Non chiederti soltanto che cosa dovresti fare di importante. Riconosci ciò che ti interessa abbastanza da volerlo esplorare e lascia che trovi una forma più individuale.
☉La pagina base dell’insegnamento di Elias con le informazioni necessarie e l’elenco dei post pubblicati. In questa pagina le sessioni tradotte in veste integrale o come estratti.
📌 NON PER DIVENTARE, PER ESSERE: la Monografia 7 raccolta in un volume digitale
MONOGRAFIE
7. La via indicata da Elias non è per diventare ma per essere
☉Fonti del capitolo presente [Sessioni indicate nel testo]
Capitolo 9
Riconoscere la propria individualità non significa soltanto smettere di misurarsi attraverso gli altri. Significa anche permettere a quella individualità di esprimersi.
È facile associare questa espressione a qualcosa di eccezionale: un talento particolare, una passione da individuare, il lavoro più adatto, un’opera da realizzare o un contributo importante da offrire. Nell’insegnamento di Elias, però, la creatività comincia molto prima. Può essere presente nel modo in cui interagisci, affronti una situazione, sperimenti una possibilità o introduci una risposta diversa da quella abituale. (Sessione 657)
1. La creatività non è soltanto arte
Quando pensiamo alla creatività tendiamo a identificarla con attività riconosciute come creative: dipingere, scrivere, comporre musica, progettare qualcosa di nuovo. Elias ne parla invece in un senso molto più ampio.
Nella sessione 657 spiega che la creatività può esprimersi nelle interazioni con altre persone, nell’affrontare situazioni impegnative, nell’offrire una prospettiva inconsueta o nel comportarsi in una maniera diversa da quella attesa. Non richiede necessariamente la produzione di un oggetto o di un’opera. Può essere il modo in cui configuri un’esperienza.
Un esempio particolarmente semplice compare quando due individui, trovandosi volontariamente senza casa, decidono di affrontare la situazione giocando con essa: inventano un cartello umoristico, attirano l’attenzione dei passanti e trasformano l’interazione che avrebbero potuto prevedere. Elias identifica esplicitamente quell’azione come espressione della loro creatività. (Sessione 202110272)
La domanda allora non è soltanto: che cosa so creare?
Può diventare: come sto configurando ciò che mi accade?
2. Rispondere in modo non previsto è già creatività
Molta parte della vita quotidiana è costituita da risposte familiari. Accade qualcosa, si attivano associazioni già note e reagiamo nel modo in cui abbiamo imparato a reagire.
Elias descrive frequentemente questi movimenti come automatici. Ma il fatto che una risposta sia automatica non significa che sia inevitabile.
Nella sessione 657 considera creativa anche un’interazione nella quale l’individuo non risponde nel modo previsto e introduce una prospettiva o una modalità differente. La creatività può manifestarsi persino nel modo di pensare una situazione, quando non si rimane confinati nella configurazione abituale.
Non significa che ogni risposta insolita sia migliore. La differenza, da sola, non costituisce un valore. Significa piuttosto che, quando non sei vincolato alla risposta già predisposta, puoi riconoscere più possibilità.
La creatività può dunque iniziare da qualcosa di minimo: accorgerti che stai per ripetere una risposta e scoprire che puoi configurarla diversamente.
3. L’immaginazione mostra possibilità, ma non è il meccanismo che crea la realtà
L’immaginazione partecipa a questa apertura, ma Elias ne distingue con precisione la funzione. Nella sessione 911 afferma che l’immaginazione è reale, così come il pensiero è reale, ma precisa che non costituisce il meccanismo che crea la realtà. È una comunicazione: può presentare possibilità e scelte disponibili, ma ciò che immagini non viene necessariamente creato per il semplice fatto di essere stato immaginato.
Questa distinzione impedisce di trasformare l’immaginazione in una tecnica di controllo: immaginare intensamente qualcosa non obbliga la realtà a produrla.
L’immaginazione può invece mostrarti ciò che non stavi considerando. Anche una possibilità che non verrà mai scelta può ampliare il campo entro cui percepisci e permetterti di non trattare la configurazione presente come l’unica disponibile. Elias arriva a indicare come potenzialmente produttiva persino un’immaginazione che non mira ad alcun risultato, perché può produrre divertimento, maggiore libertà e scelte più creative. (Sessione 911)
La domanda non è quindi: come devo immaginare ciò che voglio affinché accada?
