Elias: cooperare senza acquiescenza [E190]

Coopera senza rinunciare alla tua direzione e senza pretendere di dirigere quella dell’altro.

La pagina base dell’insegnamento di Elias con le informazioni necessarie e l’elenco dei post pubblicati. In questa pagina le sessioni tradotte in veste integrale o come estratti.

📌 NON PER DIVENTARE, PER ESSERE: la Monografia 7 raccolta in un volume digitale

MONOGRAFIE
7. La via indicata da Elias non è per diventare ma per essere
☉Fonti del capitolo presente [Sessioni indicate nel testo]
Capitolo 10

Essere sé stessi non significa isolarsi dagli altri. Gran parte dell’esperienza individuale si svolge nelle relazioni: affettive, familiari, amicali, professionali. È proprio nella relazione, però, che può diventare più difficile mantenere la propria direzione. L’altro vuole qualcosa, compie una scelta, manifesta una preferenza, reagisce in un certo modo; e immediatamente può sorgere la domanda: che cosa devo fare io perché questa relazione continui a funzionare?

Una risposta abituale consiste nel cercare l’accordo. Un’altra nel cedere. Un’altra ancora nel tentare di modificare l’altro affinché diventi più compatibile con ciò che vogliamo.
Elias introduce una possibilità diversa: la cooperazione.

Cooperare non significa necessariamente volere la stessa cosa, compiere la stessa scelta o approvare ciò che l’altro fa. Non significa nemmeno sacrificare una parte di sé affinché l’altro faccia altrettanto. Significa cercare una modalità di interazione nella quale entrambi possano essere onorati senza che uno debba dirigere l’altro.

Uno degli equivoci più comuni consiste nell’associare la cooperazione all’accordo. Se due persone cooperano, immaginiamo che debbano arrivare alla stessa conclusione, condividere la stessa posizione o almeno trovare un punto intermedio sul quale entrambe possano concordare. Elias separa esplicitamente queste due azioni.

Nella sessione 1465 afferma che l’accordo non è un requisito per l’interazione, per la compatibilità o per la cooperazione. Due individui possono non essere d’accordo, anche fortemente, e continuare a cooperare. Ciò che diventa decisivo non è eliminare la differenza, ma accettare che l’altro possa esprimere una scelta diversa dalla propria. (Sessione 1465)

Questo modifica la domanda che normalmente poniamo in una situazione di disaccordo.
Non è necessariamente:
come possiamo arrivare a pensarla nello stesso modo?
Può essere:
come possiamo interagire pur continuando a pensarla diversamente?

Accettare la differenza non richiede di adottarla. Elias sottolinea che puoi continuare a esprimere le tue preferenze mentre permetti all’altro di esprimere le proprie, riconoscendo che non sei tu a creare la sua realtà e che non spetta a te determinare la sua direzione. (Sessione 1465)

La cooperazione, quindi, non elimina necessariamente il disaccordo.
Elimina la necessità che il disaccordo debba essere risolto attraverso l’uniformità.

Se la cooperazione non richiede che l’altro cambi posizione, il suo punto di partenza non può essere l’altro.

Elias lo afferma esplicitamente quando Markus gli domanda se la cooperazione sia innanzitutto qualcosa che avviene all’interno dell’individuo. Elias risponde affermativamente e precisa che la cooperazione è un’azione che si genera prima con sé stessi e che, da quella posizione, può poi essere espressa con altre persone. (Sessione 202202221)

Questo è importante perché impedisce di trasformare la cooperazione in una strategia per ottenere dall’altro un determinato comportamento.
Se il punto di partenza fosse: come faccio a convincerlo a cooperare con me?, l’attenzione sarebbe già spostata sulla scelta dell’altro.

Cominciare da sé significa invece riconoscere ciò che si vuole, ciò che si preferisce, ciò a cui si vuole partecipare e ciò a cui non si vuole partecipare. Significa anche osservare se si sta agendo in accordo con quella consapevolezza oppure se la si sta abbandonando per evitare una reazione, ottenere approvazione o mantenere una situazione.

