Contemplazione: cosa si insinua anche nella più semplice delle preghiere

Mi capita, relativamente a qualcuno che ritengo sia a un passaggio complesso della sua esistenza, di articolare una preghiera, una invocazione rivolta a un Ente supremo (che, di volta in volta, appello diversamente): aiutala, sostienila, dalle le forze…

Voi direte che lo facciamo tutti e non comprendete dove sia il problema, ma questo c’è e può essere grande.

Se tutta la realtà è aspetto del Sentire Assoluto e se ogni creatura è il suo Disegno e non altro, non esistendo alcun libero arbitrio che riguardi la direzione esistenziale ma solo le scelte relative alla sua attuazione, ed essendo l’altro ampiamente inconoscibile a me – perché pur io vivendolo non so quale variante egli/ella stia effettivamente sentendo, quella invocazione di cosa parla?

Parla di me, questo è certo, di un bisogno di rassicurazione mio? Se l’altro sta bene starò bene anche io? Se l’altro supera la sua strettoia sarà confermata la mia visione dell’esistenza? Comunque sia, questa invocazione cade nel bel mezzo della mia totale ignoranza della realtà effettiva dell’altro e dice di un mio tentativo, di un mio desiderio di cura dell’altro, di interesse per l’altro, di dedizione all’altro. Nella sostanza si potrebbe dire di un amore per l’altro.

Dice anche che ho la pretesa di aggiungere qualcosa al Disegno di quella creatura? Non credo, non di pretesa parlerei, ma di un cedimento della mia fede/comprensione e visione: se nemmeno un capello cade senza che il Padre lo voglia, cosa posso aggiungere io? Una vibrazione d’amore?

Sì, solo di questo si tratta: la mia preghiera, invocazione, altro non è che una vibrazione che attraversa i vari piani ed è rivolta al campo vibratorio della persona interessata e con esso può interagire conferendo un alleggerimento o inducendo una forza.

La mia invocazione poco ha a che fare con Il Creatore (se non perché il Creatore è anche tutto questo), molto con lo scambio di vibrazioni tra creature: a questo livello è benedetta e certamente dotata di una qualche efficacia.

Ma il mio rivolgermi al Creatore quanto è un atto di superbia? Quanto è indice di non aver compreso? O quanto è l’umano – consapevole della propria estrema limitatezza – che, nella pena, a chi può rivolgersi se non alla Sorgente che tutto genera?

Cosa mi muove? La pretesa di essere utile, di indirizzare la volontà del Creatore, o la compassione per la mia irrilevanza e per la condizione dell’altro? Certamente la seconda, ma vedo la poca fede/comprensione che si affaccia e vedo anche quel sottile protagonismo dell’orante.
L’unico non protagonismo lo si ha nel silenzio sorretto da una comprensione che non vacilla, e che riguarda le sorti della creatura e il suo essere nel seno del Creatore.

Ma il silenzio a noi sembra inazione, passività, non amore: qui cade l’asino e raglia potente.
A noi sembra di non fare niente perché concepiamo l’amore come fare, non come compassione, e non comprendiamo la vera portata dell’esperienza di questa.

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Catia Belacchi

Ho sempre inteso la preghiera come momento di lode o come un rivolgersi al Padre per chiedere aiuto per una creatura. o per me, nel senso di aiutarci a stare nel Disegno, a reggere l’accadere che può essere doloroso o faticoso.
C’è vicinanza per chiedere per l’altro, l’unico aiuto che in quel frangente posso dare.
Anche Gesù pregava, lo faceva spesso in solitudine.
Soprattutto ha pregato nel Getzemani per attingere forza dalla Sorgente.

Natascia

Importane comprendere ciò che muove. Quante volte il mio agire sorge dall’intento di aiutare. Non credo o comunque cerco di monitorare, che sia mosso dal bisogno di un riconoscimento.
Forse non è del tutto spurio, ma di fondo c’è la possibilità di fare qualcosa all’altro che lo chiede o ne ha bisogno.

A volte sento la neutralità del gesto, altre un certo compiacimento che già nel coglierlo, cade. È importante mantenere chiaro che nulla possiamo nella vita degli altri e procedere con umiltà.

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