“La tua attenzione è il timone che governa la tua nave. La tua nave è la tua percezione.”
☉La pagina base dell’insegnamento di Elias con le informazioni necessarie e l’elenco dei post pubblicati. In questa pagina le sessioni tradotte in veste integrale o come estratti.
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MONOGRAFIE
7. La via indicata da Elias non è per diventare ma per essere
☉Fonti del capitolo presente [Sessioni indicate nel testo]
Capitolo 1
Una delle indicazioni che Elias ripete più frequentemente è anche una delle più facili da fraintendere: prestare attenzione a sé.
A prima vista può sembrare un invito all’introspezione, a pensare maggiormente a sé stessi oppure a distogliere l’attenzione dagli altri e dal mondo esterno. In realtà Elias attribuisce all’attenzione un significato molto più ampio. Non la identifica con il pensiero e nemmeno con una particolare attività mentale. Nella sessione 986 arriva a formulare la distinzione in termini estremamente netti:
“Your attention is you. It is your awareness.”
“La tua attenzione sei tu. È la tua consapevolezza.”
— Sessione 986.
L’attenzione, dunque, non è semplicemente qualcosa che possediamo e che possiamo rivolgere qua o là. Elias la associa alla nostra stessa consapevolezza, all’espressione congiunta della consapevolezza oggettiva e soggettiva. Il pensiero è invece un meccanismo specifico, che continua a prodursi anche quando non vi prestiamo attenzione. Possiamo pensare senza concentrare l’attenzione sul pensiero, così come possiamo spostare l’attenzione verso altri aspetti della nostra esperienza. (EliasWeb)
Questa distinzione è importante perché nella vita ordinaria tendiamo facilmente a identificare ciò a cui pensiamo con ciò a cui stiamo prestando attenzione.
Possiamo passare molto tempo pensando a noi stessi — chiedendoci che cosa abbiamo fatto male, come veniamo giudicati, che cosa dovremmo cambiare — e tuttavia, nel significato indicato da Elias, non stare affatto prestando attenzione a noi.
Se il pensiero continua a ruotare attorno al comportamento degli altri, alle loro aspettative o alla loro valutazione, l’attenzione rimane in larga misura diretta all’esterno.
La differenza non consiste quindi fra pensare agli altri e pensare a sé, ma fra perdere il proprio riferimento e continuare a riconoscere ciò che stiamo generando mentre interagiamo con ciò che ci circonda.
L’attenzione dirige la percezione
Per spiegare la funzione dell’attenzione Elias utilizza ripetutamente l’immagine di una nave. L’attenzione è il timone; la percezione è la nave.
“Your attention is the wheel that steers your ship. Your ship is your perception.”
“La tua attenzione è il timone che governa la tua nave. La tua nave è la tua percezione.”
— Sessione 872.
La percezione, nel sistema di Elias, è il meccanismo che crea la realtà fisica dell’individuo. (Si tenga presente che l’atto della percezione non è passivo, nel sistema di Elias è creativo; è l’equivalente del meccanismo creazione/percezione che troviamo nel Cerchio Firenze 77 e nel Cerchio Ifior, ndr) L’attenzione non è quindi un elemento secondario: contribuisce a determinarne la direzione. (EliasWeb)
Questo non significa che basti rivolgere volontariamente l’attenzione a qualcosa perché esso si manifesti. Né significa che l’attenzione debba essere mantenuta rigidamente sotto controllo. Significa, più semplicemente, che ciò a cui prestiamo attenzione e il modo in cui vi prestiamo attenzione influiscono profondamente sulla percezione attraverso cui costruiamo l’esperienza.
Se, per esempio, in una relazione concentriamo continuamente l’attenzione su ciò che l’altro pensa di noi, sulle sue reazioni, sulla possibilità che ci approvi o ci rifiuti, la nostra percezione tenderà a organizzarsi attorno a quell’elemento. Diventa più difficile riconoscere ciò che noi stessi vogliamo, ciò che stiamo scegliendo e le comunicazioni che stiamo offrendo a noi stessi.
