Contemplazione nel quotidiano: la pace per il contemplativo

Il contemplativo vede, come tutti, i molti conflitti che accadono sul pianeta: dalle guerre ai conflitti familiari e personali.

Coltiva una aspirazione alla pace? La sua aspirazione non è a questo livello perché la questione, impostata così, significa ben poco.
Se voglio la pace bisogna che siano rimosse le cause della non-pace. Aspirare alla pace significa allora aspirare a che gli umani in conflitto realizzino le condizioni interiori affinché la pace possa essere.

Affermare di volere la pace è una semplice manifestazione di sé, manifestazione non consapevole della complessità delle cause che determinano la non-pace.
Ogni conflitto, su qualunque scala e che coinvolga singoli o popoli, ha all’origine cause risalenti a non comprensioni: il conflitto è l’estrinsecazione del non compreso di due attori che, attraverso il confliggere, tentano di comprendere.

Nella logica vittima/carnefice – che domina l’interpretazione corrente dei fatti – si perde il senso della manifestazione umana: essa ha certe caratteristiche determinate dal grado di sentire dei protagonisti e tende, ha la funzione, di ampliare quel sentire, comprendendo.
L’umano manifesta ciò che sente: un grado di sentire poco evoluto genera conflitto, un grado evoluto dà luogo a collaborazione e condivisione, sostegno reciproco.

Individui con la necessità di certe comprensioni, svilupperanno conflitti adeguati alle comprensioni in gioco di ciascuno di loro. Certo, socialmente, politicamente, ci sono responsabilità maggiori o minori, c’è magari l’aggressore e l’aggredito, ma non si può comprendere nulla di questi scenari se non vengono inquadrati nel processo esistenziale di ciascuno dei protagonisti, e nei loro karma personali e “collettivi”.

La realtà è che mille e mille sono i modi di trasformarsi e comprendere, auspicabile sarebbe che avvenissero nel rispetto reciproco ma pare che questo sia difficile, quindi accade ciò che oggi – sulla base dei sentire personali dati – può accadere.

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