L’esplorazione non consiste nel portare all’esistenza qualcosa che prima non esisteva, una novità, né nell’aggiungere progressivamente nuove realtà alla totalità.
☉La pagina base dell’insegnamento di Elias con le informazioni necessarie e l’elenco dei post pubblicati. In questa pagina le sessioni tradotte in veste integrale o come estratti.
MONOGRAFIE
5. La vita dell’Essenza non rivolta alla manifestazione fisica
☉Fonti del capitolo presente [Sessione: innumerevoli]
Capitolo 6
1. Esplorare ciò che già è
L’esplorazione, nell’insegnamento di Elias, non può essere compresa attraverso il modello ordinario della ricerca. Nel modello umano, esplorare significa generalmente dirigersi verso qualcosa che non conosciamo: esiste un territorio non ancora percorso, una conoscenza non ancora acquisita, una possibilità non ancora realizzata. L’esplorazione appare quindi come un movimento dalla non-conoscenza alla conoscenza.
Elias introduce una distinzione radicale. La coscienza è già tutto ciò che è. Non esiste un elemento esterno alla coscienza che essa debba raggiungere, né qualcosa che l’Essenza debba acquisire per diventare più completa. (eliasweb.org)
E tuttavia la coscienza esplora. È proprio questa apparente contraddizione a dover essere mantenuta: 👉se tutto già è, che cosa significa esplorare?
La risposta non consiste nel negare la novità, consiste nel distinguere la novità dell’espressione dalla mancanza nell’Essere.
Ma significa anche precisare la natura della novità.
2. Un principio da tenere ben presente
Nella simultaneità della coscienza non esiste un «non ancora» ontologico. Ciò che è, è simultaneamente. L’esplorazione non consiste quindi nel portare all’esistenza qualcosa che prima non esisteva, una novità, né nell’aggiungere progressivamente nuove realtà alla totalità.
Consiste nella focalizzazione dell’attenzione su differenti possibilità ed espressioni che sono già comprese nella coscienza. La novità appartiene alla configurazione dell’esperienza e alla direzione della focalizzazione, non alla comparsa di una realtà precedentemente inesistente.
2. La novità non è un’aggiunta
Attenzione ai passaggi successivi, ndr.
Elias formula una distinzione particolarmente importante quando parla delle probabilità. Le probabilità 👉vengono create nel momento. Non sono oggetti che esistono già in attesa di essere scelti. Sono azioni.
Ma la loro 👉creazione non aggiunge qualcosa alla coscienza, perché la coscienza già è. Attraverso la 👉creazione di una probabilità viene invece esplorata una capacità della coscienza. (eliasweb.org)
È necessario comprendere qui attentamente il significato del termine creation.
La parola creation nelle sessioni può avere un significato che, tradotto nella nostra lingua, rischia di essere immediatamente temporalizzato. Dobbiamo quindi distinguere tra:
– creazione come produzione temporale di qualcosa che prima non esisteva e
– creazione come atto attraverso il quale una possibilità nella coscienza già esistente viene espressa/focalizzata in una particolare configurazione.
Questo consente di distinguere due significati completamente diversi di «nuovo».
Il primo sarebbe: qualcosa che prima non esisteva nella totalità dell’Essere e che ora viene aggiunto.
Il secondo è: una nuova attenzione a ciò che la coscienza è capace di essere per propria natura intrinseca.
È il secondo significato quello che permette di comprendere la creazione senza introdurre un’idea di incompiutezza.
La coscienza non diventa più grande perché crea. Esprime nuove possibilità di attenzione a ciò che è.
Nella simultaneità della coscienza, il «nuovo» non indica ciò che viene all’esistenza dopo non essere esistito; indica ciò che è oggetto di un’attenzione/consapevolezza in una data configurazione.
3. L’Essenza non scopre un territorio esterno
L’esplorazione non è dunque un viaggio fuori dalla coscienza. Non esiste un «fuori» nel quale l’Essenza possa dirigersi per trovare ciò che ancora non possiede. Elias lo afferma esplicitamente: non esiste un elemento esterno alla coscienza che possa costituire un territorio ulteriore da esplorare. (eliasweb.org)
L’Essenza esplora la coscienza stessa. Ma anche questa formulazione deve essere maneggiata con attenzione, perché potrebbe suggerire un soggetto che osserva un oggetto chiamato «coscienza».
Non è questo il rapporto. È la coscienza che esplora se stessa attraverso le proprie espressioni. Da qui deriva una conseguenza fondamentale:
l’esplorazione non è un rapporto fra un esploratore e un territorio separato; è un’azione della coscienza su se stessa.