Nella sessione 841 Elias riprende proprio l’immagine della nave: quando l’attenzione rimane concentrata sull’altra persona e sulle paure relative alla sua risposta, non stiamo più tenendo il timone della nostra esperienza. Riportare l’attenzione a sé significa innanzitutto tornare a osservare ciò che noi stiamo creando e facendo, anziché tentare di dirigere il comportamento o le scelte dell’altro. (EliasWeb)
Non si tratta quindi di una tecnica per isolarsi dal mondo, ma di una condizione necessaria per parteciparvi senza perdere continuamente il proprio riferimento.
Prestare attenzione a sé non significa occuparsi soltanto di sé
Questo è uno degli equivoci che Elias affronta esplicitamente. Potremmo pensare che, se manteniamo l’attenzione su noi stessi, finiremo inevitabilmente per prestarne meno agli altri. Elias sostiene il contrario: quando riconosciamo ciò che stiamo generando, le nostre reazioni, le nostre associazioni e ciò che comunichiamo a noi stessi, possiamo anche osservare l’altro più chiaramente e con minore giudizio. (EliasWeb)
Prestare attenzione a sé non significa quindi smettere di ascoltare una persona mentre parla per rivolgersi continuamente all’interno. Possiamo essere completamente coinvolti in una conversazione e, nello stesso tempo, non perdere la consapevolezza della nostra partecipazione: come ci sentiamo, che cosa stiamo facendo, che cosa stiamo scegliendo, quale energia stiamo esprimendo.
Elias sottolinea inoltre che essere soli non garantisce affatto di stare prestando attenzione a sé. Una persona può trascorrere un pomeriggio da sola e mantenere per tutto il tempo l’attenzione sul lavoro, sugli altri, sul futuro, sulle preoccupazioni o su ciò che farà più tardi. La solitudine può facilitare inizialmente la familiarizzazione con sé stessi, ma non costituisce di per sé attenzione a sé. (EliasWeb)
La questione, quindi, non è: «Sono solo oppure con altre persone?»
ma:
«Dov’è la mia attenzione mentre sto vivendo questa esperienza?»
Essere nel presente ed essere presenti
Elias introduce qui una distinzione particolarmente sottile e utile. Essere nel presente ed essere presenti non sono, per lui, esattamente la stessa cosa.
Nella sessione 201507171 precisa che si può essere nel presente senza essere veramente presenti; è invece molto più difficile essere presenti senza trovarsi anche nel presente. Essere presenti implica non soltanto trovarsi temporalmente nell’esperienza attuale, ma essere consapevoli di sé mentre la si sta vivendo. (EliasWeb)
Questa distinzione risolve diversi equivoci. Possiamo svolgere un’attività nel presente ed essere nello stesso tempo completamente assorbiti da:
- anticipazioni su ciò che succederà;
- preoccupazioni per la reazione di qualcuno;
- ripetizioni mentali di ciò che è accaduto;
- valutazioni continue di noi stessi;
- tentativi di controllare l’esito di ciò che stiamo facendo.
Fisicamente siamo qui, ma la nostra attenzione non accompagna realmente ciò che stiamo vivendo. D’altra parte, essere presenti non significa concentrarsi ossessivamente sul presente né ripetersi continuamente: «Sono qui, sono qui, sono qui».
Nel 2022 Elias chiarisce che una persona può essere completamente assorbita in un libro, in un film o in una conversazione e continuare a essere presente. Essere presenti non significa pensare continuamente a sé stessi. Ciò che fa la differenza è non perdere completamente la consapevolezza della propria partecipazione all’esperienza. (EliasWeb)
Questo rende il concetto molto più naturale. La presenza non è una sorveglianza di sé. È un modo di non scomparire dalla propria esperienza mentre la si vive.
Il futuro non è contrario alla presenza
Anche progettare il futuro è compatibile con l’essere presenti. Nella stessa sessione del 2022 Elias distingue il possedere un obiettivo dal concentrare continuamente l’attenzione sull’esito. Possiamo stabilire ciò che vogliamo realizzare e poi prestare attenzione al processo attraverso cui lo stiamo facendo. Questo non ci allontana dal presente. (EliasWeb)
La differenza può sembrare piccola ma è sostanziale. Immaginiamo di dover preparare un lavoro importante.