È: quali possibilità mi sto permettendo di vedere?
4. Gioco e sperimentazione
Vedere una possibilità non significa sapere in anticipo dove condurrà. Parlando con un individuo che aveva iniziato a dipingere a olio con entusiasmo e poi aveva smesso, Elias individua una differenza precisa tra le due fasi. All’inizio vi erano interesse, sperimentazione e giocosità. Successivamente erano comparsi confronto, dubbio e pressione. L’individuo aveva cominciato ad analizzare e strutturare l’attività sempre più rigidamente e ciò che inizialmente era divertente era diventato un compito faticoso. (Sessione 1888)
Il problema non è il risultato. Si può desiderare di diventare più capaci, realizzare qualcosa di preciso o ottenere successo da ciò che si fa. Ciò che restringe l’espressione creativa è fissare il risultato in modo tale che il processo non possa più muoversi liberamente.
Sperimentare significa permettersi di provare una modalità senza doverne conoscere già l’esito.
La giocosità, in questo senso, non è il contrario dell’impegno.
È il contrario della rigidità.
5. Quando creare diventa dimostrare
La creatività può restringersi ulteriormente quando ciò che stai facendo smette di essere prevalentemente un’esplorazione e diventa una prova del tuo valore.
Nella sessione 1888 compaiono aspettative molto concrete: quanto si dovrebbe produrre, quale qualità si dovrebbe raggiungere, quali criteri dovrebbero essere rispettati, se l’attività potrà generare denaro. Elias non afferma che questi risultati siano sbagliati. Mostra però come il confronto e la necessità di ottenere un determinato esito possano trasformare l’espressione creativa in una lotta.
La stessa dinamica compare quando un individuo orienta la propria espressione verso ciò che pensa gli altri si aspettino da lui: che cosa vogliono che io sia? Come devo apparire? Che cosa devo fare perché venga riconosciuto? L’attenzione si sposta allora da ciò che si vuole esprimere alla necessità di corrispondere a una misura esterna. (Sessione 202106031)
Puoi migliorare qualcosa senza utilizzare ogni risultato per decidere quanto vali. Puoi desiderare successo senza farne la prova della validità della tua espressione. Puoi apprezzare il riconoscimento senza trasformarlo nella condizione per continuare.
Creare non significa dimostrare.
6. Che cosa è divertente per te?
Elias introduce spesso il divertimento nelle conversazioni sulla creatività, sulle scelte e sull’espressione personale. Ma non lo utilizza come sinonimo generico di benessere.
Ciò che è divertente varia da individuo a individuo. In una sessione propone a Gail di compiere ogni giorno almeno un’azione che lei stessa consideri divertente. Gail risponde di non sapere sempre che cosa significhi davvero divertirsi. Elias le dice che proprio scoprirlo farà parte dell’esercizio.
Non fornisce quindi un elenco di attività che dovrebbero essere piacevoli. Riporta nuovamente l’attenzione all’esperienza individuale.
Puoi sapere che qualcosa è utile, soddisfacente o persino rafforzante e non trovarlo necessariamente divertente. Allo stesso modo, qualcosa di apparentemente insignificante può possedere per te proprio quella qualità.
La domanda è concreta: che cosa, nella tua esperienza, è realmente divertente per te?
7. Divertimento non significa comfort
Ciò che diverte non deve necessariamente essere facile. Una situazione può essere nuova, impegnativa e persino provocare timore senza perdere il carattere di gioco. Quando Gail descrive qualcosa come divertente e spaventoso nello stesso tempo, Elias non considera le due esperienze incompatibili; insiste piuttosto sull’introdurre meno serietà e più giocosità.
In altre conversazioni mostra che per alcuni individui una difficoltà, qualcosa da investigare o una sfida da affrontare possono essere stimolanti. Non tutti identificano il divertimento con l’assenza di ostacoli.
