Diventare maggiormente consapevoli di sé significa diventare più familiari con il proprio funzionamento.
☉La pagina base dell’insegnamento di Elias con le informazioni necessarie e l’elenco dei post pubblicati. In questa pagina le sessioni tradotte in veste integrale o come estratti.
📌 NON PER DIVENTARE, PER ESSERE: la Monografia 7 raccolta in un volume digitale
MONOGRAFIE
7. La via indicata da Elias non è per diventare ma per essere
☉Fonti del capitolo presente [Sessioni indicate nel testo]
Capitolo 2
Sapere quale direzione attraversa la propria vita non significa ancora conoscere bene come la stiamo vivendo. Possiamo riconoscere interessi ricorrenti, desideri, inclinazioni e continuità nella nostra esperienza e, nello stesso tempo, conoscere molto poco il modo in cui reagiamo alle situazioni, utilizziamo il pensiero, interpretiamo ciò che sentiamo o ripetiamo comportamenti divenuti abituali.
È qui che entra quella che Elias chiama consapevolezza di sé. Il termine può far pensare a una condizione particolarmente avanzata o a una capacità di osservarsi continuamente. Elias parte invece da qualcosa di molto più elementare.
Nella sessione 202103211 definisce la consapevolezza di sé come
– essere consapevoli della propria esistenza,
– possedere attenzione,
– poterla dirigere in direzioni differenti e generare una percezione.
Un essere consapevole di sé sa, almeno in qualche misura, di esistere come individuo all’interno della realtà con cui interagisce e sa di poter influire su di essa. (eliasweb.org)
Ma questa è soltanto la condizione di base. Una persona può essere perfettamente consapevole di esistere e tuttavia non conoscere molto bene come funziona.
Può non riconoscere:
- quali comportamenti ripete automaticamente;
- quali situazioni suscitano determinate risposte;
- quali capacità esprime con naturalezza;
- quali modalità ha acquisito per abitudine;
- che cosa comunica a sé stessa attraverso le emozioni;
- come il corpo partecipa a queste comunicazioni;
- quanto spesso effettua scelte senza accorgersi di farlo.
In questo senso, diventare maggiormente consapevoli di sé non significa diventare “più coscienti” in senso ontologico. Significa diventare più familiari con il proprio funzionamento.
Ciò che è abituale può sembrarci naturale
Una delle difficoltà principali è che gran parte di ciò che facciamo ci appare semplicemente come: «il mio modo di essere». Una risposta ripetuta per anni può diventare così familiare da non essere più riconosciuta come una risposta.
Possiamo dire: «Io sono fatto così.» quando, in realtà, stiamo descrivendo qualcosa che abbiamo imparato a fare molto bene. La sessione 202103211 offre un esempio fisico molto semplice.
Elias parla della postura e osserva che una posizione mantenuta abitualmente per lungo tempo diventa quella che il corpo assume spontaneamente. Non perché sia necessariamente la sua unica espressione naturale, ma perché è diventata familiare attraverso la ripetizione. (eliasweb.org)
Lo stesso principio può essere applicato a molti comportamenti. Possiamo esserci abituati a:
- anticipare i problemi;
- spiegare continuamente le nostre scelte;
- cercare conferme;
- evitare il conflitto;
- reagire rapidamente;
- trattenere ciò che vogliamo esprimere.
La familiarità rende questi movimenti quasi invisibili.
Conoscersi, quindi, non significa semplicemente sapere quali gusti abbiamo o come ci descriveremmo. Significa anche riconoscere ciò che facciamo così abitualmente da non accorgerci più di farlo.
Non esiste un “sé interiore” che agisce alle nostre spalle
Quando cominciamo a osservare questi movimenti può emergere un altro equivoco. Alcune azioni sembrano avvenire senza una decisione cosciente. Il corpo può manifestare qualcosa che non desideriamo. Un’emozione può comparire improvvisamente. Possiamo accorgerci di avere creato una situazione che, a livello del pensiero, sostenevamo di non volere.
È facile allora immaginare due soggetti:
– un io cosciente che vuole una cosa
– e un qualche io interiore che ne vuole un’altra.
