Cerchio Firenze 77: la realtà intesa come «essere» 55

È mia convinzione che il linguaggio sia un mezzo di comunicazione e di espressione fra gli uomini, anche nel vostro oggi, quando invece sembra che le parole servano per nascondere il proprio pensiero o addirittura per non dire nulla.

Libri del Cerchio Firenze 77 con l’insegnamento fondamentale:
Dai mondi invisibili
Oltre l’illusione
Per un mondo migliore
Le grandi verità
Oltre il silenzio
La Fonte preziosa
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File vocali originali del CF77 dal 1965 al 1984
L’Opera Omnia del CF77

È inoltre mia convinzione che quanto più difficile sia l’argomento che si vuol trattare e tanto più semplice, essenziale, scarno sia il linguaggio di chi quell’argomento tratta. A questo principio, come non mai, mi atterrò questa sera.

Il concetto della Realtà Assoluta, che tutto comprende e nella quale niente e nessuno può nascere o aggiungersi, consumarsi o sparire, il concetto dell’Eterno Presente che afferma l’esistenza simultanea del Tutto, al di là del tempo, suscitano perplessità in chi — ingannato dall’apparenza — concepisce il mondo come sviluppantesi gradualmente nel tempo in un divenire oggettivo. Fra l’altro sembra incredibile che l’attimo, con tutto ciò che contiene e che, vissuto, sembra volgere sì rapidamente, esista invece nell’eternità.

Questa obiezione nasce dal non avere ben chiaro il concetto di «eternità». L’obiezione avrebbe una sua logica se «eternità» significasse «tempo senza fine», ma, come si sa, «eternità» significa «non tempo». Già da qui si capisce che non avrebbe logica paragonare ciò che si crede abbia una durata con ciò che è senza tempo, come se si trattasse di grandezze omogenee. Ma quello che c’è di più importante da capire è che la durata dell’attimo non esiste al di là di ciò che la fa esistere — ossia il processo della percezione — essendo creazione del soggetto. Sicché l’attimo che esiste nell’eternità è senza tempo al pari dell’eternità stessa.

Ricordo che la Realtà Assoluta — laddove è il non tempo e il non spazio — non vede particolarmente distinti ed evidenzia­bili né gli attimi né i soggetti. Ricordo inoltre che il mondo, dall’uomo creduto oggettivo, è un insieme di immagini create dai soggetti con il processo della percezione; che ciò che viene percepito è la divina sostanza «spirito» la quale, in sé, è incolore, informe, omogenea, indifferenziata, infinita, eccetera; la quale colta con certe limitazioni appare come mondo fisico, con altre come mondo astrale, con altre come mondo mentale.

Generalmente si crede che il soggetto sia un ente che modifichi la pro­pria auto-consapevolezza in seguito al succedersi di stimoli in­terni o esterni. Ma il soggetto cosi concepito fa parte della realtà intesa come divenire. Esiste un altro modo di concepire la realtà, ed è la realtà intesa come «essere». Secondo questo modo, tutto esiste al di là del tempo in modo simultaneo, sia pure con le precisazioni di cui dicevo inizialmente.

Una scoperta sensazionale della scienza umana — anche se poi, più recentemente, è stata ridimensionata con l’osservazione di certi eventi astronomici — fu il «nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma». Secondo il concetto «realtà-essere», questa trasformazione è un’illusione: ciò che appare trasformato, in effetti è un diverso «essere», diverso non solo come qualità, ma anche come quantità, diverso numericamente. Se voi udite le sette note musicali in successione, potete affermare che il suono si trasforma, ma in effetti si tratta di sette suoni diversi.

Ora, per il soggetto nulla cambia, tanto che la realtà sia una che divenga, quanto invece che sia una costituita da molte che sono; nell’uno e nell’altro caso il soggetto egualmente modifica la propria auto-consapevolezza. Ma il soggetto che modifica la propria auto-consapevolezza in seguito al succedersi di stimoli esterni o interni, comunque questi stimoli si producano, è un soggetto concepito coerentemente alla realtà-divenire. Mentre, come sapete, esiste un altro modo di concepire la realtà ed il soggetto, ed è quel modo secondo cui il soggetto, come tale, non esiste, essendo un insieme di auto-consapevolezze diverse.

