Cerchio Firenze 77: creatività dell’umano 32

Se voi pensate all’Assoluto come «vita» – perché tale è l’Assoluto, anche se «vita» in senso diverso da quello che voi siete abituati a considerare, che è un divenire – se voi pensate all’Assoluto come «vita», è vita assoluta Egli stesso.

Libri del Cerchio Firenze 77 con l’insegnamento fondamentale:
Dai mondi invisibili
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File vocali originali del CF77 dal 1965 al 1984
L’Opera Omnia del CF77

Ma la vita è creazione continua; creazione del resto diversa da quella che voi siete usi a considerare nel piano fisico, perché «creare» in fondo significa anch’esso, per voi, un divenire; ma l’Assoluto è un «essere», è dunque una creatività di esistenza.

  • Tutto è creatività ed è vita; tutto in senso assoluto.
  • Ogni Cosmo è un atto di creatività, pur non essendo mai stato creato.
  • Ogni Cosmo è un «vivere» pur non essendo un divenire, in assoluto.
  • Ciascun oggetto di ogni Cosmo è […] in sé perfetto, pur non essendo la perfezione assoluta.
  • […] In sé è perfetto e assolve perfettamente il compito per il quale è creato, pur non essendo mai stato creato.
  • Ogni oggetto è espressione di creatività assoluta, anche l’uomo.

L’uomo, questo individuo meraviglioso che è il coronamento della creatività cosmica, è un oggetto che «vive», che è creato, pur non essendo mai stato creato, pure esistendo da sempre.
Ed è un centro di creatività perché l’uomo crea, ha questa possibilità – sia pure unica nel Cosmo – in confronto agli altri esseri viventi, i quali sono «vita», ma non possono creare.
Badate bene, non esiste una gerarchia in funzione di una supposta minore o maggiore perfezione; ciascun essere in sé e per sé è perfetto, quando assolva al compito per il quale è stato creato. Così non si può porre, nei valori assoluti, «inferiore» un animale rispetto a un uomo, anche se l’animale non ha la possibilità di creare e l’uomo sì. Entrambi sono perfetti rispetto al compito che debbono assolvere.

Ma l’uomo, dicevo, ha qualcosa di più nei suoi confronti, che non ha l’animale o la pianta, o un tavolo, o una sedia, o una pietra. L’uomo ha la possibilità di creare, di esprimere quindi un valore cosmico. Ecco che la creatività cosmica, che trova il suo coronamento nell’uomo, attraverso all’uomo ancora si esprime. Da «oggetto» della creatività, l’uomo diventa «soggetto» di essa. È come se – badate bene, parlo attraverso un velo – Dio, dopo aver creato un Tutto, vivesse questo Tutto dall’interno; dopo aver creato un centro di coscienza e di espressione, vivesse attraverso a questo centro di coscienza e di espressione.

Vivrebbe, allora, una medesima esperienza ripetuta miliardi di volte, tanti quanti sono gli uomini o gli esseri sensibili nel Cosmo? No! Vivrebbe miliardi e miliardi di esperienze, l’una diversa dalle altre, perché ciascun centro di coscienza e di espressione, o di sensibilità e di espressione, ha un «sentire» in qualche modo diverso dal «sentire» che fa capo agli altri suoi simili. Dunque ci troviamo di fronte a qualche cosa che era «oggetto» e che diviene «soggetto» e intravediamo vagamente una nuova Verità, una Verità che ci fa sentire in casa nostra, ci fa sentire quali veramente siamo: parte integrante di un Tutto, differenziati gli uni dagli altri da un velo illusorio.
Percepienti ciascuno una porzione di tempo e di spazio come canali di un’unica percezione. Posti al centro di un Cosmo individuale, gli uni accanto agli altri; ciascuno perfetto nel compito per il quale è stato creato. Imperfetto – nel senso non vivente – qualora non rispondente a questo compito.

Ecco che in questa visione sparisce ogni senso di differenziazione; ma per accettare questa visione con animo sereno, per farla nostra, occorre una grandissima forza, un equilibrio che a pochi è dato raggiungere. Perché è facile diventare dei fatalisti, degli intemperanti, degli esseri che perdono il freno morale quando si trovano di fronte un Universo in cui tutto è a loro disposizione; in cui non esiste più il veto che conobbero Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre; in cui udiamo dire: «ogni frutto del Paradiso terrestre è a vostra disposizione, compreso quello dell’albero del bene e del male».

Allora, senza più il terrore di un’eterna dannazione, senza più la paura che può, in sé e per sé, infondere l’idea del male, l’uomo facilmente perde il senso della misura e dell’equilibrio.
E veramente allora compie il suo male, perché non corrisponde più allo scopo per il quale è creato: scopo di vita, di attività, di ordine, di equilibrio.

Ora voi siete in questa fase delicata del trapasso, in cui comprendete di avere libertà; in cui vi è detto: «questo fardello che portate sulle spalle e che rappresenta il peso della vostra vita, non dovete sopportarlo in visione di un bene futuro; ma dovete farlo parte di voi stessi, cosi come lo scultore fa parte della sua creatività la pesante pietra».

Non vi diciamo: «sopportate il peso che vi è dato», ma vi diciamo: «il peso che vi è dato deve diventare parte di voi stessi perché voi lo dovete comprendere, superare, sviscerare, trovare che ciò che vi è di peso non lo è in realtà. É peso solo in funzione dell’illusione».
Cadono dai vostri occhi i veli che fino a oggi vi hanno aiutato a non perdere il cammino, abbandonate le grucce per camminare da soli. Quale fase delicata della vostra esistenza spirituale! Eppure noi confidiamo che saprete muovere da soli – senza questi conforti oggi per voi illusori di bene e di male, di giusto e di ingiusto – i vostri passi di individui che acquistano coscienza di «essere».

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