4. Il becoming
È in questo contesto che il termine becoming (diventare) acquista il suo significato particolare. Se viene tradotto secondo l’uso ordinario del divenire, il concetto sembra indicare un movimento verso una condizione che ancora non possediamo.
Elias, invece, lo collega all’esplorazione e alla creazione di esperienza. Il becoming non è un processo di acquisizione di ciò che manca all’Essenza. (eliasweb.org)
Il punto non è dunque: diventare qualcosa che non si è.
È: esplorare attraverso nuove espressioni ciò che già si è.
Questa distinzione permette di conservare il termine becoming senza ricadere nel paradigma evolutivo.
L’Essenza non cambia la propria natura attraverso l’esplorazione perché tutto ciò che viene esplorato già è: diviene oggetto di attenzione.
5. Espansione dell’esperienza, non espansione dell’Essere
Il capitolo che segue è da considerare con estrema attenzione perché ci sono delle criticità introdotte dalle necessità didattiche di Elias, ndr.
Elias affronta direttamente anche il linguaggio dell’«espansione». Dal punto di vista dell’esperienza, possiamo parlare di espansione: *aumenta la consapevolezza di ciò che viene esplorato, **aumentano le esperienze e le capacità riconosciute.
Ma questo non significa che la coscienza, in quanto totalità, diventi più grande.
La metafora utilizzata da Elias è quella di una struttura che contiene molte stanze. La struttura non si espande quando vengono esplorate stanze che già appartengono alla struttura. È l’esplorazione a estendersi. (eliasweb.org)
Questo offre una formulazione estremamente precisa: si può espandere l’esperienza senza espandere l’Essere.
Oppure: l’esplorazione può essere inesauribile senza che la totalità debba diventare più grande.
Questa distinzione sarà fondamentale per tutto ciò che seguirà.
Nota di uma: *aumenta la consapevolezza; **aumentano le esperienze.
Qui si presentano enormi scogli che ci portano a interrogarci sulla natura della simultaneità delineata da Elias. Per non dilungarci, ricorderemo quanto affermavano il Cerchio Firenze 77 e il Cerchio Ifior: la vita nel sentire è vita nella simultaneità, ma ancora perdurano aspetti di sequenzialità.
Elias porta elementi di questa sequenzialità residua nel sistema simultaneo che descrive? Non lo sappiamo ancora, dobbiamo entrare più a fondo nel suo sistema e la domanda troverà risposta solo col tempo. Per ora stiamo così, sospesi in un’ambiguità di fondo ma consapevoli del problema.
6. L’infinito non è ciò che cresce indefinitamente
Anche la nozione di infinito viene così sottratta alla concezione ordinaria. L’umano tende a identificare l’infinito con qualcosa che continua ad aumentare: se qualcosa è infinito, immaginiamo che possa sempre aggiungere un’ulteriore quantità.
Elias propone invece una concezione diversa: l’infinito è ever-ongoing, continuamente in atto, e non necessariamente in espansione quantitativa. È senza confini. (eliasweb.org)
Questo è perfettamente coerente con il modello dell’esplorazione. Se la coscienza fosse infinita perché cresce continuamente, avremmo ancora un modello di divenire quantitativo. Se invece è infinita perché non possiede confini, l’esplorazione può continuare indefinitamente senza che la coscienza debba aggiungere qualcosa a se stessa.
L’infinità non è quindi il risultato dell’esplorazione, è la condizione nella quale l’esplorazione può essere inesauribile.
Nota di uma: di seguito un approfondimento sulla natura dell’esplorazione. Senza sciogliere questo nodo non è possibile procedere.
APPROFONDIMENTO
Qual è il senso dell’esplorazione in una realtà già compiuta?
Se assumiamo fino in fondo ciò che abbiamo appena stabilito — simultaneità, realtà già compiuta, assenza di un «non ancora» ontologico — dobbiamo smettere di cercare il senso dell’esplorazione nel produrre qualcosa che ancora non c’è.
La domanda diventa:
Se tutto ciò che può essere è già, perché l’attenzione si focalizza su una possibilità piuttosto che su un’altra? Che cosa significa esplorare una realtà che non ha bisogno di essere completata?
E qui, a mio avviso, emerge una distinzione fondamentale. L’esplorazione non serve alla realtà. Serve all’esperienza/consapevolezza della realtà.
La realtà non ha bisogno dell’esplorazione per diventare completa. È già completa.
Ma una realtà completamente presente non significa una realtà interamente focalizzata da ogni attenzione.