La cooperazione con sé non significa ignorare l’altro. Significa non utilizzare l’altro come sostituto della propria direzione. Da questa posizione diventa possibile incontrare una differenza senza dover immediatamente eliminarla.

Nel linguaggio comune il compromesso viene spesso considerato la forma più realistica della cooperazione: io rinuncio a qualcosa, tu rinunci a qualcosa e ci incontriamo nel mezzo. Elias distingue nettamente le due azioni.

Quando gli viene detto che cooperation is not compromising, risponde esplicitamente: “Correct.” La cooperazione non consiste nel sacrificare una parte della propria posizione affinché l’altro sacrifichi una parte della sua. (Sessione 1840)

In altre conversazioni Elias mostra perché questa dinamica può diventare problematica. Quando la relazione viene costruita sull’idea che necessariamente si debba accettare “il buono insieme al cattivo”, tollerando o ignorando ciò che non corrisponde alle proprie preferenze perché nessuna relazione può essere perfetta, ciò che viene chiamato compromesso può diventare acquiescence: acquiescenza, il cedere alla situazione anziché scegliere genuinamente come parteciparvi. (Sessione 1465)

L’acquiescenza può assumere forme apparentemente ragionevoli.

  • Puoi cedere perché non vuoi che l’altro si arrabbi.
  • Puoi farlo perché non vuoi deluderlo.
  • Puoi farlo perché vuoi tranquillizzarlo.
  • Puoi persino farlo semplicemente perché non vuoi continuare a confrontarti con la sua pressione.

In una conversazione Elias osserva proprio questa dinamica: una voce interna può suggerire di acquiescere perché così la pressione dell’altro finirà. Ma precisa che l’acquiescenza, in realtà, non mette fine alla situazione. (Sessione 201908312)

Per questo l’acquiescenza può diventare un segnale da osservare. Non perché ogni volta che accetti la proposta di un’altra persona tu stia rinunciando a te stesso. Puoi scegliere liberamente qualcosa che inizialmente non avevi previsto. Puoi cambiare idea. Puoi persino scegliere di fare qualcosa soprattutto perché è importante per qualcuno che ami.

La questione è diversa: sto scegliendo questa partecipazione oppure sto cedendo perché temo ciò che accadrebbe se scegliessi diversamente?

Se la cooperazione non è accordo e non è compromesso, che cosa la caratterizza? Elias utilizza ripetutamente una formula molto semplice: onorare entrambi.
La cooperazione consiste nell’onorare te stesso e contemporaneamente onorare l’altro. Questo può avvenire anche quando non siete d’accordo.

“Onorare” non significa approvare tutto ciò che l’altro fa. E non significa neppure che entrambi debbano ottenere esattamente ciò che vogliono.
Significa che la soluzione non viene costruita trattando uno dei due individui come quello che deve essere sacrificato.

Questo modifica profondamente la struttura di molti conflitti relazionali. Spesso la situazione viene percepita in forma binaria:
o scelgo me, oppure scelgo te.
Se scelgo ciò che voglio io, ti danneggio.
Se scelgo ciò che vuoi tu, rinuncio a me.

Elias introduce invece la possibilità di cercare configurazioni differenti, nelle quali la propria scelta venga rispettata senza trasformarla in un comando rivolto all’altro. Onorare entrambi non significa quindi trovare necessariamente il punto esatto a metà strada. Significa non partire dal presupposto che, affinché uno venga rispettato, l’altro debba essere negato.

Una situazione concreta rende questa distinzione particolarmente chiara. Brenda non vuole partecipare a una situazione che riguarda il figlio del proprio compagno. Il compagno, però, può scegliere di accogliere il figlio.

