Elias: essere sé stessi senza creare separazione [E188]

La tua individualità non richiede che tu sia uguale agli altri, che dimostri il tuo valore o che trasformi le tue preferenze in verità.

La pagina base dell’insegnamento di Elias con le informazioni necessarie e l’elenco dei post pubblicati. In questa pagina le sessioni tradotte in veste integrale o come estratti.

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MONOGRAFIE
7. La via indicata da Elias non è per diventare ma per essere
☉Fonti del capitolo presente [Sessioni indicate nel testo]
Capitolo 8

Essere sé stessi non significa scoprire una forma definitiva di sé nascosta dietro le credenze, né liberarsi delle credenze per raggiungere un’identità più autentica. Nella realtà fisica le credenze partecipano continuamente alla percezione e all’espressione individuale. Anche ciò che chiamiamo preferenza non si trova al di fuori di esse: Elias definisce le preferenze preferred beliefs, credenze preferite, con le quali generalmente non generiamo lotta o conflitto e che esprimiamo con maggiore naturalezza. (1465; 1742)

Le preferenze possono manifestarsi nelle attività più semplici, nelle opinioni, nelle relazioni, nei modi di vivere e nelle direzioni che scegliamo. Molte vengono espresse quotidianamente senza essere riconosciute come tali. Per individuarle, Elias invita a prestare attenzione a ciò che facciamo, a ciò che ci soddisfa e anche a ciò che non preferiamo. (1465; 1742)

Una preferenza non cessa però di essere una credenza. Può cambiare, e questo non significa che la credenza precedente sia scomparsa: cambia la direzione dell’attenzione e un’altra credenza diventa quella preferita. La possibilità di muovere l’attenzione mostra quindi la flessibilità delle credenze e delle loro influenze. (1360; 1742)

Riconoscere ciò che preferiamo non significa individuare qualcosa che debba valere anche per gli altri. Le preferenze costituiscono nostre linee guida, ma non sono assolute. Possono essere riconosciute ed espresse senza essere negate e senza richiedere che un altro individuo le condivida. (1742)

La difficoltà nasce quando una preferenza, un’opinione o una nostra truth diventa la misura di ciò che anche gli altri dovrebbero scegliere. Se io non sceglierei una determinata azione, posso facilmente concludere che nemmeno l’altro dovrebbe sceglierla. Se la sua percezione è molto diversa dalla mia, posso trasformare quella differenza nella prova che una delle due debba essere giusta e l’altra sbagliata.

Elias richiama invece una distinzione essenziale: due individui possono percepire ed esprimere in modi differenti senza che questo stabilisca che uno sia giusto e l’altro sbagliato. Le nostre truths sono credenze che abbiamo reso assolute e che utilizziamo come linee guida, ma non diventano per questo assolute per gli altri. (1083; 1648)

La differenza può essere difficile da accettare proprio perché, osserva Elias, viene generalmente vissuta come minaccia, mentre la somiglianza viene associata alla sicurezza. Riconoscere le proprie linee guida senza trasformarle in criteri universali permette invece di lasciare che l’altro esprima una configurazione differente. (1648)

Questo non richiede indifferenza. Possiamo non gradire un comportamento, scegliere di non parteciparvi e continuare ad avere opinioni precise. Una preferenza permette di dire: questo non è ciò che scelgo per me. Il giudizio aggiunge: perciò non dovrebbe sceglierlo neppure l’altro. Elias distingue proprio la libertà di seguire le proprie linee guida dalla necessità di rendere sbagliato chi ne esprime di differenti. (1465; 1742)

Lo stesso meccanismo può rivolgersi verso noi stessi. Quando utilizziamo l’espressione di un altro individuo per stabilire ciò che dovremmo essere o fare, la differenza diventa confronto. Elias afferma esplicitamente che il confronto genera automaticamente svalutazione e giudizio. (1695)

Osservare gli altri non significa necessariamente confrontarsi. Possiamo interessarci alle loro esperienze, imparare o lasciarci ispirare. Il confronto compare quando ciò che fanno diventa la misura di ciò che pensiamo di dover fare noi: ciò che l’altro possiede, realizza o esprime diventa un criterio con il quale valutiamo la nostra esperienza. (202106101)

Quel termine di paragone può anche essere un’immagine ideale di noi stessi. Ciò che siamo nel presente viene allora misurato rispetto a ciò che pensiamo di dover essere. Ne derivano aspettative, delusione e svalutazione, soprattutto quando il raggiungimento di un risultato viene trasformato nella prova del proprio valore. (1360)

Rivolgere nuovamente l’attenzione a sé non significa però separarsi dagli altri. Qui appare uno degli aspetti più importanti dell’individualità secondo Elias.
Ogni individuo esprime qualità uniche e le esprime in una configurazione propria. Nello stesso tempo, non esiste separazione nella coscienza. Elias può quindi affermare che, in un senso, siamo distinti dagli altri proprio per la nostra unicità e, in un altro, non lo siamo. Non è necessario diminuire o svalutare ciò che ci rende unici per partecipare al collettivo o per esprimere la mancanza di separazione. (1360)

La connessione non richiede uniformità.