La simultaneità della totalità non implica la simultaneità della focalizzazione di ogni singola attenzione.
Quindi possiamo avere:
tutto è simultaneamente
ma
ogni attenzione non è simultaneamente focalizzata su tutto.
Questo introduce una distinzione decisiva fra essere e focalizzare.
Nota di uma: questa spiegazione ha senso se si contempla una qualche forma di scorrere, di sequanzialità anche se non temporale.
👉Qui sorge la necessità di approfondire l’espressione sopra riportata: “Serve all’esperienza/consapevolezza della realtà“. Dobbiamo indagare più a fondo cosa Elias intende per consapevolezza che l’Essenza ha di se stessa e lo facciamo in questa pagina dedicata.
A. L’esplorazione non aggiunge realtà: differenzia l’esperienza
Se una determinata attenzione si focalizza su una possibilità, non la rende esistente. La possibilità è già.
La focalizzazione produce invece una particolare esperienza di quella possibilità.
Perciò il senso dell’esplorazione non è: portare la realtà da uno stato incompleto a uno stato completo. È:
rendere esperienza, attraverso una particolare focalizzazione, di una possibilità già presente nella totalità.
B. Ma attenzione: non significa che l’esplorazione sia inutile
Qui bisogna evitare una conclusione apparentemente logica: «Se tutto è già, allora esplorare non serve a niente.»
Questa conclusione nasce ancora dalla nostra concezione finalistica.
Stiamo chiedendo all’esplorazione: «A che cosa serve?» come se ogni azione dovesse avere una funzione esterna.
Ma se l’esplorazione è una modalità dell’espressione della coscienza, non deve necessariamente servire a produrre qualcosa oltre se stessa. Potremmo avere:
📌la realtà è completa; l’esperienza è inesauribile.
C. Il senso non è quindi teleologico
La domanda «qual è il senso?» può avere due significati.
Se significa: Quale fine deve raggiungere l’esplorazione? allora, sulla base di quanto abbiamo stabilito, la risposta è: nessuno. Non abbiamo bisogno di un fine ultimo.
Ma se significa: Che cosa esprime l’esplorazione? Allora la risposta è molto diversa: esprime la capacità della coscienza di focalizzare, esperire e creare differenti configurazioni della propria realtà.
Quindi forse dovremmo dire:
l’esplorazione non ha uno scopo esterno; ha un significato interno alla natura creativa della coscienza.
Nota di uma: questi passaggi logici confermano che siamo in presenza di una simultaneità che contiene caratteri di sequenzialità al suo interno. Come il divenire umano è tale solo nell’ottica dell’umano, anche la vita dell’Essenza – pur avvenendo in assenza di tempo – contiene una qualche forma di sequanzialità e mi sembra che Elias in nessun modo neghi questo.
D. La parola decisiva potrebbe essere «esperienza»
Questo ci permette anche di recuperare una distinzione che avevamo formulato troppo rapidamente.
Avevamo detto: «nuova espressione». Ma ora possiamo precisare: nuova per che cosa? Non per la realtà. Non per All That Is. Non per l’Essenza nella sua totalità.
È nuova come esperienza di una determinata attenzione.
Quindi: la novità non è ontologica; è esperienziale.
Una possibilità che è simultaneamente presente può diventare oggetto di una determinata focalizzazione.
La focalizzazione non la crea come realtà.
La rende esperienza per quell’attenzione.
E. E qui la scelta acquista finalmente senso
Ora possiamo comprendere perché l’attenzione possa scegliere. Se tutte le possibilità sono simultaneamente presenti, non è necessario scegliere per «far esistere» una possibilità.
Si sceglie quale possibilità focalizzare.
La scelta è quindi una funzione della focalizzazione.
Non: «Quale realtà devo creare perché ancora non esiste?» ma:
«Su quale possibilità della realtà dirigo la mia attenzione?»
Questo rende la scelta profondamente creativa senza renderla creatrice dell’Essere.
La scelta non crea la totalità. Crea la configurazione dell’esperienza.
F. E allora l’Essenza perché esplora?
Qui possiamo arrivare a una risposta molto più precisa.
Non possiamo dire: l’Essenza esplora per conoscere ciò che non conosce. Perché questo reintrodurrebbe una mancanza.
Non possiamo dire: esplora per completarsi. Per lo stesso motivo.
Non possiamo dire: esplora per produrre una realtà che prima non esisteva. Contraddirebbe la simultaneità.
Possiamo invece dire:
L’Essenza esplora perché la coscienza è capace di focalizzarsi su differenti possibilità della propria realtà e di viverle attraverso differenti configurazioni dell’attenzione.
