Che cosa sto facendo, scegliendo ed esprimendo adesso — e che cosa posso riconoscere di me attraverso questa esperienza?
☉La pagina base dell’insegnamento di Elias con le informazioni necessarie e l’elenco dei post pubblicati. In questa pagina le sessioni tradotte in veste integrale o come estratti.
📌 NON PER DIVENTARE, PER ESSERE: la Monografia 7 raccolta in un volume digitale
MONOGRAFIE
7. La via indicata da Elias non è per diventare ma per essere
☉Fonti del capitolo presente [Sessioni indicate nel testo]
Introduzione
Introduzione
Quando ci si accosta all’insegnamento di Elias con l’intenzione di tradurlo nella vita quotidiana, è facile formulare subito una domanda: che cosa dovrei fare?
Quali pratiche dovrei introdurre? Quali atteggiamenti dovrei modificare? Quali credenze dovrei superare? Come dovrei comportarmi per diventare più consapevole, più accogliente, più orientato da sé? E, soprattutto, quale condizione dovrei raggiungere?
È precisamente qui che occorre fermarsi, perché formulare la questione in questo modo rischia di introdurre nel pensiero di Elias una struttura che egli continuamente mette in discussione: l’idea che l’individuo sia incompleto e che debba percorrere una via per diventare ciò che ancora non è.
Quando un interlocutore gli presenta una pratica spirituale come possibile mezzo per raggiungere una condizione superiore, Elias non svaluta la pratica. La riconosce come una scelta che può essere utile, persino facilitante. Ma distingue nettamente l’utilità del metodo dall’idea che attraverso quel metodo si possa conseguire una spiritualità più elevata:
“your highest spirituality is already expressed.”
“La tua spiritualità più elevata è già espressa.”
— Sessione 645.
La distinzione è radicale. Una pratica può offrire chiarezza, può modificare il modo in cui dirigiamo l’attenzione, può permettere di conoscerci meglio; ciò che non fa è trasformarci in un essere ontologicamente più spirituale. Elias arriva anzi ad affermare che interpretare un metodo come mezzo per raggiungere un’espressione più elevata può rafforzare proprio quella separazione che si vorrebbe superare.
Questa precisazione costituisce il punto di partenza della presente monografia.
I capisaldi che verranno presentati nelle pagine successive non formano una scala. Non descrivono le tappe attraverso cui un individuo meno realizzato diventa progressivamente più realizzato. Non costituiscono nemmeno un programma attraverso cui eliminare le credenze, le reazioni, le emozioni o le parti indesiderate di sé.
Descrivono piuttosto diversi aspetti di un funzionamento che è già in atto.
Già prestiamo attenzione.
Già generiamo scelte.
Già utilizziamo credenze e le loro influenze.
Già comunichiamo con noi stessi.
Già dirigiamo la percezione.
Già creiamo la nostra esperienza.
Già esprimiamo individualità, intento e value fulfillment-adempimento esistenziale.
Ciò che può modificarsi è quanto riconosciamo ciò che stiamo già facendo e quanto consapevolmente scegliamo di dirigerlo. Questo spostamento è essenziale.
La vita ordinaria non è la parte meno spirituale dell’esperienza
Un secondo equivoco nasce quando si immagina che la consapevolezza richieda in qualche modo di allontanarsi dalla concretezza della physical experience. Anche su questo punto Elias è esplicito.
Nella sessione 1152 definisce spirituality in maniera inclusiva: essa comprende tutte le esperienze dell’individuo, non soltanto quelle considerate intuitive, non fisiche, idealistiche o mistiche. Ogni aspetto della realtà e del self ne costituisce un’espressione.
La sessione 1084 sviluppa ulteriormente questa idea. Quando l’interlocutrice contrappone implicitamente crescita spirituale ed esperienza fisica, Elias risponde:
“your physical manifestation is also highly spiritual.”
“La tua manifestazione fisica è anche profondamente spirituale.”
— Sessione 1084.
Non vi è quindi, in questa prospettiva, una vita quotidiana dalla quale elevarsi per accedere a una vita realmente spirituale.
Il corpo, le relazioni, il lavoro, la sessualità, le preferenze, le emozioni, i conflitti, la creatività, il piacere, il disagio e le scelte apparentemente minime appartengono tutti all’esperienza attraverso la quale la coscienza si esprime ed esplora. La distinzione fra aspetti “più spirituali” e “meno spirituali” appartiene, per Elias, alle credenze attraverso cui gli individui classificano l’esperienza. Già nelle sessioni più antiche osservava che anche le idee sulla spiritualità costituiscono un sistema di credenze e non conferiscono automaticamente maggiore valore a una determinata direzione.
Per questo motivo, nelle pagine che seguono, il riferimento sarà continuamente ricondotto alla vita concreta. Non si tratterà di chiedersi soltanto che cosa si comprende concettualmente, ma:
Dove sto dirigendo la mia attenzione?
Che cosa sto realmente facendo?
Che cosa sto scegliendo?
Quale influenza sto esprimendo?
Che cosa mi sto comunicando?
Che cosa considero importante?
Come sto partecipando a questa situazione?
È in questo territorio ordinario che i concetti di Elias acquistano il loro significato.
Non una missione da scoprire
La stessa cautela vale per l’idea di avere qualcosa di speciale da compiere. Nella sessione 1152 un’interlocutrice domanda se stia facendo ciò per cui è venuta in questa vita o se vi siano altre azioni che deve compiere. Elias sposta immediatamente la domanda:
“It is not a question of what you need…”
“Non si tratta di ciò di cui hai bisogno…”
e la riconduce invece a ciò che l’individuo vuole realizzare e alla soddisfazione relativa a ciò che sta già generando.