Questo, però, non trasforma il disagio in un’indicazione da seguire. Elias non suggerisce che ciò che è difficile sia necessariamente più autentico o che si debba deliberatamente scegliere ciò che mette a disagio. Il disagio può anche essere prodotto da paura, aspettative, opposizione o scelte non compatibili con ciò che si preferisce.
Non emerge quindi una regola che dica di rimanere nella propria zona di comfort, né quella opposta che prescriva di uscirne.
Comfort e divertimento non sono la stessa misura.
8. Non devi trovare “la tua unica passione”
Una pressione simile può comparire intorno alla passione. È diffusa l’idea che ciascuno possieda una vera passione che deve riuscire a identificare: quella che rivelerà il lavoro più adatto, la direzione autentica o ciò che si dovrebbe fare della propria vita. Elias non sostiene questa costruzione.
Quando Renae afferma di avere molte passioni, Elias risponde esplicitamente che può incorporarne molte e che un solo esempio è sufficiente per cominciare.
Nella stessa conversazione, prima ancora di chiederle quale sia la sua passione, Elias mette insieme una serie di domande diverse:
- che cosa vuoi?
- che cosa vuoi fare?
- che cosa vuoi esplorare?
- che cosa è importante per te?
- che cosa ti piace?
- che cosa apprezzi?
- in che cosa esprimi la tua passione?
La passione non assorbe quindi ogni altro criterio. Un interesse può essere sufficiente per iniziare un’esplorazione. Può intensificarsi, modificarsi o lasciare spazio a qualcos’altro. Una passione può essere duratura oppure trovare nel tempo forme differenti.
Il fatto che l’attenzione si sposti non rende falsa l’esperienza precedente. Per questo la domanda “Qual è la mia vera passione?” può essere meno utile di una domanda più vicina:
“Che cosa mi interessa abbastanza, adesso, da volerlo esplorare?”
Non devi sapere anticipatamente se quell’interesse diventerà un lavoro, durerà per tutta la vita o produrrà qualcosa di importante.
9. Passione e desire non sono la stessa cosa
Nel linguaggio di Elias occorre distinguere la passione dal termine tecnico desire.
– Il want indica ciò che riconosci oggettivamente di volere.
– Il desire viene invece descritto come una motivazione più profonda, personale e connessa all’intento del focus. Elias lo definisce anche come una sorta di energia essenziale dell’individuo, il suo “engine that drives you”(motore che ti guida), precisando che desire e intento sono in armonia ma non coincidono.
La passione viene descritta diversamente. Quando Jen domanda come possa esplorarla, Elias la invita a non ridurla al pensiero e afferma in modo netto:
“Passion is experienced.”
La passione viene esperita.
Può inoltre assumere forme differenti: Elias parla della stessa energia di passione che può esprimersi attraverso la sessualità, la pittura, la danza, l’attività fisica o altre esperienze (dunque attraverso processi esperenziali, ndr).
Non è quindi necessario trasformare una passione in un destino. Può essere un’espressione intensa di qualcosa di te senza diventare l’unica forma attraverso cui devi esprimerlo.
10. Il contributo non è una missione
Il passaggio dalla passione al contributo introduce forse la distinzione più importante del capitolo. Durante la sessione 475 una partecipante domanda se ciascun individuo abbia uno scopo superiore e come possa capire quale contributo sia “predisposto” a offrire.
Elias risponde direttamente che non esiste, in quel senso, un higher purpose (scopo superiore). Ciò che l’individuo riconosce è invece il proprio intento: la direzione scelta per l’esplorazione.
L’intento non è una missione da portare a termine. Elias distingue esplicitamente intento e purpose:
– il primo è la direzione,
– mentre il secondo viene già espresso in ogni movimento dell’esplorazione.
È nello stesso passaggio che offre una definizione particolarmente precisa di contribution:
“Your contribution in actuality is merely your expression of yourself in the fullness of your creativity individually.”
Il contributo è dunque la tua espressione di te stesso nella pienezza della tua creatività individuale. Elias la collega al value fulfillment. (Sessione 475)
La parola “contributo” può suggerire immediatamente qualcosa che devi fare per gli altri: un servizio, un’opera utile, un risultato socialmente riconosciuto. Elias parte invece dall’espressione individuale di sé. Questo non elimina l’intento. Elimina la necessità di trasformarlo in una missione superiore da scoprire.