Possiamo sapere chiaramente quale risultato vogliamo ottenere e, mentre lavoriamo, essere concentrati su ciò che stiamo facendo adesso: leggere, scrivere, correggere, scegliere. Oppure possiamo svolgere le stesse azioni continuando mentalmente a proiettarci nel risultato: sarà abbastanza buono? Piacerà? Funzionerà? Che cosa accadrà se fallisco?
Nel secondo caso una parte considerevole dell’attenzione non accompagna più l’azione presente, ma viene catturata dall’anticipazione.
Per Elias il problema non è dunque avere progetti. È abbandonare il processo presente per vivere continuamente nel risultato previsto.
L’attenzione è mobile
Un altro elemento importante della sessione 986 è la mobilità dell’attenzione. Elias insiste sul fatto che l’attenzione non è legata permanentemente al pensiero. Può muoversi. Questa capacità di spostamento è precisamente ciò che rende possibile diventare maggiormente consapevoli delle molte comunicazioni che continuamente offriamo a noi stessi. (EliasWeb)
Questo significa anche che prestare attenzione a sé non richiede una concentrazione rigida. Posso ascoltare qualcuno e poi notare una tensione nel corpo. Posso tornare alla conversazione e accorgermi che sto cercando approvazione. Posso continuare ad ascoltare e riconoscere un’emozione. Posso osservare che sto anticipando una risposta.
L’attenzione si muove. La questione non è impedirle di muoversi, ma riconoscere dove si trova e recuperare la possibilità di dirigerla.
Una presenza che richiedesse di mantenere continuamente l’attenzione su un unico punto diventerebbe essa stessa una forma di controllo. Elias descrive invece un movimento più flessibile: essere coinvolti nell’esperienza senza perdere completamente il contatto con ciò che stiamo generando.
Che cosa e come
Nel 2016 Elias riduce tutto questo a due domande sorprendentemente semplici:
“What are you paying attention to?”
“A cosa stai prestando attenzione?”
e, subito dopo:
come vi stai prestando attenzione?
Non basta infatti sapere che cosa occupa la nostra attenzione. Conta anche come lo stiamo guardando. (EliasWeb)
Una stessa situazione può ricevere un’attenzione molto diversa. Posso accorgermi di una difficoltà e prestarle attenzione con interesse, chiedendomi che cosa sto facendo e quali possibilità possiedo. Oppure posso fissarmi sulla stessa difficoltà considerandola immediatamente qualcosa di sbagliato che deve scomparire.
L’oggetto è identico. Cambia il modo in cui vi presto attenzione.
Elias sottolinea che questa differenza modifica la percezione dell’esperienza. Persino qualcosa di scomodo può assumere una qualità diversa quando non viene immediatamente respinto o classificato come negativo. Ciò non significa che il disagio diventi necessariamente piacevole; significa che il modo in cui lo osserviamo cambia la dinamica attraverso cui lo stiamo vivendo. (EliasWeb)
Questa distinzione diventerà ancora più importante quando affronteremo la percezione. Per ora è sufficiente riconoscere che l’attenzione non seleziona soltanto un oggetto: partecipa anche al modo in cui quell’oggetto viene configurato nella nostra esperienza.
Un esempio quotidiano
Supponiamo che durante una conversazione qualcuno risponda in maniera brusca. Il movimento automatico può essere immediato: l’attenzione passa interamente all’altra persona.
Perché mi ha risposto così?
Ce l’ha con me?
Ho detto qualcosa di sbagliato?
Perché si comporta sempre in questo modo?
Potremmo avere l’impressione di stare osservando noi stessi perché stiamo pensando a come ci sentiamo. Ma una parte considerevole dell’attenzione continua a essere concentrata sull’altra persona: sul suo comportamento, sulle sue intenzioni, sulla sua valutazione.
Riportare l’attenzione a sé non significa ignorare ciò che l’altro ha fatto. Significa aggiungere qualcosa che l’automatismo aveva escluso: che cosa sto facendo io adesso?
Forse sto cercando di indovinare che cosa pensa l’altro.