Elias non le suggerisce di convincerlo a scegliere diversamente. Le riporta invece l’attenzione su ciò che può effettivamente scegliere lei: la propria partecipazione. Se il compagno decide di accogliere il figlio, quella è la sua scelta; Brenda può riconoscere che, per il proprio benessere, non vuole necessariamente partecipare a quella configurazione. (Sessione 202206141)

Quando Brenda immagina che il compagno possa risponderle: “Che cosa vuoi che faccia, che lasci mio figlio per strada?”, Elias precisa il punto: lei non gli sta dicendo che cosa deve fare. Non gli sta chiedendo di compiere una scelta particolare. Gli sta comunicando ciò che sceglie lei.

Questa distinzione permette di precisare che cosa può significare un confine all’interno della relazione.
Un confine non necessita di assumere la forma:
tu non puoi fare questo.
Può assumere la forma:
se tu scegli questo, io scelgo come partecipare.

Da qui possiamo formulare una distinzione editoriale utile:

Il confine definisce la mia partecipazione
Il controllo tenta di definire la scelta dell’altro.

Non è una formula tecnica pronunciata da Elias, ma sintetizza bene la distinzione presente in queste conversazioni.
La tua scelta riguarda la tua direzione. Non deve diventare automaticamente la prescrizione della direzione dell’altro.

La stessa conversazione introduce una distinzione ancora più sottile. Brenda può non voler partecipare alla scelta del compagno e contemporaneamente continuare a sostenerlo.

Elias lo dice esplicitamente: se il compagno sceglie di accogliere il figlio, lei può sostenerlo; se sceglie di non farlo, può sostenerlo ugualmente. Il fatto che Brenda scelga per sé una partecipazione differente non significa che debba ritirare il proprio affetto o il proprio sostegno. (Sessione 202206141)

Questa distinzione è importante perché spesso confondiamo il sostegno con l’adesione.

  • Se sostengo qualcuno, posso pensare di dover approvare ciò che fa.
  • Oppure di dover partecipare alla sua scelta.
  • Oppure di dover proteggerlo dalle conseguenze.

Ma queste azioni non sono necessariamente la stessa cosa.

  • Puoi riconoscere la scelta di un altro individuo senza compierla.
  • Puoi essergli vicino senza assumere la responsabilità della sua direzione.
  • Puoi sostenere la persona senza trasformare il sostegno nell’obbligo di partecipare a tutto ciò che sceglie.

Questo rende possibile qualcosa che, nella logica dell’aut-aut, appare contraddittorio:
posso essere con te senza dover fare ciò che fai tu.

L’accettazione occupa una posizione centrale nell’insegnamento di Elias, ma può essere facilmente trasformata in un altro obbligo.
Se accetto genuinamente una persona, devo allora riuscire ad avere una relazione con lei?

  • Devo volerle stare vicino?
  • Devo trovare piacevoli le sue scelte?
  • Devo partecipare?

Le fonti non consentono di identificare automaticamente queste azioni.

Nella sessione 1465 Elias collega l’accettazione alla possibilità di riconoscere la differenza senza trasformarla in minaccia. Puoi esprimere le tue preferenze e permettere all’altro di esprimere le proprie anche quando non compiresti le sue stesse scelte. (Sessione 1465)

In un’altra conversazione, quando un individuo non vuole partecipare a determinate azioni, Elias non gli dice che l’accettazione richieda di rimanervi coinvolto. Gli ricorda invece che possiede una scelta:

“If you wish not to be participating in certain actions, do not participate. It is your choice.”
“Se non desiderate partecipare a determinate azioni, non partecipate. È una vostra scelta.” (Sessione 591)

Perciò è importante non trasformare l’accettazione in sopportazione. Puoi riconoscere che un’altra persona possiede pienamente il diritto di scegliere ciò che sceglie e contemporaneamente riconoscere che tu non vuoi partecipare a quella scelta o a quella particolare configurazione relazionale.

In questo senso, accettazione e compatibilità non devono essere trattate come sinonimi.
Accettare la differenza non significa dover costruire con ogni differenza una relazione intima.

