, più o meno consapevole, più o meno capace. (eliasweb.org)
Il corpus tardo rende la precisazione ancora più concreta. Elias riconosce che possiamo continuare ad avere opinioni, giudizi e criteri personali — perfino pensare che qualcosa sia sbagliato secondo le nostre linee guida. Il punto decisivo è non trasformare automaticamente quella valutazione individuale nell’aspettativa che anche l’altro debba necessariamente conformarvisi. (eliasweb.org)
Quindi anche il giudizio può essere riconosciuto senza una nuova condanna:
sto giudicando questa situazione.
Non occorre immediatamente aggiungere:
e non dovrei farlo.
Il riconoscimento viene prima.
Accettazione di sé e accettazione delle credenze
Possiamo ora distinguere i due movimenti.
Accettazione di sé
Significa non subordinare il proprio valore:
- alle proprie prestazioni;
- alle reazioni degli altri;
- alla conformità a una regola;
- alla presenza o assenza di determinate caratteristiche;
- alle scelte che abbiamo effettuato.
Nelle sessioni 469 e 472 Elias arriva a descrivere l’accettazione di sé quasi come una condizione preliminare all’accettazione delle credenze, perché gran parte del conflitto con le credenze nasce proprio dal modo in cui giudichiamo noi stessi attraverso di esse. (eliasweb.org) (eliasweb.org)
Accettazione delle credenze
Significa riconoscere che esse:
- esistono;
- appartengono alla struttura della realtà fisica;
- possono esercitare influenze;
- non devono essere eliminate;
- non determinano inevitabilmente una sola risposta.
La differenza è sottile, ma importante.
Accetto me stesso mentre riconosco la credenza.
Accetto la credenza senza considerarmi obbligato a seguirne una determinata influenza.
Da questa combinazione nasce una maggiore libertà di scelta.
Un esempio quotidiano
Supponiamo che qualcuno critichi un lavoro al quale teniamo molto.
La risposta immediata potrebbe essere:
– mi sento sminuito;
– devo dimostrare che ho ragione;
– non dovrebbe parlarmi così.
Poi ricordiamo ciò che abbiamo letto e tentiamo di correggerci:
– Non devo sentirmi sminuito.
– Non dovrei aver bisogno di approvazione.
– Devo essere più sicuro di me.
Abbiamo semplicemente rivolto il conflitto verso l’interno.
Un movimento di accettazione potrebbe essere molto più semplice:
Sì, questa critica mi colpisce.
Sì, desidero che il mio lavoro venga apprezzato.
Sì, una parte della mia risposta riguarda il modo in cui valuto me stesso attraverso il giudizio altrui.
Non abbiamo ancora cambiato nulla. Ma abbiamo smesso, almeno per un momento, di opporci a ciò che abbiamo riconosciuto.
- Ora possiamo scegliere.
- Possiamo chiedere chiarimenti.
- Possiamo accogliere parte della critica.
- Possiamo non essere d’accordo.
- Possiamo non rispondere.
- Possiamo modificare il lavoro.
- Possiamo lasciarlo esattamente com’è.
L’accettazione non ci ha indicato quale sia la scelta corretta.
Ci ha restituito più di una scelta possibile.
Ed è proprio questo il punto.
Il caposaldo
Possiamo formulare il terzo caposaldo così:
Non trasformare immediatamente ciò che riconosci di te in qualcosa da eliminare. Prima riconoscilo senza farne una misura del tuo valore.
Accettare non significa:
- approvare tutto;
- essere d’accordo con tutti;
- non avere preferenze;
- non provare emozioni;
- rinunciare ai confini;
- smettere di cambiare;
- seguire automaticamente le proprie credenze.
Significa poter vedere:
questa è la credenza;
questa è la risposta;
questa è l’emozione;
questa è la scelta che sto effettuando;
senza aggiungere inevitabilmente: e quindi c’è qualcosa che non va in me.
A quel punto il cambiamento, se viene scelto, non deve più nascere dalla necessità di correggere un sé considerato difettoso.
Può nascere semplicemente da una preferenza:
riconosco ciò che sto facendo e ora scelgo di muovermi diversamente.
Ma rimane una domanda. Anche quando riconosciamo ciò che facciamo e smettiamo di condannarci per questo, possiamo continuare a dubitare della nostra capacità di scegliere, interpretare le nostre esperienze e dirigerci senza una conferma esterna.
L’accettazione, da sola, non coincide ancora con la fiducia in sé. Ed è precisamente questo il passaggio successivo.
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Estratti delle trascrizioni di Elias riprodotti in queste pagine: copyright Mary Ennis. Tutti i diritti riservati. Fonte ufficiale delle trascrizioni e delle registrazioni audio di Elias: Eliasweb.org