Non chiederti soltanto che cosa ti farà stare meglio immediatamente; riconosci che cosa stai realmente scegliendo e quale direzione è effettivamente soddisfacente per te.
☉La pagina base dell’insegnamento di Elias con le informazioni necessarie e l’elenco dei post pubblicati. In questa pagina le sessioni tradotte in veste integrale o come estratti.
📌 NON PER DIVENTARE, PER ESSERE: la Monografia 7 raccolta in un volume digitale
MONOGRAFIE
7. La via indicata da Elias non è per diventare ma per essere
☉Fonti del capitolo presente [Sessioni indicate nel testo]
Capitolo 10
Il comfort è importante. Se qualcosa ci irrita, ci mette a disagio o ci fa sentire fuori posto, quell’esperienza ci offre informazioni che vale la pena ascoltare. Ma proprio perché il comfort è significativo, è facile trasformarlo in una regola: ciò che è confortevole deve essere giusto per me; ciò che è scomodo deve indicare che sto andando nella direzione sbagliata. Elias non propone questa equivalenza. In alcune situazioni scegliere ciò che è più confortevole può essere decisamente benefico; in altre, una scelta nel proprio greatest benefit può comprendere anche esperienze molto scomode. (Sessioni 202205051, 3052)
Questo capitolo costituisce perciò un correttivo a molte distinzioni incontrate fin qui. Una preferenza non coincide necessariamente con il comfort;
- ciò che è familiare non è necessariamente ciò che ci fa stare bene;
- divertirsi non significa cercare sempre il piacere immediato;
- fidarsi di sé non significa sentirsi sempre al sicuro;
- scegliere per sé non significa evitare tutto ciò che mette a disagio;
- e ciò che vogliamo non coincide necessariamente con ciò che Elias chiama greatest benefit. (Sessioni 3042, 201410251, 201604151, 202210221)
Il punto non è imparare una nuova formula con la quale stabilire meccanicamente che cosa fare. È diventare più precisi nel riconoscere che cosa stiamo scegliendo e quali elementi stiamo utilizzando per valutare quella scelta. (Sessioni 201410251, 202210221)
1. Il comfort conta, ma non è un criterio assoluto
Elias non invita a ignorare il comfort. In una conversazione una partecipante gli domanda se sia sbagliato evitare deliberatamente alcune persone che trova irritanti o con le quali non desidera interagire. Elias risponde che non lo è necessariamente: scegliere intenzionalmente di non collocarsi in una situazione nella quale si sarebbe a disagio può essere un modo di onorare sé stessi e può essere benefico. (Sessione 201504191)
Aggiunge anche una precisazione importante: se sai che, in una determinata situazione, non possiedi ancora la capacità oggettiva di non reagire automaticamente ai tuoi sentimenti, può essere benefico non esporti deliberatamente a quella situazione. Non c’è quindi alcun obbligo di affrontare ogni discomfort per dimostrare qualcosa a sé stessi. (Sessione 201504191)
Ma questo non trasforma il comfort nel criterio universale della scelta. Quando gli viene chiesto che cosa sia il greatest benefit, Elias afferma esplicitamente che non può dire che esso consista sempre nel comfort o nella sicurezza. Un individuo può scegliere intenzionalmente un’esperienza molto scomoda e quella scelta può comunque costituire il suo greatest benefit. (Sessione 3052)
Il comfort, dunque, conta. Può informarci, orientare una scelta, segnalarci ciò che vogliamo o non vogliamo sperimentare. Ma non costituisce da solo una misura assoluta di ciò che è benefico. (Sessioni 201504191, 3052)
2. Ciò che è familiare non è necessariamente confortevole
Una delle ragioni per cui comfort e scelta vengono facilmente confusi è che tendiamo ad associare ciò che conosciamo con ciò che ci fa stare bene. Elias distingue invece nettamente familiarità e comfort. Parlando della difficoltà di abbandonare configurazioni consolidate, osserva che gli individui tendono ad aggrapparsi a ciò che è familiare indipendentemente dal fatto che sia confortevole oppure no. Ciò che è familiare viene percepito come sicuro perché sappiamo che cosa aspettarci e sappiamo come muoverci al suo interno. (Sessione 3042)
Una situazione può quindi essere dolorosa, frustrante o insoddisfacente e continuare a essere riprodotta non perché venga realmente preferita, ma perché è conosciuta. La familiarità offre prevedibilità. Il nuovo, invece, può apparire inquietante proprio perché non sappiamo ancora come muoverci al suo interno. (Sessione 3042)
Questo modifica una domanda che possiamo porci quando continuiamo a ripetere una configurazione:
– non soltanto «mi sento a mio agio?»,
– ma anche «questa modalità mi è semplicemente familiare?».