L’esplorazione è quindi espressione della capacità di esperienza della coscienza. Non è un mezzo per completarla.
G. Questo introduce una distinzione
Realtà
È già.
Possibilità
Sono simultaneamente comprese nella realtà.
Attenzione
Si focalizza su determinate possibilità.
Esperienza
È ciò che quella focalizzazione produce in virtù dell’attenzione.
Esplorazione
È la dinamica attraverso la quale l’attenzione si focalizza su differenti possibilità.
Quindi:
la realtà non ha bisogno dell’esplorazione; l’esperienza dell’attenzione si realizza attraverso l’esplorazione.
H. E questo ci permette di capire perché l’esplorazione possa essere infinita
Se esplorare significasse completare la realtà, prima o poi dovrebbe finire.
Ma se la realtà è già completa e l’esplorazione riguarda le infinite possibilità di focalizzazione ed esperienza, non c’è un punto nel quale l’esplorazione debba concludersi.
Non perché manchi ancora qualcosa alla realtà. Ma perché la realtà non si esaurisce in una singola focalizzazione.
La completezza della realtà non implica l’esauribilità dell’esperienza.
Anzi, possiamo dire:
è proprio perché la realtà è completa che non esiste un ultimo elemento da raggiungere e quindi l’esplorazione non ha bisogno di terminare.
I. Conoscenza ed esperienza
La nostra mente tende a pensare:
se qualcosa esiste già, conoscerlo non aggiunge nulla.
Ma questo è vero solo se concepiamo la conoscenza come una semplice acquisizione di informazione.
Se invece la conoscenza comprende esperienza, allora l’esperienza di una possibilità costituisce una modalità reale di espressione della coscienza, anche se quella possibilità era già simultaneamente presente.
Non si aggiunge un oggetto. Si realizza una relazione esperienziale con esso.
Quindi:
l’esplorazione non modifica ciò che è; modifica la relazione dell’attenzione con ciò che è.
L. E finalmente possiamo comprendere la creazione
A questo punto la creazione può essere ripensata senza contraddire la simultaneità. La creazione non è necessariamente:
far essere ciò che non era.
Può essere:
esprimere una particolare configurazione di ciò che è attraverso una focalizzazione dell’attenzione.
Questo non significa che Elias usi necessariamente creation esattamente in questo senso in ogni contesto. Dovremo verificare le sessioni prima di trasformare questa formulazione in una definizione generale.
M. E qui si apre la «logica altra» di cui abbiamo parlato
Ora la vediamo in modo ancora più netto.
Non abbiamo:
realtà incompleta → creazione → completamento.
Non abbiamo:
realtà completa → nessuna necessità di esplorare.
E nemmeno:
realtà completa → esplorazione casuale.
Abbiamo:
realtà completa → molteplici possibilità simultanee → focalizzazione dell’attenzione → esperienza → nuova focalizzazione.
Questa è la logica che non siamo abituati a concepire.
L’essere è completo; la focalizzazione è selettiva; l’esperienza è inesauribile.
N. La domanda originale
Qual è il senso dell’esplorazione in una realtà già compiuta?
Non quello di completare la realtà.
Non quello di aggiungervi qualcosa.
Non quello di raggiungere un termine.
Il senso dell’esplorazione è l’espressione della capacità della coscienza di focalizzarsi, esperire e creare differenti configurazioni della propria realtà già tutta esistente.
E quindi:
la realtà è già compiuta; l’esperienza non è compiuta.
Ma attenzione: non direi che «l’esperienza non è compiuta» nel senso di incompleta. Direi:
l’esperienza non è esaurita.
Perché incompleta implica mancanza.
Inesaurita implica invece possibilità senza termine.
Nota di uma: qui mi sembra che siamo nel ventre di Elias, per quello che fino ad ora ho compreso, salvo smentite. Una simultaneità che vive un dinamismo senza fine.
Non siamo in una sequenzialità temporale, ma siamo comunque in una qualche forma di sequenzialità.
Se tutto è simultaneamente, l’esplorazione non può avere il compito di portare all’esistenza ciò che ancora non è.
La realtà non attende di essere completata dall’esplorazione.
Ciò che si modifica è la focalizzazione dell’attenzione: una possibilità già presente nella totalità viene esperita attraverso una particolare direzione dell’attenzione.
L’esplorazione non completa la realtà; ne differenzia l’esperienza.
Questa formulazione ci porta esattamente al problema successivo, che considero inevitabile:
se le possibilità sono simultaneamente presenti, che cosa determina la focalizzazione di un’attenzione su una possibilità piuttosto che su un’altra?