Elias respinge ripetutamente questa separazione. Nella sessione 1280 distingue consapevolezza oggettiva e consapevolezza soggettiva, ma non le presenta come due persone. Hanno funzioni differenti e comunicano continuamente fra loro. La consapevolezza soggettiva offre comunicazioni; quella oggettiva le traduce ed esprime attraverso l’immagine della vita quotidiana. (eliasweb.org)
Nella sessione 202304141 la precisazione è ancora più esplicita. Quando l’interlocutore parla della consapevolezza soggettiva come se fosse qualcosa di misterioso che agisce “dietro le sue spalle”, Elias risponde: è te.
E lo stesso vale per il corpo: non è un’entità separata che prende decisioni proprie. Tutti questi aspetti costituiscono parti differenti di un unico individuo. (eliasweb.org)
Questa distinzione ha conseguenze pratiche importanti. Se ciò che non comprendiamo viene attribuito a un altro sé, la nostra esperienza si divide immediatamente in due parti:
– quella che controlliamo
– e quella che ci accade.
La consapevolezza di sé comincia invece a ridurre questa separazione: anche ciò che non riconosco ancora appartiene al mio funzionamento.
Non significa che ne conosca immediatamente il significato. Significa che posso cominciare a osservarlo senza attribuirlo a un soggetto misterioso nascosto dentro di me.
Le emozioni sono comunicazioni
Uno degli strumenti principali attraverso cui possiamo conoscere il nostro funzionamento è l’emozione. Anche qui Elias introduce una distinzione insolita. Nella sessione 739 afferma:
“The genuine definition of emotion is an action of communication.”
«La definizione autentica dell’emozione è un’azione di comunicazione.»
E aggiunge immediatamente: comunicazione e reazione non sono la stessa cosa. (eliasweb.org)
Nella nostra esperienza quotidiana diciamo spesso:
«Sono arrabbiato perché lui ha fatto questo.»
«Sono triste perché è successo quello.»
«Questa situazione mi rende ansioso.»
L’emozione appare come una reazione prodotta dall’evento esterno.
Nel modello di Elias, invece, essa comunica qualcosa su ciò che noi stiamo facendo in relazione a quell’esperienza.
Questo cambia il tipo di domanda. Non soltanto:
«Che cosa mi è successo?»
ma anche:
«Che cosa mi sto comunicando attraverso ciò che sento?»
La sensazione è il segnale, non l’intero messaggio
La distinzione diventa ancora più precisa nelle sessioni 751 e 1382. Elias separa:
la sensazione
dal
messaggio della comunicazione emotiva.
La sensazione è ciò che richiama la nostra attenzione. Rabbia, tristezza, paura, eccitazione, gioia o disagio sono segnali facilmente riconoscibili. Ma identificare il segnale non significa ancora aver compreso ciò che ci stiamo comunicando. (eliasweb.org)
È come udire il suono di una notifica. Il suono ci dice: «c’è un messaggio». Non ci dice ancora quale sia il suo contenuto.
Nella sessione 1382 Elias spiega che, una volta riconosciuta la sensazione, possiamo domandarci: che cosa sto facendo in questo momento che sta producendo questo segnale?
L’emozione è collegata a ciò che stiamo generando nel momento in cui viene espressa, anche quando la nostra attenzione è rivolta a un episodio passato o a qualcosa che immaginiamo possa avvenire in futuro. (eliasweb.org)
Per esempio, posso provare ansia pensando a una riunione prevista per domani.
La riunione non sta avvenendo ora. Ma l’anticipazione sta avvenendo ora.
La comunicazione riguarda quindi ciò che sto facendo adesso con quell’evento futuro.
Non tutto ciò che sentiamo va immediatamente interpretato
Questa distinzione impedisce anche un altro errore: trasformare ogni sensazione in un messaggio da decifrare ossessivamente.
Elias non invita a costruire un codice universale:
– rabbia significa sempre X;
– paura significa sempre Y;
– tensione alla schiena significa sempre Z.
La comunicazione è individuale e dipende da ciò che l’individuo sta facendo in quel momento.
Nella sessione 1402 chiarisce inoltre che non offriamo necessariamente una comunicazione emotiva in ogni istante. Quando essa compare, può offrire informazione sulle influenze che stanno partecipando alle nostre scelte, sulle nostre preferenze e su ciò che stiamo effettivamente generando. (eliasweb.org)
Quindi non serve trasformare la vita in un esercizio permanente di interpretazione.
Serve piuttosto imparare a riconoscere:
questa sensazione sta attirando la mia attenzione; posso ascoltarla prima di reagire automaticamente.