Essere parte di un insieme non significa diventare simili per poter appartenere. Possiamo esprimere preferenze, qualità e direzioni differenti senza trasformare quelle differenze in separazione. La mancanza di separazione non cancella l’individualità e l’individualità non richiede isolamento. (1360)

Anche l’intimità non implica l’annullamento delle differenze. Elias collega il desiderio di connessione all’interconnessione, ma non richiede che due individui abbiano le stesse preferenze o la stessa direzione. Essere vicini non significa uniformarsi. (1091)

Riconoscere la propria individualità, tuttavia, non significa necessariamente apprezzarla. Possiamo sapere ciò che preferiamo e continuare a svalutare ciò che esprimiamo. Per questo diventa importante distinguere accettazione e apprezzamento.

Elias descrive un movimento nel quale la familiarità con sé genera una maggiore conoscenza di sé; questa conoscenza favorisce l’accettazione e, nell’accettazione, può emergere l’apprezzamento. Non si tratta di una scala verso una condizione superiore, ma di espressioni differenti e strettamente connesse. (1083)

L’accettazione non coincide con l’approvazione. Elias descrive l’approvazione come una sorta di sigillo che conferma di essere nel giusto. L’accettazione non richiede invece di stabilire se siamo giusti o sbagliati: permette di conoscere ciò che esprimiamo e di riconoscere le nostre scelte e preferenze senza sottoporle continuamente a quel verdetto. (1609)

Lo stesso vale per l’apprezzamento. Apprezzarsi non significa convincersi di essere nel giusto né ottenere dagli altri la conferma del proprio valore. Elias contrappone la ricerca di approvazione alla possibilità di riconoscere e apprezzare genuinamente ciò che si sta esprimendo. (1609)

L’apprezzamento può riguardare qualcosa di molto semplice. In un esercizio proposto a un’interlocutrice, Elias invita a riconoscere più volte durante la giornata i propri risultati, anche minimi, e a esprimere separatamente un genuino apprezzamento di sé. Non importa che ciò che viene apprezzato sia grande o straordinario: ciò che conta è la genuinità dell’apprezzamento. (1972)

Apprezzarsi non significa quindi costruire un’immagine grandiosa di sé. Significa cominciare a riconoscere ciò che normalmente viene ignorato o considerato valido soltanto quando soddisfa un criterio di prestazione.

La differenza diventa particolarmente evidente quando Elias parla dell’eccellenza. Possiamo dedicarci profondamente a un’attività perché la preferiamo, ne apprezziamo l’espressione e ci procura piacere. Oppure possiamo perseguire la stessa eccellenza per dimostrare agli altri, o a noi stessi, di avere valore. Esteriormente l’azione può essere la stessa; ciò che cambia è ciò che le chiediamo di provare. (1360)

Emerge con chiarezza questo principio: il valore dell’individuo non deve essere dimostrato attraverso ciò che fa.

Quando l’eccellenza viene perseguita per ottenere quella prova, il risultato diventa una misura di sé: se raggiungo ciò che considero migliore, allora valgo; se non lo raggiungo, il mancato risultato sembra dire qualcosa sul mio valore o sul mio essere degno. Elias distingue questo movimento dall’espressione che nasce dalla preferenza, dall’apprezzamento e dal piacere di fare ciò che si preferisce. (1360)

Riconoscere una propria capacità non implica, d’altra parte, collocarsi sopra gli altri. Nella stessa sessione Elias affronta la credenza secondo cui la propria posizione dovrebbe essere né superiore né inferiore, ma uguale. Anche questa, osserva, è una credenza. Nel caso concreto della musica, il punto non è essere migliori o peggiori di un altro individuo: riguarda la propria preferenza, la propria gioia e la libertà di esprimerle. (1360)

L’unicità non è un rango.

Non occorre diminuire una capacità per evitare di essere superiori, né utilizzare quella capacità per stabilire una superiorità. Si può essere differenti senza trasformare la differenza in una graduatoria del valore.