Le due risposte non devono coincidere. (Sessione 3042)
Il familiare, quindi, non dimostra che una direzione sia naturale, preferita o benefica. Può essere semplicemente ciò che abbiamo praticato abbastanza a lungo da sapere come funziona. (Sessione 3042)
3. Non essere disturbato non significa preferire
Esiste una distinzione ancora più sottile. Possiamo continuare a compiere una determinata azione senza provare particolare disagio e concludere: se non mi disturba, evidentemente mi piace; se lo faccio abitualmente, evidentemente è una mia preferenza; se mi viene spontaneo, evidentemente «sono fatto così». (Sessione 201410251)
Elias mette direttamente in discussione questo passaggio. Un’azione può essere automatica, appartenere alla routine e non essere particolarmente fastidiosa. Ma, precisa, «liking is very different from not being bothered»: che qualcosa non ti disturbi non significa necessariamente che ti piaccia. E quella stessa scelta può non essere nel tuo greatest benefit. (Sessione 201410251)
Questo vale anche per l’immagine che costruiamo di noi stessi. Elias osserva che le persone esprimono frequentemente: «questo sono io» oppure «io faccio così». Ma ciò che appare come una caratteristica personale può essere semplicemente un’azione appresa, accettata e divenuta automatica, tanto familiare da non produrre più particolare attrito. (Sessione 201410251)
La mancanza di disagio non equivale quindi automaticamente a preferenza. A volte indica soltanto che una configurazione è diventata sufficientemente abituale da non richiamare più la nostra attenzione. (Sessione 201410251)
4. Ciò che vuoi non coincide necessariamente con il greatest benefit
Anche ciò che vogliamo può sembrare un criterio semplice. Se voglio qualcosa, perché non dovrebbe essere nel mio greatest benefit? Elias risponde distinguendo il want dal desire. (Sessioni 201604151, 202210221)
Il want è specifico. Riguarda ciò che l’individuo riesce oggettivamente a concepire in un determinato momento e viene espresso entro l’estensione della sua consapevolezza attuale. Vogliamo una particolare soluzione, una determinata relazione, uno specifico risultato perché, da ciò che vediamo in quel momento, immaginiamo che quella configurazione ci sarebbe benefica. (Sessione 201604151)
Il desire è più inclusivo. Può comprendere il want, ma non è limitato alla singola forma nella quale abbiamo immaginato che ciò che vogliamo debba realizzarsi. Per questo Elias afferma che il desire muove verso il greatest benefit, mentre ciò che vogliamo oggettivamente può non coincidere, in quel momento, con quel beneficio. (Sessioni 201604151, 202210221)
Questo non significa che volere qualcosa sia sbagliato. Elias precisa che avere wants è naturale. Il punto è non trasformare il want nella prova automatica che una determinata forma debba essere quella più benefica. (Sessione 202210221)
Ciò che vuoi è informazione importante. Ma il fatto che tu riesca a immaginare una sola maniera nella quale quel want potrebbe essere soddisfatto non significa che quella sia l’unica direzione possibile. Elias insiste ripetutamente sul fatto che esistono più possibilità dell’aut-aut che riusciamo inizialmente a vedere. (Sessione 201604151)
5. Sentirti bene non basta a riconoscere il greatest benefit
Un altro criterio apparentemente immediato consiste nell’utilizzare il sentimento: se una scelta mi fa stare bene, deve essere giusta; se mi fa stare male, deve essere sbagliata. Ma Elias attribuisce ai sentimenti una funzione diversa. I sentimenti sono segnali che richiamano l’attenzione su una comunicazione; non sono istruzioni automatiche su ciò che dobbiamo scegliere. (Sessioni 201804281, 201504191)
