Cerchio Firenze 77: mondi della percezione e del sentire 56

[…] Con l’esempio dei fotogrammi abbiamo illu­strato Verità quali il non tempo, il non spazio, la non simultanea percezione di una stessa situazione del mondo degli accadimen­ti da parte di «sentire» di grado diverso, e le varianti.

Libri del Cerchio Firenze 77 con l’insegnamento fondamentale:
Dai mondi invisibili
Oltre l’illusione
Per un mondo migliore
Le grandi verità
Oltre il silenzio
La Fonte preziosa
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File vocali originali del CF77 dal 1965 al 1984
L’Opera Omnia del CF77

Esem­pio prezioso da questo punto di vista, perché in modo semplice ed efficace ha reso accessibili concetti completamente sconosciu­ti o dei quali, al massimo, si ipotizzava l’esistenza, ma si igno­rava la dinamica.
Tuttavia taluno di voi, da questo esempio, ha erratamente tratta la convinzione che il mondo della percezione sia oggetti­vamente dimensionato, così che sia possibile a ciascuno — maga­ri addirittura a proprio piacimento — ritrovarlo, sì, al di là del tempo, ma in una condizione quasi oggettiva.

E non è bastata la nostra affermazione piu volte ripetuta che in realtà esiste solo qualcosa di infinito, omogeneo, indifferenziato, eccetera, che, percepito con certe limitazioni, origina tutte quelle immagini che vi sono note come mondo fisico, mondo astrale e mondo menta­le. L’effetto secondario che taluno di voi ha tratto dall’esempio dei fotogrammi — per qualche verso simile alla tossicità che ine­vitabilmente hanno tutti i medicamenti — si è mostrato ancora più evidente allorché si è trattato di capire altri concetti da noi illustrati successivamente: vedi le affermazioni circa la natura del «sentire» individuale; particolarmente l’affermazione che il mondo della percezione è la proiezione del «sentire relativo» ha contrastato con l’oggettività che taluno di voi attribuiva errata­mente a questo mondo, addirittura l’ha distrutta; ma a tal pun­to che adesso talaltro di voi non sa più dove collocare il mondo della percezione, sembrandogli che debba esistere solo il «sen­tire».

Certo, se si prende in esame ad esempio il mondo mentale, esiste solo il pensiero; così è per il mondo akasico: il sentire solo esiste. Ma se si vuole avere un’idea generale della molteplicità, al­lora esistono moltissime altre categorie, l’una uscente dall’altra. Si tratterà di vedere come esse possano coesistere.

Indubbiamente, sul piano assoluto, esiste solo Dio. Ma ciò non significa che i modi soggettivi non esistono, altrimenti non sarebbero percepiti. È un’esistenza che si coglie in una condizio­ne parziale, valida e vera solo per chi si trova in quella condi­zione, ma ciò non significa che sia un’esistenza oggettiva.
Il mondo della percezione ha tutta la concretezza, tutta la parvenza di oggettività che deve avere ciò che esiste per esistere; e al tempo stesso tutta la relatività di ciò che è soggettivo.

Ora, la parvenza di oggettività, la concretezza, nasce dal fatto che tutti gli individui appartenenti ad una stessa specie — per esempio gli uomini — hanno in comune certe limitazioni, chiamiamole li­mitazioni di base, limitazioni fondamentali, le quali possono es­ sere analoghe alle limitazioni fondamentali degli individui appar­tenenti ad altre specie, per esempio gli animali. Questo comporta una analogia nella percezione individuale: il «soggettivo univer­sale» di Kant, il «comun denominatore» delle percezioni indi­viduali, come noi lo abbiamo chiamato. Inoltre ciascun individuo interpreta personalmente le proprie percezioni e questa è la re­latività del processo della percezione.

Dicemmo che il «sentire relativo» è il prodotto della virtua­le limitazione del «sentire assoluto». Allorché il sentire relati­vo si manifesta, non può che esprimersi con le medesime limita­zioni che ne determinano la natura relativa. Ora, se il sentire re­lativo si manifesta, cioè sembra collocarsi in una successione tem­porale apparentemente oggettiva, ciò significa che esso sentire esiste nel non tempo.

