Fonte: André van der Braak: Reimagining Zen in a secular age, Koninklijke Brill. Il PDF del libro.
[Capitolo 4.6] Sebbene lo “Zen mistico” sia diventato popolare negli anni Sessanta, diversi pensatori Zen giapponesi non presentavano più lo Zen come una forma di misticismo. Più tardi nella sua vita, Suzuki si pentì di aver definito lo Zen una forma di misticismo, “poiché ora lo trovo altamente fuorviante nel chiarire il pensiero Zen. Basti dire che lo Zen non ha nulla di “mistico”». (Citato in Hiroshi Sakamoto, “D.T. Suzuki and Mysticism,” The Eastern Buddhist 10/1, 1977)
Ueda interpreta lo Zen come ciò che definisce non-misticismo (Nicht-Mystik o hi-shinpishugi): non tanto un rifiuto del misticismo, quanto un movimento attraverso il misticismo e oltre esso:
Considero il vero misticismo come l’intero movimento «dall’unione all’estasi», vale a dire l’intero movimento «dal misticismo al non misticismo», fino al punto di includere il momento del «non misticismo». In realtà, in questo caso l’espressione misticismo cessa di essere adeguata; non è più appropriata. Il vero misticismo non è misticismo. È invece appropriato chiamarlo non misticismo.(Ueda Shizuteru shū [The Ueda Shizuteru Collection], 11 vols. (Tokyo: Iwanami Shoten, 2001–2003)
Il non misticismo è sia la realizzazione ultima del vero misticismo sia una svolta oltre l’esperienza mistica. Secondo il filosofo americano Bret Davis, si tratta sia di uno sviluppo completo del misticismo (nel senso di realizzarne il pieno potenziale) sia di un abbandono e di una liberazione dal misticismo:
Il non misticismo comporta una doppia negazione, prima un distacco dall’ego e poi da Dio. Dio viene abbandonato per il nulla, cioè per un’esperienza di assoluto nulla, che a sua volta ci riporta a un coinvolgimento diretto nel qui e ora delle attività quotidiane. (Davis, Letting Go of God for Nothing)
Davis distingue quattro momenti in questo non misticismo:
- Una trascendenza estatica dell’ego;
- Un’unione mistica con Dio o l’Uno;
- Una svolta estatica oltre Dio o l’Uno, verso śūnyatā (vacuità);
- Un ritorno a un coinvolgimento estatico/instatico nel qui e ora.
Questi quattro momenti non sono consecutivi, ma fanno parte di un unico movimento.
Secondo Ueda, il misticismo in senso stretto termina al secondo momento di questo movimento, all’unione mistica con Dio o l’Uno come esperienza religiosa. Il terzo momento costituisce il superamento di sé del misticismo. Questo è completato ed espresso nel quarto momento. Śūnyatā è quindi per Ueda, a differenza di Suzuki, «non un indicatore apofatico di una divinità ineffabilmente trascendente al di là di Dio; non è un segno teologico negativo per qualcosa di “totalmente Altro” che si trova “al di là dell’Essere”. Piuttosto, Ueda intende il nulla assoluto in modo dinamico come “l’attività di svuotamento”, cioè come il movimento estatico della demistificazione stessa».
Continua con il commento di uma in [braak22.1]…
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