Negli anni è sorta una consapevolezza che un tempo non c’era anche se la disposizione è lì da sempre: il prendersi cura, l’avere cura delle creature è un impulso, un imprinting nel sentire sottile e ineludibile che attraversa ogni istante del quotidiano.
Osservando questa vita, ormai abbastanza lunga, vedo il dispiegarsi di quella disposizione, l’agire – pur tra limiti e annebbiamenti – ininterrotto di quella disposizione. Negli anni dell’insegnamento essa si è riversata lì, oggi i contorni della sua manifestazione sono più sfumati, indefiniti.
Vivendo lontano dal mondo e anche – in parte – dalla comunità, la cura è rivolta alle creature che ho attorno, alle piante, alle querce in particolare.
In realtà non credo sia importante su cosa si riversi, ma come viene sentita, come essa sia costitutiva dell’Essere di oggi. È quasi sempre una spinta vibratoria al limite del sostenibile e del sopportabile dai corpi, così pervadente e potente da produrre uno stress.
È una gioia intima che sale nel servire, gioia trattenuta nell’ambito di una riservatezza che tutto vela: essendo tutta interiore, non si lega a particolari manifestazioni e, non essendo visibile ad alcuno, non può colorarsi delle tinte della soggettività, del conferimento di quel senso di Essere ed Esistere che deriva dall’essere visti dall’altro.
È un sentire che È Essere ed Esistere, libero da sovrapposizioni di altro.
È il fondo dell’Essere che sembra esplodere e che, a volte, diviene gesto.
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Grazie.
Sì, grazie davvero.
Gratitudine per queste parole.