Fonte: André van der Braak: Reimagining Zen in a secular age, Koninklijke Brill. Il PDF del libro.
[Capitolo 4.3] Come già accennato nel capitolo 1, lo Zen sosteneva di riguardare la realizzazione dell’ineffabile “senza fare affidamento su parole e lettere”. Le storie Zen erano presentate come una tecnologia spirituale (in termini buddisti: upaya), intesa a condurre il praticante Zen a un’esperienza diretta e non mediata della realtà al di là del regno del condizionamento. Ciò esclude ogni tipo di oggetto mediatore come immagini, simboli o altre rappresentazioni di divinità.
Il filosofo zen giapponese Nishida Kitarō (1870-1945) prese in prestito il termine “esperienza pura” da William James per descrivere lo stato ineffabile dell’illuminazione: uno stato dell’essere nel mondo in cui tutte le attività concettuali e categorizzanti della mente venivano messe tra parentesi, in modo che la realtà potesse essere percepita nella sua naturale pienezza, senza distorsioni da parte della mente.
James aveva descritto la nozione di esperienza pura così:
«Il campo istantaneo del presente è sempre vissuto nel suo stato “puro”, una semplice attualità non qualificata, un semplice ciò, ancora non differenziato in cosa e pensiero, e solo virtualmente classificabile come fatto oggettivo o come l’opinione di qualcuno su un fatto.» William James, Essays in Radical Empiricism (London: Longmans, Green & Co, 1912)
[→uma] Nel Sentiero diciamo: Ciò-che-È. In questo sito ne parlo in continuazione e, a ogni occasione, cerco di mettere a fuoco un’esperienza che ha mille sfumature e profondità. L’ho fatto così tante volte che mi sembra di non poter dire più niente se non: tutto finisce in un vasto e sterminato deserto.
Il lettore che non sa cosa sia questo deserto rimane disorientato, e le menti cercano subito di riempirlo di qualcosa, ma la via è accettare di perdere senza fine fino ad abitare quello spazio vuoto di tutto, vuoto di sé.
Vuoto di sé, questa è la chiave, perché tutto ciò che popola il nostro mondo è fatto di noi, è noi. Siamo su un palcoscenico a nostro uso costruito e assistiamo alla nostra rappresentazione: l’esperienza dell’adesso compreso come immenso deserto, è l’esperienza di ciò che è oltre sé, nel vuoto di sé, innanzitutto.
- Quel deserto/vuoto si palesa, a un primo approccio, come sentire non meglio qualificato.
- Andando più a fondo viene percepito come sentire d’Essere e di Esistere.
- Andando ancora più a fondo con la consapevolezza si scopre come questo sentire non sia tanto andare oltre sé, come sia unità nell’Essere, unità che tutto fonde e rende Uno senza cognizione di un sé, oltre lo stesso Essere ed Esistere.
Il vuoto del primo passaggio della consapevolezza non deve essere riempito, va lasciato intonso. Allora si possono aprire gli step successivi. Vi prego di considerare attentamente quanto ho affermato sopra, le tre successioni della consapevolezza che accadono, sono, in virtù della disposizione di fondo a sparire.
Se non c’è questa disposizione il vuoto viene subito riempito con qualcosa. Per stare nel vuoto ci vuole coraggio, nel vecchio linguaggio iniziatico si direbbe che è una soglia, una porta di accesso ad altro.
E, in effetti, è una soglia che richiede una assenza, quella di ogni narrazione e interpretazione. Vi chiedo: osate giungere in quel luogo dell’interiore in cui non aderite più a niente che rappresenti voi stessi e la realtà?
Se sì, benvenuti, allora. [/uma]
Descrivere l’esperienza dell’illuminazione Zen come un’esperienza pura significa che si tratta di un modo di sperimentare al di là della distinzione soggetto-oggetto, in cui la realtà è vista per quello che è realmente, senza distorsioni causate da emozioni disturbanti, preconcetti e attaccamenti. E sebbene Nishida abbia abbandonato la sua nozione di “esperienza pura” nelle sue opere successive (o almeno l’abbia rinominata), Suzuki l’ha adattata come principio ermeneutico centrale nella sua presentazione dello Zen all’Occidente.