Forse mi sto svalutando.
Forse sto già preparandomi a difendermi.
Forse sto provando irritazione.
Forse sto dando per certo che il tono dell’altra persona definisca qualcosa su di me.
Non devo necessariamente correggere immediatamente nessuna di queste espressioni.
Il primo movimento consiste nel riconoscerle.
È questo riconoscimento che comincia a restituire scelta.
Nella sessione 782 Elias lega precisamente il riportare l’attenzione a sé alla possibilità di uscire dalle risposte automatiche: quando l’individuo osserva ciò che sta generando, può riconoscere altre possibilità invece di rimanere confinato nella reazione abituale. (EliasWeb)
Prestare attenzione non significa analizzare continuamente
Qui è necessario introdurre una cautela. Se trasformassimo l’indicazione di Elias in un monitoraggio incessante:
Che cosa sto facendo?
Perché lo sto facendo?
Quale credenza c’è dietro?
Che cosa significa questa sensazione?
potremmo finire per spostare semplicemente l’attenzione su un’intensa attività mentale. Saremmo tornati al pensiero.
La sessione 986 insiste invece sulla differenza fra pensare e prestare attenzione: il pensiero traduce l’informazione che riceve; non costituisce di per sé l’intera consapevolezza dell’esperienza. (EliasWeb)
Prestare attenzione può essere molto più semplice. Accorgersi:
sto irrigidendo il corpo;
sto aspettando l’approvazione;
sto anticipando;
sono irritato;
voglio andarmene;
mi sto divertendo;
sto continuando a fare qualcosa che non voglio fare.
Non è ancora necessario spiegarne ogni causa. Prima viene il riconoscimento. L’approfondimento verrà dopo, quando sarà utile.
Una pratica che appartiene già alla vita
Elias non presenta l’attenzione a sé come uno stato eccezionale da raggiungere. La descrive piuttosto come un movimento poco familiare che può diventare più riconoscibile attraverso l’esperienza. Nella sessione 201604151 propone proprio le domande
«A che cosa sto prestando attenzione?» e
«Come vi sto prestando attenzione?»
come strumenti semplici per recuperare presenza. (EliasWeb)
Non richiedono una particolare situazione. Possono essere poste:
- mentre lavoriamo,
- durante una discussione,
- quando prendiamo una decisione,
- mentre guidiamo,
- mentre aspettiamo una risposta,
- quando qualcosa ci entusiasma o quando ci accorgiamo di essere entrati in un ciclo di preoccupazioni.
La domanda non serve a produrre immediatamente una risposta corretta. Serve a interrompere per un istante l’automatismo sufficiente a riconoscere:
Dove sono io dentro ciò che sto vivendo?
Il caposaldo
Riportare l’attenzione a sé non significa ritirarsi dal mondo, pensare continuamente a sé stessi o mantenere una concentrazione forzata. Significa non perdere il proprio riferimento mentre si interagisce con persone, situazioni e pensieri.
- Si può essere pienamente coinvolti e contemporaneamente presenti.
- Si può ascoltare un’altra persona e continuare a riconoscere la propria partecipazione.
- Si può progettare il futuro senza abbandonare il processo presente.
- Si può provare un’emozione senza perdersi nel pensiero che essa genera.
- E si può accorgersi di avere perso il proprio riferimento senza trasformare anche questo in un errore.
Le due domande che Elias propone riassumono l’intero capitolo:
A che cosa sto prestando attenzione?
Come vi sto prestando attenzione?
Non servono a controllare l’esperienza. Servono a ritornare dentro l’esperienza che stiamo già creando.
Ed è da questo punto che diventa possibile il passaggio successivo: non soltanto essere presenti, ma conoscere più chiaramente come stiamo funzionando — le nostre espressioni naturali, le risposte apprese, le comunicazioni emotive e corporee, e le scelte che spesso effettuiamo senza riconoscerle. È questo il tema del capitolo successivo.
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Estratti delle trascrizioni di Elias riprodotti in queste pagine: copyright Mary Ennis. Tutti i diritti riservati. Fonte ufficiale delle trascrizioni e delle registrazioni audio di Elias: Eliasweb.org