All’estremo opposto si trova un altro equivoco: immaginare che la compatibilità richieda somiglianza.
Nella sessione 1465 Elias afferma espressamente che l’accordo non è necessario alla compatibilità. Due individui possono essere fortemente in disaccordo su determinate espressioni e continuare a interagire in maniera compatibile e cooperativa se vi è genuina accettazione della differenza. (Sessione 1465)

In altre conversazioni Elias utilizza compatibility anche in relazione alla familiarità e all’armonia dell’energia tra individui. Non la riduce quindi a un elenco di opinioni, interessi o comportamenti identici. (Sessione 1282)

Questo non rende irrilevanti le cose che due persone hanno in comune. Preferenze, interessi, modalità di interazione e direzioni possono contribuire significativamente alla configurazione di una relazione. Ma non emerge una formula rigida secondo cui una relazione debba possedere una quantità determinata di punti in comune per essere valida.

La compatibilità non richiede che l’altro sia una replica di te. Anzi, proprio la possibilità di accogliere alcune differenze senza viverle come minaccia può essere parte della relazione.
Il criterio non è quindi:
quanto siamo uguali?
Ma nemmeno:
quanto riusciamo a sopportare le nostre differenze?

La questione è piuttosto se quelle differenze possano essere presenti senza che ciascuno debba continuamente negare sé stesso o modificare l’altro per mantenere la relazione.

Essere fortemente attratti da qualcuno non risponde automaticamente alla domanda sulla compatibilità. In una conversazione del 2023 John descrive l’intensità, la fiamma emotiva e i “fireworks” che aveva sperimentato nelle relazioni precedenti. Elias gli fa notare che quell’intensa attrazione iniziale può essere associata al riconoscimento di configurazioni familiari, in particolare di qualità che ricordano uno o entrambi i genitori. (Sessione 202303071)

L’intensità iniziale può quindi essere reale senza costituire necessariamente un’indicazione di compatibilità. Elias descrive come, esaurita quella prima intensità, possano diventare visibili gli elementi che non sono complementari: ciò che irrita, delude o che ciascuno vorrebbe cambiare nell’altro. Nella stessa conversazione contrappone a questa dinamica una relazione nella quale l’apprezzamento e la compatibilità si approfondiscono progressivamente. (Sessione 202303071)

Questo esempio non deve essere trasformato in una regola universale secondo cui ogni attrazione intensa riprodurrebbe necessariamente la relazione con i genitori.
Mostra però una distinzione importante:

l’intensità di un’attrazione non dimostra, da sola, la qualità della relazione che potrà essere costruita.
Puoi essere attratto da qualcuno con cui incontri continuamente incompatibilità.
E puoi costruire una relazione significativa la cui profondità non era interamente evidente nel primo incontro.

Quando emergono differenze e incompatibilità può comparire una soluzione apparentemente semplice:

la relazione funzionerebbe se l’altro cambiasse.

Da quel momento l’attenzione può concentrarsi progressivamente su ciò che l’altra persona dovrebbe comprendere, modificare, guarire, abbandonare o imparare.
Elias affronta direttamente questa dinamica in diverse conversazioni. Una sessione del 2017 contiene persino il tema “Giving Up the Fix”: rinunciare al progetto di fix, di aggiustare. (Sessione 201703191)

Il problema non consiste nell’offrire aiuto. Non significa che non si possa sostenere qualcuno, condividere informazioni, esprimere una preferenza o rispondere quando l’altro chiede qualcosa.

La distinzione riguarda il tentativo di assumere la direzione della sua esperienza. Quando ciò che vuoi può realizzarsi soltanto se l’altro diventa diverso da ciò che è ora, la tua attenzione non è più prevalentemente sulla tua scelta. È sulla trasformazione della sua.

Anche un’intenzione apparentemente positiva può assumere questa forma. Elias interroga esplicitamente il movimento di chi desidera creare maggiore pace quando tale desiderio diventa un progetto per cambiare gli altri e le loro scelte. Il punto non è condannare il desiderio di pace, ma riconoscere dove viene diretta l’attenzione. (Sessione 1747)

  • Puoi comunicare ciò che vuoi.
  • Puoi esprimere ciò che preferisci.
  • Puoi decidere ciò a cui parteciperai.
  • Ma l’altro continua a possedere la propria scelta.