In una conversazione dedicata proprio a ciò che l’individuo sta proiettando con la propria energia, Elias afferma che i sentimenti non sono un indicatore affidabile di quella proiezione. Una persona può essere ansiosa senza esprimere necessariamente un’energia negativa; al contrario, può sentirsi bene e trovarsi di buon umore mentre la propria energia si muove in una direzione distruttiva. I sentimenti, dice, «aren’t a gauge» (non sono un indicatore). (Sessione 201804281)
Questo non significa ignorarli. Significa ascoltare ciò che segnalano senza trasformarli nella scelta stessa. In un’altra conversazione Elias ribadisce che un sentimento può offrire informazioni importanti, ma non dovrebbe essere lasciato a dirigere automaticamente comportamento e scelta. (Sessione 201504191)
Perciò neppure feeling good può essere assunto, isolatamente, come prova del greatest benefit. Se il greatest benefit può comprendere un’esperienza scomoda, il semplice fatto di sentirsi bene non basta a identificarlo; e il semplice fatto di sentirsi male non basta a escluderlo. (Sessione 3052)
6. Essere scomodo non significa essere sbagliato
Nella vita quotidiana è facile interpretare il discomfort come segnale di errore: se qualcosa è difficile, se una scelta produce disagio o se una situazione non ci piace, possiamo concludere di aver creato qualcosa di sbagliato o di non aver prestato abbastanza attenzione. Elias contesta esplicitamente questa conclusione. (Sessione 202110231)
Parlando di un piccolo incidente che aveva prodotto un danno a un veicolo, Elias osserva che molte azioni e scelte quotidiane non sono necessariamente confortevoli all’inizio e possono persino non piacerci. Questo non significa automaticamente che siano cattive, che abbiamo fatto qualcosa di sbagliato o che non stavamo prestando attenzione. (Sessione 202110231)
Lo stesso principio compare nella 3052. Una direzione può essere maggiormente in accordo con il desire di un individuo e tuttavia risultare inizialmente meno confortevole perché nuova, meno familiare o percepita come meno sicura. Elias arriva a dire che, a volte, un individuo può scegliere intenzionalmente di essere temporaneamente uncomfortable per generare il proprio greatest benefit. (Sessione 3052)
Lo scomodo, quindi, non è una prova di errore. Può accompagnare il nuovo, l’interruzione di una modalità consolidata, un’espressione più diretta o semplicemente un’esperienza che abbiamo scelto di esplorare. (Sessioni 3052, 202110231)
7. Essere scomodo non significa che devi andare avanti
La conclusione opposta sarebbe però altrettanto problematica. Se il discomfort non significa errore, potremmo trasformarlo nel segnale contrario: se qualcosa mi spaventa o mi mette a disagio, devo affrontarlo, perché soltanto così crescerò o allargherò la mia consapevolezza. Elias non propone neppure questa formula. (Sessione 201504191)
Durante una conversazione Paul domanda se un senso corporeo di esitazione o discomfort prima di incontrare qualcuno o intraprendere un’azione possa indicare che non è il momento opportuno. Elias risponde affermativamente: quel segnale può essere una comunicazione del corpo, eventualmente unita all’intuizione, e può fornire informazioni sulla situazione che l’individuo non ha ancora riconosciuto oggettivamente. (Sessione 201504191)
Quando Paul domanda come distinguere quel segnale dalla paura, Elias afferma che anche la paura deve essere ascoltata. Critica esplicitamente l’idea di spingersi oltre la paura semplicemente per superarla, perché ciò può equivalere a ignorare o sopprimere una comunicazione. (Sessione 201504191)
Ma Elias non dice nemmeno di obbedire alla paura. Precisa che il sentimento non deve dettare comportamento e scelta.
- Occorre riconoscere il segnale,
- identificare il messaggio:
- quale minaccia sto percependo?
- che cosa sto anticipando?
- e quindi valutare.