Il pensiero traduce, ma non è tutta la comunicazione
Anche il ruolo del pensiero viene facilmente frainteso. Quando avvertiamo un’emozione, il pensiero tende immediatamente a darle un nome e a costruire una spiegazione: «Sono arrabbiato perché lui mi ha mancato di rispetto.»
Ma Elias distingue il pensiero dalla comunicazione che sta traducendo. La sessione 751 spiega che, quando riconosciamo soltanto la sensazione, il pensiero può limitarsi a darle un’etichetta:
– rabbia;
– paura;
– tristezza.
Quando invece riconosciamo che esiste una comunicazione, il pensiero può svolgere più pienamente la propria funzione di traduzione e aiutarci a comprenderne il contenuto. (eliasweb.org)
Questo significa che il pensiero non è il nemico. Ma non è neppure l’unica fonte di informazione. Il problema nasce quando accettiamo automaticamente la prima spiegazione che produce.
Sentire un’emozione non significa doverla seguire
Le sessioni tarde introducono una distinzione molto utile fra provare una sensazione e seguirla.
Posso provare rabbia.
Questo è un dato della mia esperienza.
Ma posso anche cominciare a pensare ripetutamente:
– non avrebbe dovuto farlo;
– lo fa sempre;
– anche l’altra volta ha fatto la stessa cosa;
– adesso gli dimostrerò che ha torto.
Nella sessione 202411021 Elias descrive proprio questo movimento: la sensazione richiama l’attenzione, il pensiero comincia ad alimentarla, richiama altre situazioni e la mantiene attiva aumentando progressivamente la sua intensità. (eliasweb.org)
Nella sessione 202210241 chiama questo processo “following feelings”, che possiamo rendere come: seguire o alimentare la sensazione.
E precisa che non significa semplicemente provarla. Posso sentire qualcosa senza costruire attorno a quella sensazione un circuito continuo di pensieri che la rafforzano. (eliasweb.org)
Questa distinzione è importante perché evita due estremi opposti:
– obbedire automaticamente alle emozioni
oppure
– reprimerle.
La proposta è diversa:
sentire → riconoscere → ascoltare → poi decidere che cosa fare.
Anche il corpo comunica, ma il corpo non è un altro soggetto
Le comunicazioni non avvengono soltanto attraverso le emozioni.
Il corpo può esprimere:
- tensione;
- stanchezza;
- agitazione;
- rilassamento;
- modificazioni del respiro;
- cambiamenti nella postura;
- molte altre manifestazioni.
Ma anche qui Elias invita a evitare la separazione. Nella sessione 202103211 afferma che il corpo non possiede una propria consapevolezza separata: la consapevolezza del corpo sei tu. (eliasweb.org)
Nella 202304141 ribadisce che il corpo, la consapevolezza soggettiva, quella oggettiva e la percezione non sono soggetti differenti che negoziano fra loro. Sono diverse funzioni dell’individuo. (eliasweb.org)
Questo è particolarmente importante quando il corpo manifesta qualcosa che non desideriamo. Dire: «il mio corpo mi sta facendo questo» può già introdurre una separazione.
Il modello di Elias invita invece a considerare quella manifestazione come parte dell’informazione complessiva che stiamo esprimendo.
Naturalmente ciò non significa attribuire automaticamente un significato psicologico a ogni sintomo né sostituire valutazioni mediche con interpretazioni metafisiche. Il punto qui è soltanto concettuale: il corpo appartiene al sé che stiamo cercando di conoscere; non è un ente esterno al quale siamo stati affidati.
Conoscersi significa riconoscere più di una voce del proprio funzionamento
A questo punto possiamo vedere perché Elias attribuisce tanta importanza alla consapevolezza di sé. Non si tratta di sviluppare una capacità speciale. Si tratta di cominciare a riconoscere contemporaneamente diversi aspetti dell’esperienza:
- ciò che stiamo facendo;
- ciò che sentiamo;
- ciò che il corpo esprime;
- ciò che il pensiero sta traducendo;
- le modalità abituali con cui reagiamo;
- le capacità che utilizziamo spontaneamente;
- le situazioni in cui ci muoviamo con maggiore naturalezza;
- quelle in cui entriamo immediatamente in automatismi familiari.
Queste informazioni non devono necessariamente concordare sempre.
- Posso pensare: «questa situazione non mi crea alcun problema» e accorgermi che il corpo è continuamente teso.
- Posso dire: «voglio assolutamente farlo» e accorgermi di rinviare continuamente.