Ma se il sentire relativo esiste nel non tempo — cioè al di là dell’apparente affermarsi e quindi trascor­rere — non può che esistere con le medesime limitazioni che gli conferiscono una natura relativa, sicché sentire relativo e limita­zioni sono una sola cosa, essendo queste ultime parte integrante del sentire relativo. E se il mondo della percezione è la proiezio­ne dei sentire relativi, ciò significa che il mondo della percezione nasce, anche, dalla proiezione delle limitazioni che rendono relati­vo il sentire. Sicché quelle limitazioni, non meno del sentire, sono all’origine, costituiscono il mondo della percezione, mondo che si può considerare «in potenza» allorché il sentire non è mani­festato ed «in atto» quando il sentire si manifesta.

Avverto subito che questa distinzione «potenza» ed «at­to» ha solo lo scopo di rendere a voi più accettabile, di rendere in sé più plausibile il fatto che il mondo del sentire ed il mondo della percezione sono sempre uniti.

Ripeto: *il mondo della per­cezione prende tempo, dimensione e significato allorché i sentire a cui è legato si manifestano; cioè assume una soggettività nei confronti dei sentire ai quali è legato o di cui è proiezione, quan­do quei sentire si manifestano; ma mondo della percezione, li­mitazioni e sentire sono inscindibili.

Se poi si pensa alla condizione di Eterno Presente del Tut­to, questa inscindibilità appare più evidente. Allora, ciascuna individualità, considerata nella sua completezza, con i sentire relativi di cui è costituita, contiene tutto il mondo della percezione che quei sentire manifestano o riassumono.

Tornando al nostro esempio dei fotogrammi, errato sarebbe cercare dalla parte dello schermo la spiegazione delle immagini che si muovono; la spiegazione è esattamente dalla parte opposta, cioè dalla parte del sentire; anche se essa non è la realtà, poi­ché non è l’ultima Realtà. Ed errato sarebbe non solo con­siderare il mondo della percezione oggettivamente esistente, ma anche considerarlo scisso, diviso dal mondo del sentire.

Co­me il sentire relativo è il prodotto della virtuale limitazione del sentire assoluto, e senza di essa non esisterebbe, così il mondo della percezione è la proiezione dei sentire relativi e senza di es­si non esisterebbe.

A questo punto, ricordo il quesito che ci siamo posti, e cioè: i sentire relativi sono diversi perché diverse sono le limi­tazioni, diverse sono le situazioni del mondo della percezione, o viceversa?

Ancora una volta dobbiamo servirci di un esempio, con l’avvertenza che esso vale solo per la parte del concetto che vuole illustrare. Il nastro che contiene la registrazione magnetica di un discorso non è il discorso; perché lo diventi è necessario non solo un apparecchio che trasformi i segnali registrati magneti­camente sul nastro in suoni, ma anche un ascoltatore che dia, li­mitatamente a se stesso, un senso a quei suoni e li trasformi in discorso.

  • Il nastro sta per la virtuale limitazione del sentire limitato;
  • l’apparecchio che trasforma i segnali registrati magne­ticamente in suoni è il sentire;
  • i suoni sono il mondo della perce­zione;
  • e l‘ascoltatore che interpreta quei suoni e li trasforma in discorso è ancora il sentire.

Dunque, nella manifestazione dei sen­tire relativi, v’è una duplice fase che comprende un momento at­tivo: l’apparecchio, ed un momento passivo: l’ascoltatore. A livello del mondo della percezione è come se il sentire relativo, manifestatosi, proiettasse le proprie limitazioni, le rendesse a se stesso oggettive, e, in virtù di questa oggettivazione, le facesse in parte cadere, dando così origine alla manifestazione del sentire analogo meno limitato, e così via.

Il processo, per qualche verso, è simile a chi mira riflessa in uno specchio la propria immagine, ne prende cognizione. Ciò corrisponde ad un ampliamento della propria consapevolezza, del proprio sentire, della propria coscien­za.

Dunque, è vero che, a livello del mondo della percezione, le situazioni del mondo percettivo sono diverse perché diversi sono i sentire di cui esse sono proiezioni, ma è altresì vero che, proprio attraverso la sperimentazione di quelle diverse situazioni, cadono alcune limitazioni del sentire ed ha luogo la manifestazione del sentire analogo meno  limitato. 

Ossia è altresì vero che la ma­nifestazione dei sentire relativi ha proprio nelle situazioni del mondo della percezione una componente insostituibile. Ecco perché è vero che l’uomo modifica l’ambiente, ma è altresì vero il contrario.

Ricordo che per ognuno il mondo della percezione nasce dal rapporto fra sentire analoghi di grado diverso. La caduta delle limitazioni ha luogo, inizialmente, alle soglie del mondo umano. Le forme di vita appartenenti ai regni minerale, vegetale e animale, hanno lo scopo di costituire progressivamente gli stru­menti della percezione, in modo da consentire la manifestazione del sentire più semplice, dell’atomo del sentire, che inevitabil­mente trae seco la manifestazione del sentire più complesso, più ampio.