In questo modo emergono più scelte e diventa possibile interrogarsi sul proprio greatest benefit. (Sessione 201504191)
Il discomfort non è dunque né un semaforo rosso né un semaforo verde. È informazione da riconoscere e contestualizzare. Può contribuire alla scelta di procedere, di non procedere, di attendere, di modificare la forma della propria partecipazione o di scegliere una possibilità che inizialmente non avevamo contemplato. (Sessione 201504191)
Ascolta il discomfort, ma non lasciare che decida al posto tuo. (Sessione 201504191)
8. Greatest comfort non significa un processo sempre confortevole
A prima vista alcune affermazioni di Elias sembrano produrre una tensione. Nella 201604151 dice che il desire muove sempre verso il greatest benefit, la greatest satisfaction e il greatest comfort. Ma nello stesso esempio descrive un periodo inizialmente uncomfortable attraverso il quale quella direzione può realizzarsi. (Sessione 201604151)
La 3052 chiarisce ulteriormente la distinzione. Parlando di una scelta professionale, Elias riconosce che una direzione può non essere confortevole inizialmente. Aggiunge che, in alcuni casi, una persona può scegliere intenzionalmente un discomfort temporaneo per il proprio greatest benefit e che ciò può comunque creare «a type of comfort» perché, nel quadro complessivo, sta realizzando ciò che per lei è benefico. (Sessione 3052)
La domanda che Elias propone in quella conversazione non riguarda perciò necessariamente quale singolo passaggio sia più facile, ma che cosa sia più confortevole considerando il quadro completo. Alcuni aspetti possono non esserlo affatto. (Sessione 3052)
La 202210221 conferma il punto da un’altra direzione: il desire muove verso il greatest benefit, ma non sempre vi muove «in a comfortable manner». Elias aggiunge però che maggiore consapevolezza di sé può rendere quel movimento più confortevole. (Sessione 202210221)
Non esiste quindi alcun valore intrinseco del discomfort. Elias non propone di soffrire oggi per meritare un beneficio domani, né suggerisce che la difficoltà dimostri la profondità di una scelta. Il punto è soltanto che il greatest comfort non equivale all’assenza di ogni momento o aspetto scomodo. (Sessioni 201604151, 3052, 202210221)
Non trasformare il comfort in una regola. Ma non trasformare neppure il discomfort in una virtù. (Sessioni 3052, 202210221)
9. Il greatest benefit comprende satisfaction
Dopo aver escluso diversi criteri automatici, Elias introduce però un elemento positivo. Quando nella 3052 gli viene chiesto direttamente che cosa sia il greatest benefit, afferma che non può garantire che esso corrisponda sempre a comfort o sicurezza, ma può affermare che comprenderà satisfaction. (Sessione 3052)
Aggiunge che, quando un individuo sceglie intenzionalmente nel proprio greatest benefit, sarà soddisfatto con ciò che ha scelto perché quella scelta realizzerà il desire presente in lui. L’esperienza può continuare a essere scomoda, ma questo non elimina la satisfaction. (Sessione 3052)
Qui satisfaction non deve essere confusa con il semplice piacere immediato. Elias la collega al compimento del desire, non semplicemente al fatto che un momento risulti piacevole. È per questo che greatest benefit e feeling good non possono essere trattati come sinonimi. (Sessioni 3052, 201804281)
Anche la 201604151 collega esplicitamente il desire alla greatest satisfaction. Poiché il desire è più inclusivo del want, ciò che produce quella satisfaction può assumere forme che l’individuo non aveva previsto e può persino attraversare esperienze che, in un primo momento, non riconosce come dirette verso ciò che desidera. (Sessione 201604151)
Ma anche questa distinzione non va trasformata in una formula inversa. Elias afferma che il greatest benefit comprende satisfaction; questo non ci autorizza a concludere che qualunque esperienza che definiamo soddisfacente costituisca automaticamente il nostro greatest benefit. La satisfaction è un elemento essenziale della configurazione, non un nuovo test meccanico da applicare dall’esterno. (Sessioni 3052, 201705201)
10. Il greatest benefit è individuale
Rimane allora una domanda inevitabile: chi stabilisce che cosa costituisca greatest benefit? La risposta di Elias è esplicita: dipende dall’individuo. (Sessione 3052)
