Cerchio Firenze 77: la realtà del sentire 46

Finché si dice che l’uomo ha una parte immortale, cioè che sopravvive alla morte del suo corpo, non vi sono problemi di comprensione: al massimo uno non ci crede, ma capisce che cosa non crede.

Libri del Cerchio Firenze 77 con l’insegnamento fondamentale:
Dai mondi invisibili
Oltre l’illusione
Per un mondo migliore
Le grandi verità
Oltre il silenzio
La Fonte preziosa
– Insegnamento filosofico del Cerchio Firenze 77,indice generale dei temi e dei post della categoria “Contemplare il paradigma” di questo sito. Contemplazioni di uma.
– Libri del Cerchio Firenze 77: indice dei commenti di E.Ruggini su YouTube con indicazione dei temi e riassunto vocale di alcuni minuti del contenuto di ciascun commento.
File vocali originali del CF77 dal 1965 al 1984
L’Opera Omnia del CF77

Invece, quando si parla di che cosa è questa parte immortale, come nasce, eccetera, la questione si fa assai pi complessa. Intanto — se non la si inquadra in un disegno generale che spieghi, sia pur per sommi capi, la struttura della Realtà – si può dire quello che si vuole come la mitologia (senso occulto a parte) insegna. E in effetti, quando si è cercato di spiegare chi è l’uomo, da dove viene e quale è il suo destino, lo si è fatto disinteressandosi di quella che è la Realtà — cioè il complesso di come le cose sono in sé, della vera condizione e qualità di tutto ciò che esiste. Mentre un’ipotesi, una teoria, una spiegazione è tanto più plausibile quanto più abbraccia e si inserisce armoniosamente nel complesso generale delle cose. Allorché non si armo­nizza col resto – lo capite da voi – non regge.

Ora, io sono stufo di sentire discorsi che vogliono spiegare che cos’è l’uomo, qual è la sua origine e il fine verso il quale cammina, semplicemente fornendo delle pseudo spiegazioni che non fanno altro che spostare il problema. In altre parole: quelli che sono interrogativi circa l’uomo, diventano interrogativi circa lo spirito, ossia la parte immortale dell’uomo o come la volete chiamare.
Siccome si comincia col dire che lo Spirito non muore mai, non evolve, eccetera, se anche la spiegazione non si capisce perché non spiega nulla, il difetto è di chi sta a sentire e non di chi la fornisce. Questo perché l’uomo che ascolta non ha dimestichezza con la realtà spirituale nella quale – si dice – lo spirito sa tutto, ma in effetti percorre un cammino da cui ricava qualcosa; nella quale – sempre si dice – lo spirito dovrebbe stare in una realtà di essere, ma in effetti, invece, diviene. Tutto questo non lo dico io, badate bene, lo dicono certe spiegazioni. Leggetele con animo critico e ve ne renderete conto.

Allora, come sta la questione? Lo spirito evolve o no? Intanto vi ricordo che non abbiamo mai usato il termine «spirito» per indicare la parte più alta dell’uomo; se mai abbiamo usato
il termine «scintilla divina», per indicare che nell’uomo esiste la presenza della Divinità. E ciò che evolve, per noi, è semmai la coscienza, intesa come senso di quale deve essere la propria funzione in una Realtà in cui tutto è Uno, e la vera natura di ciascuno è un medesimo essere.

Ora, vedete, in una realtà di essere la quale, sola, badate bene sola, permette l’esistenza di un Dio Assoluto, non può esservi nulla che divenga realmente. Perciò se si intende l’evoluzione come divenire, non può esistere evoluzione. Più volte vi abbiamo ripetuto e precisato che Tutto È, e che quelle che sembrano fasi di una trasformazione, la quale ha consumato ciò che era e non ha raggiunto ciò che sarà in effetti, sono tanti stati d’essere che non trascorrono, ma sono e restano al di là del tempo, cioè nel non tempo, cioè nell’eternità.

Ma non voglio entrare nel difficile per ripararmi dietro certe difficoltà di comprensione per mascherare così le mie lacune, nello stesso modo come, generalmente, viene fatto. Voglio fare un discorso il più semplice e il più piano possibile.
Non esiste uno spirito creato potenzialmente perfetto che debba divenire perfetto in atto; uno spirito che nasca in qualche modo ignorante e che debba acquisire qualcosa attraversando la materia. Questo non lo dico io, badate bene, lo enuncio semplicemente come un fatto di cronaca.
Ripeto: o si crede in un Dio Assoluto, e in tal caso non può esistere alcun divenire reale, oppure Dio non esiste e tutto è frutto del caso, ammesso che possa esserlo.

Qual è allora, in poche e spicce parole, la spiegazione della Realtà che noi vi proponiamo? È questa.

  • Dio non può che essere il Tutto, altrimenti sarebbe incompleto.
  • Non può che essere Assoluto poiché, se fosse relativo, non sarebbe al di sopra di tutto, sarebbe un termine della molteplicità. Per questa ragione Dio non è contrapposto ad alcunché. Infatti solo ciò che è limitato può contrapporsi, ma Dio deve essere illimitato altrimenti sarebbe, appunto, incompleto.

Invero quei caratteri assoluti che Dio deve avere — come eternità, infinitezza, eccetera — non travisano il concetto assoluto di Dio ma ne fanno parte; sono insiti nel concetto di Dio assoluto ma lo puntualizzano esattamente solo se si intende che non Lo contrappongono ad alcunché.