Più avanti la stessa interlocutrice esprime la convinzione, presente fin dall’infanzia, che esista qualcosa di importante e spirituale che dovrebbe fare. Elias non le assegna una missione nascosta da scoprire. Riporta la questione alla sua esperienza concreta di relazione, intimità, separazione e interconnessione.
Questo orientamento sarà determinante anche quando parleremo di intent.
L’intent non verrà presentato come un destino, una professione predeterminata o una missione spirituale. Il problema non sarà scoprire l’unica attività che giustifichi la propria esistenza. Sarà piuttosto imparare a riconoscere la continuità della direzione che il focus sta già esprimendo attraverso esperienze molto diverse.
La domanda cambia quindi da: «Che cosa sono venuto qui a fare?»
a: «Che cosa posso riconoscere nella vita che sto già vivendo?»
Riconoscere non significa perfezionare
Un’altra possibile distorsione consiste nell’utilizzare le informazioni di Elias come un nuovo strumento di autocorrezione. Una volta appreso che l’attenzione dirige la percezione, che esercita influenze, che le emozioni comunicano e che l’individuo incorpora scelte, potrebbe nascere una nuova serie di richieste:
dovrei prestare meglio attenzione;
dovrei essere più accogliente;
dovrei fidarmi maggiormente;
non dovrei reagire;
dovrei scegliere sempre intenzionalmente;
dovrei creare soltanto ciò che voglio.
In questo modo, concetti nati per ampliare la conoscenza di sé diventerebbero criteri attraverso cui giudicarsi. La direzione di questa monografia sarà opposta.
Quando parleremo di autoconapevolezza, non significherà sorvegliarsi continuamente.
Quando parleremo di accettazione, non significherà approvare tutto ciò che si fa.
Quando parleremo di fiducia, non significherà non dubitare mai.
Quando parleremo di scelta, non significherà effettuare sempre la scelta perfetta.
Quando parleremo di creazione intenzionale, non significherà controllare ogni risultato.
Quando parleremo di self-love, non significherà piacersi in ogni momento.
Il punto non è sostituire vecchi “dovrei” con nuovi “dovrei”. Il punto è ricevere più informazioni su ciò che stiamo già creando, così che la scelta non rimanga confinata a una reazione o a un’influenza che non riconosciamo.
Nella sessione 1152 Elias collega precisamente la possibilità di cambiare direzione al prestare attenzione a ciò che effettivamente si sta facendo, alle scelte che vengono generate e alle convinzioni che le influenzano. Ciò che facciamo nel presente offre informazioni su ciò che stiamo scegliendo; riconoscerlo rende possibile una diversa direzione.
Non esiste una condizione finale da raggiungere
La cautela più importante riguarda infine la stessa idea di “cammino”. Elias descrive la coscienza come un’azione di continua esplorazione: continua a esplorare il proprio essere attraverso la generazione di esperienze, senza attribuire minore valore all’esplorazione fisica rispetto a quella non fisica.
Questa prospettiva rende problematica ogni rappresentazione della vita come percorso lineare che dovrebbe concludersi nel raggiungimento di una condizione definitiva.
Ci possono essere esperienze che terminano.
Direzioni che cambiano.
Esplorazioni che vengono completate.
Scelte che non desideriamo più continuare.
Ma non dobbiamo trasformare questi completamenti specifici nell’idea che la coscienza stessa proceda verso un proprio compimento finale. Questo punto tornerà nella conclusione della monografia, quando esamineremo il rapporto fra adempimento esistenziale, completamento e disimpegno.
Per ora è sufficiente fissare il principio che guiderà tutto ciò che segue:
non stiamo costruendo una persona che ancora non esiste.
Stiamo cercando di comprendere più chiaramente l’individuo che sta già scegliendo, percependo, comunicando, creando ed esplorando.
Come leggere i capisaldi che seguono
Per questa ragione i capitoli successivi non devono essere affrontati nell’ordine di una disciplina.
Attenzione non viene “prima” di accettazione in senso evolutivo.
Accettazione non viene “prima” di fiducia come gradino spirituale.
Fiducia non conduce a scelte come risultato finale.
L’autodirezione non conduce alla percezione come stato superiore.
Tutti questi movimenti operano insieme e continuamente.
La separazione in capitoli serve soltanto a renderli riconoscibili. Potrà quindi accadere che una situazione concreta richieda contemporaneamente di:
- riportare attenzione a sé;
- riconoscere una sensazione;
- vedere una credenza;
- accettare la propria reazione senza condannarla;
- ricordarsi di possedere scelta;
- riconoscere una preferenza;
- esprimere un confine;
- scegliere una nuova partecipazione.
Non si è “tornati indietro” perché compare nuovamente una reazione. Non si è “fallito” perché una credenza continua a influenzare la percezione. Non si è meno in armonia con sé perché una scelta non produce il risultato previsto.
L’esperienza stessa continua a offrire informazioni.
Ed è questo, forse, il filo più semplice attraverso cui leggere l’intera monografia: non come un metodo per diventare migliori, ma come un insieme di riferimenti attraverso cui conoscere più chiaramente come stiamo già partecipando alla nostra esperienza.
La domanda iniziale — che cosa dovrei fare? — può allora essere sostituita da una domanda molto più vicina al movimento indicato da Elias:
Che cosa sto facendo, scegliendo ed esprimendo adesso — e che cosa posso riconoscere di me attraverso questa esperienza?
Da qui possiamo cominciare.
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Estratti delle trascrizioni di Elias riprodotti in queste pagine: copyright Mary Ennis. Tutti i diritti riservati. Fonte ufficiale delle trascrizioni e delle registrazioni audio di Elias: Eliasweb.org