Per mostrarlo utilizza deliberatamente esempi estremi. Un individuo può scegliere un’esperienza che dall’esterno appare negativa, rischiosa o priva di senso e attribuirle un valore che l’osservatore non vede. La motivazione può riguardare l’esperienza stessa, l’informazione che vuole offrirsi, ciò che vuole esplorare o la consapevolezza che vuole acquisire. (Sessione 3052)
Non esiste quindi un catalogo universale nel quale comfort, sicurezza, piacere e facilità equivalgano sempre a maggior beneficio, mentre difficoltà, rischio e discomfort equivalgano a minor beneficio. La valutazione appartiene alla configurazione dell’individuo e della scelta che sta compiendo. (Sessione 3052)
Questo non rende il greatest benefit una forma di isolamento individualistico. Elias aggiunge che le scelte compiute nel proprio greatest benefit producono effetti che si propagano e contribuiscono al tutto. L’individualità riguarda chi può determinare quella scelta; non implica separazione dalle conseguenze e dalle interazioni che essa genera. (Sessione 3052)
11. Non decidere al posto dell’altro quale sia il suo greatest benefit
Proprio perché il greatest benefit è individuale, Elias formula una conseguenza altrettanto netta: nessun altro individuo può valutarlo al tuo posto. Gli altri non conoscono necessariamente le motivazioni, le intenzioni e l’intera configurazione attraverso cui stai compiendo una scelta. «Only you can determine» quale sia il tuo greatest benefit. (Sessione 3052)
Una conversazione del 2022 mostra concretamente che cosa questo significhi nelle relazioni. Brenda tenta di stabilire quale sarebbe la soluzione migliore per il figlio del proprio compagno e, da quella valutazione, dedurre che cosa dovrebbe fare lei. Elias interrompe il ragionamento e la riporta alla domanda che riguarda effettivamente la sua scelta: che cosa costituisce il greatest benefit per lei? (Sessione 202206141)
Il punto non è diventare indifferenti al beneficio degli altri. Puoi avere un’opinione, offrire informazioni, preoccuparti, sostenere qualcuno e riconoscere le conseguenze di ciò che accade. Ma non puoi utilizzare ciò che immagini essere «meglio per lui» come sostituto della scelta che spetta a te, né come autorizzazione a dirigere la sua. (Sessione 202206141)
Nella stessa conversazione Elias distingue infatti le due direzioni. Il compagno di Brenda può compiere la propria scelta; Brenda può determinare la propria partecipazione. Lei può continuare a sostenerlo senza trasformare quel sostegno nell’obbligo di compiere la stessa scelta o nel tentativo di stabilire quale scelta lui debba compiere. (Sessione 202206141)
Il greatest benefit non è quindi uno strumento per valutare dall’alto la vita degli altri.
È una domanda rivolta alla propria direzione:
- che cosa sto scegliendo?
- perché?
- che cosa sto rendendo importante?
- che cosa sto valorizzando?
- a che cosa sto partecipando?
- che cosa esprime realmente il mio desire? (Sessioni 3052, 202206141)
Dopo tutte queste distinzioni, non rimane una formula semplice. Non puoi concludere che la direzione giusta sia sempre quella più confortevole. Non puoi concludere che sia quella più difficile. Non puoi identificarla automaticamente con ciò che vuoi, con ciò che conosci già, con ciò che non ti disturba o con ciò che ti fa stare bene in questo momento. (Sessioni 201410251, 201604151, 3052, 202210221)
Rimane invece una capacità da esercitare:
- riconoscere con maggiore precisione ciò che stai effettivamente scegliendo,
- ascoltare le comunicazioni senza trasformarle in comandi,
- distinguere il want dal desire
- e valutare ciò che, nella tua configurazione individuale, esprime il greatest benefit e comprende satisfaction. (Sessioni 201504191, 201604151, 3052, 202210221)
Non chiederti soltanto che cosa ti farà stare meglio immediatamente; riconosci che cosa stai realmente scegliendo, che cosa stai valorizzando e quale direzione è effettivamente soddisfacente per te.
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Estratti delle trascrizioni di Elias riprodotti in queste pagine: copyright Mary Ennis. Tutti i diritti riservati. Fonte ufficiale delle trascrizioni e delle registrazioni audio di Elias: Eliasweb.org