Questo conduce a un’altra distinzione che Elias formula esplicitamente:
“There is a difference between liking yourself and loving yourself.”
“C’è una differenza tra piacersi e amarsi.”

Piacersi e amarsi non sono la stessa cosa. Piacersi è importante, e Elias lo descrive come un passo significativo. Ma ciò che ci piace può essere sottoposto a condizioni: possiamo gradire alcune nostre espressioni e non gradirne altre. (201810281)

L’amore non funziona nello stesso modo. Possiamo amare qualcosa e contemporaneamente non gradire ciò che fa. Non dipende dalla reciprocità e nemmeno dal fatto di essere d’accordo con ciò che amiamo. (201810281)

Il principio può essere rivolto anche a noi stessi. Non è necessario gradire ogni propria scelta per continuare ad amarsi. Possiamo essere delusi da un comportamento, non preferirlo o decidere di modificarlo senza trasformarlo in una condizione posta all’amore verso noi stessi.

Elias è particolarmente netto: nella sua definizione, tutto l’amore è incondizionato; ciò che chiamiamo “amore condizionato” non sarebbe amore. Le condizioni appartengono invece a ciò che ci piace. (201810281)

Questo non significa approvare qualsiasi cosa facciamo. Significa non dire a noi stessi: potrò amarmi quando sarò diverso, quando avrò corretto questa scelta, quando sarò finalmente come dovrei essere.

E non significa smettere di cambiare. Elias affronta direttamente questa obiezione: amare e accettare qualcuno non impedisce a quell’individuo di continuare a cambiare. Non vi è motivo di applicare a noi stessi una regola diversa. (201810281)

Una scelta, inoltre, non è una definizione permanente dell’individuo. Elias afferma che le scelte possono essere modificate in qualsiasi momento: se una scelta non ci soddisfa, possiamo sceglierne un’altra. (1243)

Non è quindi necessario svalutarsi per cambiare. Questo diventa particolarmente chiaro quando Elias afferma:
“choices are merely choices. They are NOT a reflection upon your worth or your value.”
“Le scelte sono semplicemente scelte. Non riflettono in alcun modo il tuo valore o la tua autostima.”

Nemmeno la percezione che abbiamo di noi stessi, aggiunge, costituisce la misura del nostro value o worth, perché quella percezione è influenzata dalle credenze. (475)
Possiamo dunque riconoscere una scelta, accorgerci che non la preferiamo e cambiare direzione senza trasformare quella scelta nella prova di ciò che siamo.

Lo stesso principio vale nel rapporto con gli altri. Elias afferma che il worth (valore) di un individuo non è misurato dalle sue azioni e descrive la possibilità di apprezzarlo indipendentemente dalle scelte comportamentali che esprime. (632)

Questo non significa approvare quelle azioni, sceglierle per noi o desiderare di parteciparvi. Significa non confondere la valutazione di una scelta con il valore dell’individuo che la compie.

Qui i diversi fili del capitolo si ricongiungono.

  • Una preferenza può essere pienamente nostra senza diventare assoluta.
  • Una differenza può rimanere differenza senza diventare errore.
  • L’unicità non richiede separazione e la connessione non richiede uniformità.
  • Possiamo apprezzare una capacità senza usarla per stabilire una superiorità
  • e modificare una scelta che non preferiamo senza trasformarla nella misura del nostro valore.

Essere sé stessi, in questa prospettiva, non significa costruire un’identità migliore né trovare una forma di sé alla quale rimanere fedeli per sempre. Significa riconoscere ciò che effettivamente esprimiamo — preferenze, linee guida, qualità, scelte e differenze — senza trasformarlo in una misura universale o in una graduatoria del valore.

  • Puoi esprimere ciò che è tuo senza aver bisogno che sia vero anche per gli altri.
  • Puoi lasciare che l’altro sia differente senza usare quella differenza come misura di te.
  • E puoi modificare una scelta che non ti soddisfa senza trasformarla in una misura del tuo valore.

La tua individualità non richiede che tu sia uguale agli altri, che dimostri il tuo valore o che trasformi le tue preferenze in verità. Puoi essere distintamente te stesso senza fare di quella distinzione una separazione.


© Copyright
Estratti delle trascrizioni di Elias riprodotti in queste pagine: copyright Mary Ennis. Tutti i diritti riservati. Fonte ufficiale delle trascrizioni e delle registrazioni audio di Elias: Eliasweb.org

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