Cerchio Firenze 77: il sentire fonde nell’Unità la Realtà 52

[…] Dicemmo che molti sistemi solari compongono un Universo, molti Universi il Cosmo astronomico.

Libri del Cerchio Firenze 77 con l’insegnamento fondamentale:
Dai mondi invisibili
Oltre l’illusione
Per un mondo migliore
Le grandi verità
Oltre il silenzio
La Fonte preziosa
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File vocali originali del CF77 dal 1965 al 1984
L’Opera Omnia del CF77

Ma il Cosmo astronomico non è che una piccola parte dell’intera Manifestazione cosmica, la quale si estende – in senso figurato – appunto dal Cosmo astronomico al Logos. Molti i Cosmi nell’Assoluto. Ma mentre, fra un sistema solare e l’altro, fra un Universo e l’altro non esi­ste un confine netto e invalicabile – tanto che, teoricamente, da questo punto di vista un ipotetico astronauta potrebbe rag­giungerli tutti – cosi non è per i Cosmi. Ciascun Cosmo è se­parato dall’altro dal non manifestato e se anche un astronauta riuscisse ad uscir fuori dal proprio Cosmo e viaggiare nel non manifestato, egli non ne incontrerebbe mai un altro. La comu­ nicazione fra i Cosmi può avvenire solo nell’Assoluto dove tutto è «comunione».

[…] Questa affermazione, in passato, suscitò in voi non poche perplessità. La ragione delle perplessità derivava dal fatto che avendovi parlato dell’esistenza dei Cosmi, vi avevamo detto che non dovevate credere alla Manifestazione di un Cosmo dopo l’altro, bensì alla esistenza simultanea di tutti i Cosmi. Ovvia­mente questo era un sistema per avvicinarvi al concetto del non tempo. La vostra domanda era: «Se i Cosmi esistono tutti simultaneamente – sia pure separati dal non manifestato – per quale motivo un ipotetico astronauta, uscendo fuori dal proprio Cosmo di appartenenza e riuscendo ad attraversare il non mani­festato, non incontrerà mai un altro Cosmo?».

Rispondemmo che allorché si è legati ad un Cosmo, esiste quello e quello solo; il che non diminuì la vostra perplessità.
Spero che vi sarete resi conto che le difficoltà di queste co­municazioni si chiamano: difficoltà di parlare di concetti che esulano dal vostro consueto modo di ragionare e che potremmo parlarvi di tante altre cose che però al momento rimarrebbero prive di significato, né avrebbero una spiegazione accessibile, se non fosse preceduta da tutto un lavoro di preparazione. Ma il renderci comprensibili non è la sola nostra preoccupazione; lo scopo che ci conduce a voi non è quello di soddisfare la vostra curiosità, dandovi delle notizie più o meno richieste, bensì quel­lo di convincervi di quanto sia diversa la Realtà dall’apparenza; di quale sia il vostro posto in questa Realtà, sì da farvi cam­biare atteggiamento nei confronti della vita.

Qual era l’impedimento a comprendere la nostra affermazio­ne? Derivava dal fatto che non avevate ben chiaro il concetto del non tempo, oppure c’era qualcosa di più? La Realtà Assoluta è uno stato di coscienza di Eterno Presente e di Infinita Presenza, in cui tutto è fuso e trasceso nella «comunione dell’Unità». In questo «stato d’essere», non solo non v’è tempo e non v’è spazio quali si conoscono nel mondo della percezione – cioè nei piani fisico, astrale e mentale – ma non vi sono neppure gli analoghi – che noi abbiamo chiamato separatività e sequenzialità – dell’altra dimensione d’esistenza, il piano akasico.
La separatività del piano akasico è l’analogo dello spazio del mondo della per­cezione. Separatività non è termine ben indovinato: sta per ciò che crea il senso della individualità, quindi più proprio sarebbe stato chiamarlo «senso di individualità», tanto più che il senso di separatività è un processo specifico del piano mentale che concorre a creare quel fantasma che è l‘«io». Ma «senso di individualità» è termine di uso difficile.

La sequenzialità del piano akasico è l’analogo del tempo del mondo della percezione e nasce, come ripeterò poi, dall’illusorio trasformarsi del «sentire individuale».
La reale condizione d’esistenza del Tutto è la Realtà Assoluta, in cui niente e nessuno è particolarmente evidenziato o eviden­ziabile, distinto o distinguibile. Se si fa astrazione da questa di­mensione d’esistenza – l’unica reale ed oggettiva – si entra nella dimensione della cosidetta molteplicità, cioè del mondo delle individualità, della separatività, della sequenzialità, del tempo e dello spazio.

Che cosa è la molteplicità? E l’insieme del manifestato e del non manifestato: dei Cosmi e del non manifestato che li separa. Sicché, se si immagina tutto quanto esiste, la molteplicità, in questa dimensione di esistenza di Eterno Presente – cioè al di là del tempo, ma non di Infinita Presenza perché in stato di se­parazione, di distinzione – tutti i Cosmi esistono simultanea­mente. Se poi si introduce l’elemento sequenzialità-tempo-succes­sione, esiste un solo Cosmo alla volta, con buona pace di chi vuol capire quello che diciamo. Difatti se le cose stanno così, un astro­nauta peregrino non troverebbe mai un altro Cosmo per il semplice fatto che un altro Cosmo non sarebbe manifestato.

Questo discorso che può chiarire le idee di chi ha la pazienza di stare ad ascoltarci, ha un solo difetto: il difetto di non essere vero. Vedrò di spiegarmi. Quando ho parlato dell’esistenza si­multanea dei Cosmi, l’ho fatto partendo dalla supposizione che la totalità della molteplicità possa essere osservata in stato di Eterno Presente, ma non di Infinita Presenza. Ma questa è una figurazione speculativa, perché a livello ultra-cosmico – piano del quale stiamo parlando – siamo nel mondo del «sentire», cioè lungi dal mondo della percezione; mentre la molteplicità, vista e non «sentita», non divenuta coscienza, non fusa nella «comunione», sarebbe uno stato di conoscenza proprio del mon­do della percezione, dove soggetto ed oggetto appaiono divisi. Sarebbe una contraddizione in termini, nel mondo del «senti­re», uno stato di coscienza che non fondesse nell’Unità la Realtà che abbraccia.

Per esempio: la Coscienza Cosmica è uno stato d’essere in cui l’intera Realtà cosmica è in stato di «comunione», non di separazione. Sicché, se si volesse immaginare che esistesse uno stato di coscienza intermedio, fra la coscienza cosmica e la co­scienza assoluta, questo stato di coscienza non potrebbe essere rappresentato dalla totalità della molteplicità, vista ma non «sen­tita», non fusa nella «comunione», perché – ripeto – questo non sarebbe uno stato di coscienza: uno stato di coscienza fonde nell’Unità la Realtà che abbraccia.

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