La semplicità e il risiedere nell’Essenziale

Iniziamo dal definire l’Essenziale: una condizione d’esistenza che, libera dagli attaccamenti e dal possedere, coltiva il Ciò-che-È e in Esso risiede per il possibile.

Chi risiede nell’Essenziale, risiede anche nella semplicità? Non necessariamente; la semplicità ha molte connotazioni e risiedere nell’Essenziale è essere liberi da tutto ciò che adombra il Ciò-che-È, non necessariamente essere semplici.

Cercherò di spiegarmi con degli esempi. Dopo una mattinata di lavori fisici pesanti, sono rientrato in casa e ho dato un’occhiata alle notifiche sullo smartphone: una persona che mi è cara ha pubblicato una storia su Fb e l’ho guardata, riguardava la documentazione di un lavoro di una sua allieva. Un lavoro semplice, sotto tutti gli aspetti.

Per mia natura sono portato a interrogarmi su ogni cosa in cui mi imbatto e qui l’interrogazione è stata duplice: la natura del sentimento che aveva mosso l’allieva e la ragione per cui la persona a me cara l’aveva pubblicato: qual era il suo messaggio, cosa voleva comunicare pubblicando quella semplicità? Ho delle intuizioni, ma non è questa la sede per approfondire.

Un’altra notifica mi ha condotto verso un altro caso che ha a che fare con la semplicità, e forse con l’innocenza, non so: nello stream di un “amico” trovo la descrizione di un’esperienza eclatante avuta dal presunto autore sulla tomba di Carlo Acutis ad Assisi.
Nell’inciso di seguito la riporto, cliccate sul link.

Il racconto prima mi ha colpito, poi mi ha insospettito perché mi è sembrato una riduzione didattica, una forma catechistica, insomma. Nel post è anche riportata un’immagine della tomba di San Carlo, tomba che espone in bella vista il cadavere intonso.

Ho letto in passato della breve vita di Carlo e ho sempre pensato che fosse una di quelle incarnazioni/rappresentazioni che avvengono essenzialmente per formare le coscienze di alcuni che hanno bisogno del fenomeno, dell’esempio eclatante e didascalico: quelle coscienze che vanno a Medjugorje, per intenderci.

Ho chiesto a Gemini una verifica dell’attendibilità della testimonianza narrata nel post e di seguito la risultanza.

Quindi una storia da prendere con le molle: l’amico che l’ha pubblicata evidentemente l’ha presa per autentica e questo mi interroga sulla sua innocenza, o semplicità. È una persona che non ho mai frequentato ma che conosco da decenni e che fa un lavoro che ha qualche attinenza con quello che ho fatto io gli ultimi tre decenni e mezzo. Quella pubblicazione e altre sul suo stream mi dicono qualcosa di lui, della sua natura.

Ho descritto alcuni casi di semplicità molto differenti:

  • L’allieva dell’amica realizza un’opera semplice perché quello è il suo animo.
  • L’amica lo pubblica perché intende mandare un messaggio che riconduce alla semplicità: è un’operazione didascalica ma non è rubricalibile come semplicità, è altro.
  • L’autore della pseudo testimonianza compie un’azione semplice per i suoi fini.
  • Carlo Acutis è una manifestazione semplice, didascalica, che obbedisce a un qualche Disegno.
  • L’amico che pubblica la pseudo testimonianza lo fa senza verificare e questo parla della sua “innocenza”.

Adesso posso tornare all’argomento di questo post: la semplicità è un ingombro sulla via dell’Essenziale? Ne ottunde l’esperienza?

Detto in altri termini: una fede semplice, un approccio alla vita semplice sono da preferire alla complessità? L’Essenziale emerge dalla semplicità o dalla complessità?
Se dovessi argomentare, finirei di scrivere domattina, dunque cerco di sintetizzare: giungere all’Essenziale richiede il transitare tra mille illusioni, proiezioni, fantasie, narrazioni piene di soggettività.

Dopo aver transitato nel “giardino degli incanti”, come lo definirebbe Yogananda, si giunge infine all’Essenziale, a una semplicità fondata sul perdere, sull’abbandonare, sul lasciar andare. Perdere cosa?

  • Perdere lo sguardo innocente di chi non conosce la complessità e per cui la semplicità può rappresentare un velo che ottunde, uno schermo che impedisce di vedere.
  • Perdere la complessità di chi l’ha conosciuta.
  • Perdere tutto il perdibile, che per ognuno è diverso: alla fine emerge l’Essenziale che non ha a che fare né con la semplicità, né con la complessità, pur contenendo entrambe.

Il Ciò-che-È, l’Essenziale, emerge da questo perdere, da questo deserto. Ecco allora che semplicità, innocenza, complessità sono solo volute di fumo che si spargono nel vasto cielo, la declinazione dei molti modi di essere dell’umano, ma tutto conduce ad altro, al Totalmente Altro. E allora, ogni volta che osservo e vedo il circo dell’umano, quel circo mi riconduce sempre, immancabilmente, all’Essenziale.

2 commenti su “La semplicità e il risiedere nell’Essenziale”

  1. C’è la semplicità di chi non conosce la complessità e c’è la semplicità di chi la complessità l’ha conosciuta e mano a mano se ne è spogliato. Questa, come dice Uma , “è la semplicità fondata sul perdere”

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  2. Condivido il modo con cui è stato affrontato l’argomento. Nelle riflessioni di uma, c’è sempre l’intento di andare oltre, di sviscerare ogni piega in cui possa nascondersi qualcosa che si dà per scontato.

    Ci si libera dell’identificazione, quando si è data piena manifestazione di sé.
    Così si torna all’essenziale quando si è già conosciuto il complesso.
    Se non fosse così, forse rimarrebbe una traccia del bisogno di esperire certi ambiti (“il giardino degli incanti”).

    Credo che sia proprio l’esperienza, di questa vita è quelle passate, che permetta di mantenere la barra dritta su ciò che veramente ci sostanzia, tralasciando ciò che potrebbe offuscare quella consapevolezza.

    Rispondi

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