Dio è il Tutto-Uno-Assoluto, cioè non ha certe qualità e manca di certe altre: è Colui che ha tutte le qualità ma al tempo stesso non ne ha nessuna in particolare. Pure essendo il Tutto, trascende la sommatoria di tutto quanto esiste; e siccome tutto è in Lui — e non potrebbe non esserlo — Egli è immanente e trascendente al tempo stesso.

Questa immanenza fa sì che Dio è in tutto; questa trascendenza fa sì che le qualità relative del mondo degli esseri relativi non incidono nella natura divina ed assoluta.

Mi spiego con un esempio pedestre. Il numero 2 è il risultato della somma di due unità: contiene due unità. Tuttavia il numero 2 ha un valore diverso dall’unità, pur contenendola.
Quindi, per esempio, quello che nel mondo relativo è male, esistendo, è in Dio.
Ma Dio è Dio e il male è il male.
Perciò Dio non è amore nel senso umano, più di quanto non sia odio.
Dio è Essere Assoluto al quale non si può contrapporre il non essere.
Il non essere assoluto non può esistere, poiché sarebbe una contraddizione intrinseca. Nel momento che il non essere esistesse – cioè fosse -, non sarebbe più non essere. Perciò il non essere assoluto può solo non esistere.

Sul piano relativo il discorso è diverso: si può non essere qualcosa perché si è qualcos’altro. Ora, l’Essere Assoluto, colui che deve sentirsi d’essere, non può che avere questa coscienza, altrimenti sarebbe incosciente; ma se fosse incosciente — dal momento che sul piano assoluto non esiste che Lui — la sua esistenza non sarebbe rivelata in alcun modo, perciò non esisterebbe.

Infatti, filosoficamente, qualunque cosa, per esistere, o ha una sua sia pur larvata coscienza d’essere oppure – se non ce l’ha – deve esservi qualcuno cosciente che la percepisce; altrimenti – ripeto – non esiste.
Ora, se Dio è coscienza d’essere – e non potrebbe essere diversamente – lo è in senso assoluto. Ma il sentirsi d’essere assoluto, o sentire assoluto, deve comprendere in sé i possibili gradi di sentire, cioè non può essere monolitico, altrimenti sarebbe un solo elementare sentire. Per essere assoluto deve essere poliedrico. Ma il sentire assoluto non può essere una poliedricità di sentire assoluti; non può esistere più di un Assoluto, allo stesso modo di come non può esistere più di un Dio, perché l’uno limiterebbe l’altro. Perciò la poliedricità del sentire assoluto poggia sulla molteplicità di sentire relativi.

È chiaro che il sentire assoluto rappresenta la completezza del sentire; cioè deve contenere in sé tutti i possibili sentire, ripeto, pur essendo in sé diverso da ciascun singolo sentire e dalla totalità di essi, così come la fusione di due diverse immagini bidimensionali oculari dà una immagine tridimensionale che è qualcosa di diverso e di più delle due immagini piatte che ne sono alla base.

I sentire relativi costituiscono il mondo della relatività, della molteplicità. Sono gli esseri, siamo noi, voi tutti. Ma questa molteplicità non è smembrata; costituisce un solo tutto inscindibile; e questa unità di un solo Essere – che pure è l’Essere divino – è realizzata attraverso alla continuità del sentire. In altre parole, ciascun sentire che esiste nella e per la eternità del non tempo, ma che si rivela, vibra in una sola volta in successione dal più semplice al più complesso, fa parte di una serie di sentire aggregati per analogia.

Cosicché si realizza nella successione dei sentire quella continuità di sentirsi d’essere che rimane da un sentire all’altro della stessa serie e che costituisce l’idea di un essere che sente e che si trasforma, pur conservando una stessa identità in un supposto divenire. Questi virtuali esseri che sentono – virtuali rispetto alla Realtà ultima, che è quella di un Solo Essere Divino – siamo noi, voi, noi tutti, con una coscienza in espansione.

Ma in effetti – ripeto – la coscienza che si espande, o il sentire che si modifica, o l’individuo che diviene con la Realtà, è una illusione perché, in effetti, tutto è nella Eternità del Non Tempo.
L’illusione del divenire nasce dal fatto che ciascun sentire, essendo relativo, non può che essere limitato; perciò non può che rivelarsi, sentirsi finito come proveniente da e tendente a; come momento di una successione senza soluzione di continuità. Mentre, in effetti, si tratta di tanti sentire che esistono senza fine, nella eternità del non tempo.

Nulla e nessuno, quindi, è stato creato o emanato in un momento particolare della Realtà divina, ma tutto esiste e fa parte integrante di quella Realtà. Tutto esiste e ne fa parte da sempre e per sempre, ammesso che queste espressioni si possano usare per ciò che è, non solo senza tempo, ma senza qualunque successione in un Eterno Presente.

Niente quindi spiriti che sono creati e che evolvono, o acquistano coscienza o esperienza; ma completezza di coscienza divina che comprende ogni sentire. L’idea stessa degli «esseri», o spiriti, che evolvono o prendono coscienza, è un’illusione; come lo è la molteplicità intesa come realtà vera, perché tutto – in effetti – è una sola Realtà, un solo Essere: Dio.

E Dio è quello stato di coscienza che in un solo abbraccio fonde l’illusoria molteplicità e nel quale ognuno di quegli esseri illusori è destinato a riconoscersi; a riconoscere la propria vera identità, il proprio vero essere, la propria vera esistenza. Amen.

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