Il le­game che unisce queste diverse auto-consapevolezze crea l’illu­sione di un soggetto che «sente», di un «sentire» che si modi­fica nel tempo, ma in effetti si tratta di tanti «sentire» diversi.
Ora, anche secondo questo modo di concepire il soggetto, esiste un rapporto, una correlazione fra il soggetto e l’oggetto, mondo delle immagini o della percezione. Qual è il mondo della perce­zione? È il mondo fisico, il mondo delle sensazioni, il mondo del pensiero. Allora, accostiamo fra sé l’oggetto, mondo delle imma­gini, e il soggetto, concepiti secondo la realtà «essere»; ad ogni realtà — che noi chiamiamo «situazione» del mondo della percezione — corrisponde una auto-consapevolezza che noi chia­miamo, in senso generico, «sentire», ben sapendo che, per la verità, con «sentire» noi intendiamo qualcosa di diverso.

A ogni «situazione» corrisponde un «sentire» ben preciso. Ora, siccome secondo il concetto «realtà-essere» il mondo delle immagini, della percezione, delle situazioni, come chiamare lo vo­lete, non diviene, non si trasforma, ciò che fa apparire in continuo mutare, divenire questo mondo, è il «sentire individuale».
Il legame che unisce gli uni agli altri i diversi «sentire» e che crea l’illusione di un «sentire» unico che si modifica, e quindi crea l’illusione del tempo, è il motore del mondo sta­tico della percezione.

Ultimamente vi abbiamo invitati a con­siderare la realtà da questo punto di vista, che poi è il punto di vista dal quale si perviene a capire la struttura della molte­plicità. Il mondo della percezione, che è il parossismo della mol­teplicità, è la proiezione del mondo del «sentire individuale».

Domanda: le situazioni del mondo della percezione sono diverse perché diversi sono i «sentire» ad esse legati, oppure i «sentire» sono diversi perché diverse sono le situazioni poste a substrati di quei «sentire»?

Ripeto la domanda in termini differenti: come potrebbe essere diverso un «sentire relativo» dal­l’altro, se non fossero diverse le situazioni che quei « sentire » limitano e rendono relativi?

Ma se le situazioni sono la proiezio­ne del mondo del «sentire», come potrebbero essere diverse le situazioni, se già non fossero diversi i «sentire»?
Ma allora, sono i «sentire» che sono diversi perché diverse sono le situazioni, o viceversa?

Forse, per capire il mondo della percezione, delle im­magini, è necessario affermare ch’esso è molteplice e vario per­ché vari e molteplici sono i «sentire»; mentre per capire il mon­do del «sentire individuale» è necessario affermare il contrario. Ma qual è la Verità? Risponderemo esplicitamente a questa do­manda a suo tempo.

Intanto immaginiamo due pianeti posti nello spazio siderale vuoto, che non contenga nessun altro corpo, assolutamente nient’altro. Gli abitanti dei due pianeti scoprono che la distanza che separa i due corpi celesti diminuisce gradualmente. Ora, secondo la realtà che vien vissuta nel mondo della percezione, questo fatto può essere dovuto al moto di un pianeta incontro all’altro, oppu­re di entrambi i pianeti in avvicinamento.
Ma in una realtà quale quella che abbiamo ipotizzato, gli abitanti dei due pianeti, non trovando nessun punto a cui fare riferimento, non saprebbero mai quale sarebbe la verità. Cioè non saprebbero mai se i due pianeti si muovono entrambi l’uno incontro all’altro, oppure se se ne muo­va uno solo, e quale. Ma quest’ultima ipotesi è configurabile?

In­tendo dire che se vi fosse un punto a cui fare riferimento, un osservatore esterno, un terzo corpo celeste, chiaramente sarebbe configurabile l’ipotesi che un solo pianeta si muovesse incontro all’altro in stasi; ma non essendovi niente a cui riferirsi, l’unica realtà — badate bene, non dico «accertabile», dico «possibile» — è che i due pianeti si muovono incontro, punto e basta. Infatti sarebbe inconcepibile, in una realtà duale quale quella che abbia­mo ipotizzata, il moto di un solo pianeta incontro all’altro in stasi; in stasi rispetto a che cosa, se nient’altro esiste?