11. Non devi produrre qualcosa per contribuire
In una sessione successiva Elias rende questa idea ancora più concreta. Porta deliberatamente esempi minimi:
- stare in una stanza con un bambino o con un animale e apprezzare la dolcezza dell’affetto,
- accarezzare il proprio gatto,
- fischiare insieme all’uccello nella voliera.
Anche quando nessun altro vede ciò che stai facendo, afferma che quell’espressione produce un ripple, un effetto che si propaga.
Subito dopo dice che ciò che è genuinamente importante per te e che realmente apprezzi può essere il tuo più grande contributo; e pone ancora più in evidenza l’essere presenti.
Non significa che “non fare nulla” sia una forma superiore di contributo. Essere presenti, per Elias, non equivale alla passività. Significa essere realmente nell’esperienza che stai creando e prestare attenzione a ciò che stai facendo e a come stai configurando la tua energia.
Ma cade una pressione fondamentale: non devi necessariamente produrre qualcosa di visibile perché la tua espressione abbia effetto.
Il contributo può essere un’opera o un lavoro. Può anche essere una conversazione, un’interazione privata, un momento di affetto o un’espressione che nessuno riconoscerà come realizzazione.
L’individualità non è separazione. Perciò anche ciò che sembra strettamente personale partecipa comunque a un movimento più ampio.
12. La creatività nel lavoro e nella vita quotidiana
Tutto questo riporta infine la creatività nel luogo in cui trascorri la maggior parte della tua esperienza: la vita ordinaria.
Daniil lavora come programmatore e riconosce una componente creativa nel proprio lavoro. Domanda a Elias se dovrebbe cercare l’occupazione più adatta a sé e farne il proprio obiettivo.
Elias gli risponde innanzitutto che non esistono ‘dovresti’ (o obblighi assoluti). Lo invita poi a non irrigidirsi in un’unica forma e ad apprezzare ed esprimere adesso la creatività presente nel lavoro che sta svolgendo. Se in un altro momento comparirà una diversa espressione creativa che vorrà esplorare, potrà permettersi anche quella. (Sessione 1112)
Non esiste necessariamente una professione nella quale dovrai finalmente diventare creativo. Puoi esprimere creatività nel lavoro che svolgi ora senza essere obbligato a mantenerlo per sempre.
E lo stesso principio vale al di fuori del lavoro. Creatività può esserci nel modo in cui affronti un imprevisto, imposti una conversazione, risolvi un problema, interagisci con qualcuno o introduci una risposta che non avevi mai utilizzato prima. La sessione 657 estende esplicitamente la creatività alle interazioni e alle situazioni ordinarie.
Questo non significa che qualunque configurazione della tua vita sia già soddisfacente. Puoi riconoscere che un’attività non corrisponde più alle tue preferenze. Puoi vedere che stai agendo soprattutto per aspettativa, sicurezza, obbligo o paura e scegliere diversamente.
Ma non devi attendere una futura “vita creativa” per cominciare a esprimerti più individualmente. La maggior parte della tua esperienza è fatta di azioni ordinarie.
È soprattutto lì che puoi vedere se stai semplicemente ripetendo ciò che conosci oppure permettendo alla tua individualità di introdurre una forma diversa.
- La creatività può essere una variazione quasi invisibile nel modo in cui affronti qualcosa oggi.
- Può essere un interesse che scegli di esplorare senza sapere dove condurrà.
- Può essere una passione che assume forme differenti.
- Può diventare un lavoro oppure rimanere privata.
- Può produrre qualcosa oppure no.
E il contributo che ne deriva non deve dimostrare che sei qui per assolvere un compito particolare.
Non chiederti soltanto che cosa dovresti fare di importante. Riconosci ciò che ti interessa abbastanza da volerlo esplorare e lascia che trovi una forma più individuale.
© Copyright
Estratti delle trascrizioni di Elias riprodotti in queste pagine: copyright Mary Ennis. Tutti i diritti riservati. Fonte ufficiale delle trascrizioni e delle registrazioni audio di Elias: Eliasweb.org