I nuclei di queste forme di vita sono le «monadi», o atomi di sentire. Ciascuna monade rappresenta la base comune e quindi la continuità, la sopravvivenza — in senso metafisico — di moltissime forme di vita appartenenti ai regni naturali; più forme di vita non solo in seno ad una stessa specie, ma in seno a moltissime specie che hanno lo scopo — come ho detto — di costruire gli strumenti della percezione, fino alla completezza necessaria per la manifestazione della monade a cui esse sono legate.

Tutto questo è detto, naturalmente, seguendo la successione della manifestazione dei sentire relativi, nella quale successione sembra non esista ancora ciò che sarà e non esista più ciò che è stato. Mentre, se si vuole avere un’idea più aderente al mondo del sentire, occorre porsi al di fuori di ogni successione, e immaginare questo mondo come un immenso organismo, costituito da numerosissimi e diversissimi atomi di sentire, i quali confe­riscono, di volta in volta, all’aggregato costituito, un carattere estremamente unitario. Siccome ciascun aggregato costituito ha una natura estremamente unitaria — come ho detto — ciascuno di essi può essere considerato un sentire unico, di qualità diversa da quelli che lo costituiscono: un sentire piu ampio.

Questo immenso organismo del sentire cosmico ha un nume­ro altissimo di atomi di sentire, ed un numero sempre minore di sentire compositi a mano a mano che il sentire è sempre più com­posto — cioè è sempre più ampio — fino ad essere un solo, unico sentire quando è «coscienza cosmica».

Per  dare  una  indicazione  della  disposizione  di  questi  sentire abbiamo detto che se la limitazione fosse esprimibile in numeri, la quantità dei sentire relativi originati da ciascuna limitazione, sarebbe pari al numero delle possibili disposizioni che si possono dare alle cifre dall‘1 al numero che esprime la limitazione.

Così, una sola limitazione origina un solo sentire relativo: la «coscienza cosmica». Due limitazioni originano due sentire relativi, tanti quante sono le possibili disposizioni che si possono dare alle cifre dall‘1 al 2: 1-2, 2-1. Tre limitazioni originano sei sentire relativi, tanti quante sono le possibili disposizioni che si possono dare alle cifre dall‘1 al 3, e cosi via; fino alla limitazione massima che origina un numero altissimo di atomi di sentire, un numero tendente all’infinito — ma non infinito — di atomi di sentire.

Voi sapete che se n è il numero massimo delle limitazioni, il numero degli atomì di sentire è dato dalla formula: n X (n — 1) X (n—2) X (n — 3)… e così via, fino a che l’ultimo moltiplicatore è eguale a [n X (n — 1)] cioè è eguale a 1.

Ora, volendo visualizzare più aderentemente  possibile il mon­do del sentire, occorre anche tenere presente che il sentire di limitazione 1, l’unico sentire relativo, la «coscienza cosmica», contiene ed abbraccia 2 sentire di limitazione 2, ciascuno dei quali contiene ed abbraccia 3 sentire di limitazione 3, ciascuno dei quali 6 contiene ed abbraccia 4 sentire di limitazione 4, ciascuno dei quali 24 contiene ed abbraccia 5 sentire di limitazione 5 e così via. In altre parole, la « coscienza cosmica » contiene ed abbraccia tutti i sentire del Cosmo (*).

(*) Il concetto della comunione degli esseri, espresso spesso dai no­stri Maestri, è qui reso razionalmente comprensibile. Infatti, prendendo in esame il prospetto che abbiamo ricavato da questa spiegazione e seguen­dolo dal basso verso l’alto, nella nostra posizione di umani, vediamo che quando, ad esempio, un gruppo di individualità aventi un grado di sen­tire di limitazione 6, legate fra loro da una analoga disposizione delle ci­fre da 1a 6, perde per evoluzione raggiunta la sesta limitazione, riman­gono sei sentire con cinque limitazioni in identica disposizione.
A questo punto non c’è più ragione che questi sentire esistano separati, perciò en­trano in comunione formando un sentire — un essere — di grado più ampio esprimente cinque limitazioni. E così per tutti i gruppi legati fra loro in maniera logica dalla stessa disposizione delle limitazioni, come è detto anche a pag. 178; finché, di comunione in comunione, si giunge al sentire più alto, la «coscienza cosmica», che è la massima espres­sione del sentire nel nostro Cosmo.