- Posso dichiarare: «non mi interessa il giudizio degli altri» e scoprire di modificare il mio comportamento ogni volta che temo una disapprovazione.
Nessuno di questi esempi dimostra automaticamente quale sia la “verità nascosta”. Indica soltanto che il nostro funzionamento contiene più informazione di quella che viene registrata dal pensiero cosciente in una prima lettura.
Dalla reazione all’intenzionalità
Ed è qui che compare finalmente il motivo pratico per cui la consapevolezza di sé è così importante. Nella sessione 202406301 Elias collega esplicitamente l’essere maggiormente consapevoli di sé alla possibilità di essere intenzionali. Essere intenzionali significa sapere, in misura crescente:
- che cosa si sta facendo;
- che cosa si sta scegliendo;
- come si sta utilizzando la propria energia;
- a che cosa si sta attribuendo importanza. (eliasweb.org)
Non significa controllare tutto. Significa diminuire lo spazio in cui agiamo senza riconoscere affatto ciò che stiamo facendo.
La sessione 202508151 formula questo orientamento in modo molto netto: il centro dell’insegnamento è arrivare a vivere e scegliere intenzionalmente. (eliasweb.org)
Ma questa intenzionalità non può essere imposta dall’esterno. Non si ottiene semplicemente dicendo: «Da oggi farò scelte consapevoli.»
Prima occorre conoscere abbastanza il proprio funzionamento da accorgersi delle scelte che vengono già effettuate.
Non trasformare la consapevolezza di sé in sorveglianza
Anche qui esiste un rischio. Una volta comprese tutte queste distinzioni, potremmo cominciare a controllarci incessantemente:
– Che emozione provo?
– Che cosa significa?
– Che cosa sta facendo il corpo?
– Quale parte soggettiva ha prodotto questo?
– Sto scegliendo correttamente?
Ma questo produrrebbe soltanto un’altra forma di tensione. La stessa sessione 202103211 contiene un esempio quasi ironico. L’interlocutore tenta di controllare contemporaneamente ogni muscolo necessario a un esercizio e finisce per non riuscire più a svolgerlo. Elias gli fa notare che sta pensando troppo e che molte azioni possono coordinarsi più efficacemente quando smette di analizzarne ogni dettaglio. (eliasweb.org)
Conoscersi non significa quindi osservare ogni movimento con una lente d’ingrandimento.
Significa diventare abbastanza familiari con sé stessi da poter riconoscere ciò che è significativo quando compare.
La consapevolezza non deve sostituire l’esperienza.
Deve permetterci di esserci maggiormente dentro.
Il caposaldo
Possiamo quindi formulare il secondo caposaldo della monografia in questo modo:
Conosci abbastanza il tuo modo di funzionare da riconoscere ciò che stai facendo prima che l’automatismo venga scambiato per l’unica possibilità disponibile.
Questo significa imparare a riconoscere:
- ciò che è diventato abituale;
- ciò che stiamo comunicando attraverso le emozioni;
- la differenza fra sensazione e messaggio;
- il modo in cui il pensiero traduce e talvolta alimenta ciò che sentiamo;
- ciò che il corpo esprime;
- la continuità fra consapevolezza oggettiva, soggettiva e corpo;
- le scelte che compiamo senza averle ancora rese intenzionali.
Non significa ottenere una conoscenza completa e definitiva di sé.
Né significa eliminare gli automatismi.
Significa rendere sempre meno estraneo ciò che accade dentro la nostra stessa esperienza.
E questo prepara il passaggio successivo. Perché quando cominciamo a vedere più chiaramente ciò che facciamo, ciò che sentiamo e le modalità che ripetiamo, compare quasi inevitabilmente una tentazione:
giudicare ciò che abbiamo scoperto
e cercare immediatamente di correggerlo.
È precisamente qui che diventa necessario comprendere il significato che Elias attribuisce all’accettazione. Il prossimo capitolo partirà dunque da una domanda diversa:
Posso riconoscere ciò che sto facendo senza trasformarlo immediatamente in qualcosa di sbagliato che deve essere eliminato?
È da qui che entreremo nel Capitolo 3 — Accetta ciò che vedi prima di cercare di cambiarlo.
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Estratti delle trascrizioni di Elias riprodotti in queste pagine: copyright Mary Ennis. Tutti i diritti riservati. Fonte ufficiale delle trascrizioni e delle registrazioni audio di Elias: Eliasweb.org