Dobbiamo tenere presente che lo spazio concepito da Euclide non esiste. L’unico spazio che può esistere è strettamente con­nesso ai corpi. Le belle speculazioni accademiche che servirono per capire le leggi sul moto, postulavano l’esistenza di uno spazio quale Euclide l’aveva concepito; ma l’esperienza ha dimostrato l’esistenza di uno spazio diverso, in cui tuttavia rimangono com­patibili — perché rimangono vere per approssimazione — le leg­gi sul moto prima concepite. Ebbene, secondo queste leggi, è possibile stabilire la traiettoria di un corpo che si muove nello spazio, teorico o reale, che è sempre però uno spazio concepito da chi vive una certa realtà temporale, cioè una realtà molteplice. Ma in una realtà in cui esistesse un solo corpo e nient’altro in assoluto, quel corpo non sarebbe mai in movimento: quel corpo sarebbe, e nulla più.

Allora, tornando al nostro quesito sulla realtà duale, ho visto che taluno di voi era tentato di rispondere che forse Dio avrebbe conosciuto la Verità, ed io vi rispondo che Dio non è un punto di osservazione, perché se Lo fosse sarebbe relativo. Se Dio sa tutto è perché Dio è Tutto, ma la realtà duale Dio la conosce quale è: duale e nient’altro; non quale terzo elemento introdotto in quella realtà, che fra l’altro la snaturerebbe facendola diventare triplice.

Una realtà può essere vissuta, sentita, sperimentata solo o essendo tutta quella realtà o essendone uno degli elementi parte costituente. In quest’ultima ipotesi, però, si ha una cognizione relativa e incompleta di quella realtà. Ma dal di fuori, in senso assoluto, nessuna realtà è sperimentabile. Perfino nel mondo della percezione, dove la realtà sembra esterna, è sempre interna alla dimensione del soggetto, altrimenti non sarebbe dal soggetto sperimentabile.

Le situazioni del mondo della percezione sono «sentite» dai «sentire» relativi, con tutte le limitazioni che attribuiscono la natura relativa a quei «sentire»; perciò sarebbe assurdo credere che l’Assoluto, come tale, sentisse quelle situazioni; le sente in quanto sente e contiene e vive tutto quanto esiste.

Ricorderete che sottolineammo una affermazione della scienza umana circa il colore; affermazione che dice: il colore, la sensa­zione-colore quale l’uomo la conosce, in natura non esiste, essendo creazione del cervello di alcuni esseri viventi, fra i quali l’uomo; il quale cervello trasforma la luce di una certa lunghezza d’onda compresa in una ben determinata gamma, nella sensazione-colore; ma il colore, quale l’uomo lo conosce, in natura non esiste.

Eppure Dio conosce la sensazione umana «colore», ma la conosce non perché ha un cervello, bensì perché Dio è il Tutto. Se le situazioni del mondo della percezione sono la proiezione del «sentire individuale», esse non esistono al di là di quel «sentire», e Dio le conosce e le sente perché Dio sente, conosce e contiene tutti i «sentire» relativi.
Ecco perché tutto ciò che esiste, come minimo, deve essere legato al mondo delle sensazioni, in altre parole, deve vivere una qualche forma di vita; perché la vita — come minimo — è sempre sensazione. Ed ecco perché la morte, in assoluto, non esiste, non può esistere.

Se Dio cono­sce la realtà cosmica, la conosce non perché dall’esterno ne prende cognizione, ma perché è la coscienza cosmica, che riassume in sé tutta la realtà cosmica. Dall’esterno — ammesso che possa esi­stere qualcosa di esterno a Dio — non vedrebbe un bel nulla, pur essendo Dio.

Se un disincarnato vede una situazione del mondo fisico, è perché è incluso nei fotogrammi di quella situazione; non la vede dall’esterno. Questo, fra l’altro, ci fa capire perché non vi sia comunicazione fra i Cosmi. Vi sarebbe, se gli esseri dell’uno fos­sero inclusi nelle situazioni dell’altro, ma in questo caso si trat­terebbe di una sola realtà, di un solo Cosmo, e non di Cosmi separati. […]

3 commenti su “Cerchio Firenze 77: la realtà intesa come «essere» 55”

  1. “Se le situazioni del mondo della percezione sono la proiezione del ‘sentire individuale’, esse non esistono al di là di quel sentire.”
    La sensazione di calore è percezione che avviene attraverso i fotogrammi, l’ustione provocata dal calore, è una forma di percezione relativa, rappresentata dal sentire attraverso i fotogrammi, come situazione fisica e dolore.

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