Ed è lì che intento, qualità e scelta smettono di essere elementi accessori e diventano il vero principio organizzatore dell’esplorazione.
7. Una nuova definizione del «divenire»
Possiamo ora formulare con maggiore precisione ciò che abbiamo stabilito.
Il becoming non è:
- acquisizione;
- perfezionamento;
- completamento;
- evoluzione verso una condizione superiore;
- superamento di una mancanza.
È:
la continua esplorazione creativa delle possibilità della coscienza attraverso nuove espressioni.
Il cambiamento riguarda dunque l’esperienza, non l’identità essenziale dell’Essere.
Questo consente di mantenere insieme due proposizioni che, nella logica ordinaria, sembrerebbero incompatibili:
l’Essenza è già completa
e:
l’Essenza continua a divenire.
Il becoming non contraddice la completezza perché non è un movimento verso la completezza.
8. Il punto decisivo: la coscienza crea se stessa
Elias arriva a formulare la questione in modo ancora più radicale: la coscienza crea continuamente se stessa. (eliasweb.org)
Questa affermazione non deve essere interpretata come se una coscienza preesistente producesse una seconda coscienza.
Significa che la coscienza è continuamente impegnata nella propria auto-espressione e nella propria auto-esplorazione.
La coscienza non è quindi una realtà statica che possiede un repertorio finito di forme.
È una realtà che si esprime continuamente attraverso nuove configurazioni.
Qui il termine «creazione» assume il suo significato più ampio.
Non indica soltanto la produzione di una realtà.
Indica la dinamica stessa attraverso la quale la coscienza manifesta nuove possibilità di essere.
9. La conseguenza per la nostra concezione dell’Essenza
Arrivati a questo punto, l’Essenza non può più essere pensata come un’entità che possiede un certo patrimonio di esperienza e che, attraverso le manifestazioni, lo incrementa progressivamente.
Questa immagine introdurrebbe ancora una volta un modello di accumulazione. Il quadro che emerge è diverso:
📌l’Essenza è completa nella propria natura e inesauribile nella propria capacità di espressione.
Le esperienze non vengono quindi necessariamente «messe da parte» come conoscenze che rendono l’Essenza più ricca.
Sono modalità attraverso le quali la coscienza esplora e crea.
Questo permette anche di comprendere perché non sia necessario attribuire a ogni esperienza una funzione didattica.
L’esperienza può essere significativa senza essere una lezione.
Può essere esplorativa senza essere correttiva.
Può essere creativa senza essere finalizzata al miglioramento dell’Essenza.
Nota di uma: se volessimo sintetizzare utilizzando le comprensioni del Sentiero, diremmo: l’Essenza sperimenta Essere ed Esistere. E con questo finirebbero tutte le domande, essendo la radice prima.
10. Una prima conseguenza sulla scelta
A questo punto la scelta acquista un significato nuovo. Se l’Essenza non sta cercando di arrivare a uno stato finale, la scelta non può essere semplicemente il mezzo attraverso il quale raggiungere quel risultato.
La scelta diventa uno degli strumenti attraverso i quali l’esplorazione si differenzia.
Elias afferma che le probabilità e le scelte vengono generate nel momento. L’intento fornisce una direzione generale, mentre le scelte concrete determinano le direzioni specifiche dell’esperienza. (eliasweb.org)
la scelta non serve a realizzare un destino già scritto; serve a creare nel momento la direzione concreta dell’esplorazione.
Conclusione
L’esplorazione dell’Essenza non è il movimento di un essere incompleto verso ciò che gli manca.
È l’attività attraverso la quale la coscienza esprime nuove possibilità di ciò che già è.
La coscienza non ha bisogno di espandersi per diventare più grande, perché non esiste un «fuori» verso il quale possa estendersi. Può tuttavia continuare indefinitamente a creare nuove espressioni, e quindi a esplorare nuove configurazioni della propria capacità di essere. (eliasweb.org)
In questo senso, il becoming non indica un avvicinamento a una condizione finale.
Indica l’inesauribilità dell’espressione.
E la creazione non è la risposta a una mancanza.
È l’azione attraverso la quale la coscienza continua a esplorare se stessa.
L’Essenza non diviene ciò che non è.
Diviene attraverso l’esplorazione di ciò che è, creando continuamente nuove espressioni della propria capacità di essere.
© Copyright
Estratti delle trascrizioni di Elias riprodotti in queste pagine: copyright Mary Ennis. Tutti i diritti riservati. Fonte ufficiale delle trascrizioni e delle registrazioni audio di Elias: Eliasweb.org