E chiaro adesso che l’identificazione in Dio non giunge a un tratto, alla fine dell’evoluzione del sentire, ma inizia fin dal basso con la comunione degli esseri in sentire sempre più ampi che abbracciano tut­ti gli esseri di sentire inferiore.
I sentire originati dal virtuale frazionamento della «coscienza cosmi­ca», espressa in grado di sentire Z, possono essere paragonati alle pos­sibili disposizioni delle limitazioni corrispondenti. Cioè, se si prendesse come riferimento il sentire con grado di limitazione 7, le possibili di­sposizioni sono date dal fattoriale di 7 (7!), cioè 7X6X5X4X3X2, che origina 5.040 sentire rappresentanti altrettante individualità; co­me la limitazione 14 ne origina 87.178.000.000; e così via.

Guardando il nostro prospetto dall’alto verso il basso si ha un’idea di come avviene il virtuale frazionamento dell’Assoluto negli esseri; men­tre guardandolo dal basso verso l’alto s’intravede la meravigliosa Verità che, in effetti, ognuno di noi è legato da sempre all’unico sentire e che il senso della separatività è dato dal fatto che noi, atomi del sentire cosmi­co, stiamo sperimentando il mondo dell’illusione. (N.d.r.).

Ora, se osservando che n sentire di limitazione n costituisco­no un solo sentire di limitazione n — 1, qualcuno concludesse che quei sentire si estinguono, finiscono, spariscono, cessano, quel qualcuno commetterebbe un grandissimo errore.
Il mondo del sentire è ben diverso dal mondo della percezione: è per voi inimmaginabile.

Per immaginarlo più possibilmente in modo aderente, occorre tenere presente che la più alta qualità dei sen­tire che si manifesta in un numero di sentire sempre minore, è proprio data dalla «comunione» dei sentire più semplici; comu­nione che non è un processo di acquisizione, punto di convergen­za di differenti esperienze di più sperimentatori, come è — ad esempio — l’anima gruppo del regno naturale.
L’esperienza non è un fine, è un mezzo che conduce al riconoscimento di una stessa identità. Ed è proprio in virtù di queste «comunioni» che, dal sentire più semplice al più complesso, la consapevolezza d’essere non viene mai meno, ma si manifesta, per tutti indistin­tamente, come un ampliamento della coscienza che comprende realtà sempre più complete. Quindi nessuno finisce, si estingue, muore; al contrario: ognuno trova la coscienza del Tutto.

A chi chiedesse quante sono le individualità nel Cosmo, ri­sponderei che esse sono tante quanti sono gli atomi del sentire, perché ciascuno di essi è collegato, si identifica e si riassume nella «coscienza cosmica». La coscienza cosmica contiene l’intera Realtà cosmica in stato di «comunione», come nel vostro sentire sono riassunti sentire più semplici già manifestati.
Questa è quella continuità, quella sopravvivenza che voi temete possa venir meno, possa mancare. Quel divino collegamento, garanzia non solo che l‘«essere» non si estingue, ma soprattutto che le contingenti limitazioni ad una ad una cadono, rivelando l‘«essere» in tutto il suo inimmaginabile splendore.

Perché paventare di perdere ciò che racchiude la vostra con­sapevolezza entro l’angustia di una condizione relativa? Perché temere di perdere la vostra insufficienza? Quale fragile velo è in sé l’illusione che vi distingue e divide dalle altre creature di voi stessi complemento! Che àncora la vostra consapevolezza a ciò che credete di essere e che fa ritenere le vostre limitazioni tanto preziose da temere di perderle! E quanto tenace lo fate diventare con un simile attaccamento!
Ma chi mai potrà dirvi che questa è la Verità? Eppure, cre­dervi significa por fine ad ogni angoscia, ad ogni sofferenza, ad ogni umiliazione, perché è troncare alla radice la ragione di ogni dolore. E che cos’è il dolore se non un segnale che non avete compreso, uno stimolo a ricercare, un invito a comprendere? E quale mai può essere lo scopo per cui ogni uomo si affanna, arrovella, contempla, costruisce, distrugge, se non quello di dargli una coscienza che rifletta la realtà del mondo del sentire? Ma chi mai potrà convincervi, darvi questa certezza?

Nel mondo da cui vi parlo, nessuno può vedere ciò che non crede, mai la prova viene prima della certezza! La Realtà è nell’intimo dell‘«essere» e solo li può essere scoperta.


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