Una relazione costruita prevalentemente sulla speranza che un giorno l’altro diventi la persona con cui finalmente potrai stare non è una relazione soltanto con la persona presente. È anche una relazione con la versione futura che stai tentando di ottenere da lei.

Non sempre cerchiamo di modificare apertamente l’altro. A volte lo facciamo anticipandolo nella nostra mente.

  • Immaginiamo ciò che penserà.
  • Prevediamo ciò che sentirà.
  • Decidiamo che si offenderà, che si arrabbierà, che non capirà o che non accetterà la nostra scelta.

E poi scegliamo sulla base di quella previsione. Nella sessione 591 una partecipante è convinta che un’altra persona si sarebbe arrabbiata moltissimo se lei avesse scelto diversamente. Elias interrompe immediatamente quella conclusione:
“This is an assumption.”
Questa è una supposizione

Spiega che gli individui generano continuamente supposizioni su come gli altri percepiranno le loro azioni e i loro comportamenti e che, molte volte, gli altri non li percepiscono affatto nel modo previsto. (Sessione 591)

La conseguenza è importante. Se decidi sulla base della reazione che hai già attribuito all’altro,

  • puoi cominciare ad acquiescere prima ancora che l’altro ti abbia chiesto di farlo.
  • Puoi rinunciare a una scelta per evitare un conflitto che esiste ancora soltanto nella tua previsione.
  • Puoi anche interpretare un comportamento senza verificare che cosa l’altro stia effettivamente comunicando.

Chiedere non garantisce che riceverai la risposta che desideri, ma permette almeno alla relazione di avvenire tra due individui reali anziché tra un individuo e l’immagine che ha costruito dell’altro.

Non presumere la scelta dell’altro al posto suo.

Una relazione non richiede che l’individualità venga sospesa. Elias presenta una configurazione quasi opposta: proprio riconoscendo più chiaramente ciò che è tuo diventa possibile permettere all’altro di esprimere ciò che è suo.

Nella sessione 1465 collega l’accettazione della differenza al riconoscimento che ciascun individuo crea la propria realtà. Puoi scegliere di interagire con un’altra persona secondo le tue preferenze senza pretendere che le sue preferenze diventino identiche alle tue. (Sessione 1465) Questo riporta il capitolo al suo punto di partenza.

  • Cooperare non significa diventare uguali.
  • Non significa trovare sempre un accordo.
  • Non significa cedere per evitare il conflitto.
  • Non significa partecipare a ogni scelta dell’altro.
  • Non significa accettare qualsiasi configurazione relazionale.
  • Non significa nemmeno difendere la propria individualità tentando di controllare quella altrui.

Significa riconoscere due direzioni individuali che interagiscono.
A volte queste direzioni possono procedere insieme con grande facilità.
A volte richiedono configurazioni differenti da quelle immaginate inizialmente.
A volte puoi sostenere l’altro senza partecipare alla sua scelta.
E a volte riconoscere entrambe le direzioni può significare anche riconoscere che una particolare forma della relazione non è quella che vuoi continuare a scegliere.

La cooperazione non risolve la differenza eliminandola. Permette alla differenza di esistere senza trasformarla automaticamente in opposizione.
Da questo punto di vista, onorare te stesso non significa vincere sull’altro. E onorare l’altro non significa rinunciare a te.

La domanda può allora cambiare. Non soltanto:
chi dei due deve cedere?
Ma:
che cosa scelgo io, che cosa sceglie l’altro, e quale forma di interazione può onorare entrambe queste direzioni?

Coopera senza rinunciare alla tua direzione e senza pretendere di dirigere quella dell’altro.


© Copyright
Estratti delle trascrizioni di Elias riprodotti in queste pagine: copyright Mary Ennis. Tutti i diritti riservati. Fonte ufficiale delle trascrizioni e delle registrazioni audio di Elias: Eliasweb.org

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