[→uma] È chiaramente riduttivo considerare l’illuminazione/realizzazione come la possibilità di sentire la realtà così come è. La prima domanda a cui si dovrebbe rispondere è: questo modo di sentire la realtà è saltuario o permanente?
Se è saltuario, intermittente, episodico, sono aperture della consapevolezza sul sentire, possibilità che c’è a vari gradi di evoluzione del sentire stesso. Se l’esperienza è stabile e continuativa – salvo episodi di identificazione transitori che non si possono mai escludere nell’incarnato – allora siamo in presenza di un sentire adeguatamente strutturato che permette quella visione/consapevolezza del reale, visione che, naturalmente, è anche prassi di vita coerente. In questo secondo caso ha un senso parlare di illuminazione/realizzazione. [/uma]
Nishida, Suzuki e altri interpreti romantici dello Zen hanno cercato di andare “oltre la mente” e hanno mirato a contemplare direttamente lo “spirito”, possibilmente attraverso una facoltà di intuizione mistica o altri mezzi extra-razionali. Erano convinti che fosse possibile arrivare alla cosa in sé, così come esiste oggettivamente, indipendentemente dalla mente di chi la comprende. Si riteneva possibile una sorta di esperienza pura del mondo “così com’è” attraverso il superamento della comprensione razionale.
Come osserva lo studioso di Zen Dale Wright, la visione standard di un’esperienza pura è che si tratti di un’esperienza non distorta delle cose così come sono, al di là del potere modellante del linguaggio: una comprensione immediata e intuitiva della realtà, liberata dal condizionamento. Questa visione considera il linguaggio come un ostacolo (un filtro, un velo, uno schermo, una distorsione, un indumento che veste la realtà nuda) o uno strumento (il dito che indica la luna).
L’esperienza pura è vista come un’esperienza universale che trascende il linguaggio, la cultura e la società. È il risultato di un’improvvisa svolta nella coscienza in cui il Reale ultimo (la fonte originaria, il fondamento dell’essere) può rivelarsi, uno stato dell’essere nel mondo in cui tutte le attività concettuali e di categorizzazione della mente sono messe tra parentesi, in modo che la realtà possa essere percepita nella sua naturale pienezza, senza essere distorta dalla mente.
[→uma] In questa esperienza, come ho diverse altre volte detto, la consapevolezza passa dal piano del divenire al piano dell’Essere, dalla sfera del pensare-provare-agire propria del divenire, a quella del sentire di coscienza.
È il risiedere nel sentire che determina la visione unitaria, che mette a margine i condizionamenti e conferisce il senso dell’Essenza, del risiedere”, del Ciò-che-È.
C’è una commutazione precisa nello stato della consapevolezza, commutazione che accade non perché si mette da parte la mente, ma perché si afferma il sentire e il mettersi da parte della mente è una conseguenza. Non è questione di disciplina e di volontà, né di tecniche, né di meditazione: tutto questo aiuta ma non porta al sentire se questo non è in uno stato di organizzazione tale da poter sviluppare una data consapevolezza di sé.
Se il sentire è maturo, quello stato si apre da sé, naturalmente; se non è maturo si potrà avere accesso a degli spiragli di quella condizione. È una possibilità che esiste per tutti gli evoluti, non per tutti gli individui, dunque è universale a un certo livello di evoluzione, ma non è universale in generale.
Là dove l’evoluto vive quella consapevolezza del reale, il non evoluto può beneficiare di uno stato di pace e di disidentificazione, stati abbastanza differenti tra loro. [/uma]
Continua…
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Quella di affacciarmi al deserto credo sia la condizione attuale. Almeno adesso riesco a cogliere il senso dell’illusione del divenire.
Forse rafforzato o conseguenza da questa sensazione di sentirmi aliena.