[Sommario IA] Il maestro Dai I afferma che “tutto ciò che vive, natura autentica niente”, in contrasto con Sakyamuni che vede la natura autentica in ogni cosa esistente. Questa differenza genera dibattito sulla correttezza delle due affermazioni.
L’approccio di Dai I è considerato superiore perché, a differenza di altri tentativi di interpretazione, integra e trascende le due prospettive.
L’interpretazione di Forzani-Mazzocchi enfatizza la concretezza della natura autentica, evitando interpretazioni vaghe o trascendenti. Questa interpretazione viene analizzata e contestualizzata.
La natura autentica è definita non come un grado ontologico della realtà, ma come una consapevolezza unitaria di essa, un’esperienza di percezione integrale che abbraccia il contemplato e il contemplante.
La “natura autentica” non è una realtà oggettiva, ma una percezione unitaria del reale, uno stato di consapevolezza dell’Assoluto Essere, di cui l’individuo è parte integrante. [/S]
Sakyamuni esprime la via dicendo: il tutto è il tutto che vive, ogni cosa che è, è natura autentica; Dai I la esprime dicendo: tutto ciò che vive, natura autentica niente. I concetti di ente e di niente sono diametralmente differenti; quindi è naturale porsi il dubbio quale dei due modi di esprimere la via sia giusto. Tuttavia, proprio perché la via di Budda è via, esprimerla dicendo: tutto ciò che vive, natura autentica niente è modo migliore.
L’espressione del maestro Seian “natura autentica ente”, suona come se volesse dare una mano al Budda antico. Invece fare questo è come voler manovrare in due lo stesso bastone da viaggio. Al contrario, nell’espressione di Dai I, è lo stesso bastone da viaggio che ha inghiottito entrambi. In altre parole, il maestro nazionale è figlio di Baso, Dai I è il nipote: tuttavia il nipote nel dharma seguendo la via del vecchio maestro diventa un grande anziano, invece il figlio nel dharma seguendo la via del padre maestro rimane un minorenne.
Ora, il principio ultimo che Dai I indica è il principio ultimo che dice: tutto ciò che vive, natura autentica niente. Nessun accenno a una realtà indefinita che è oltre il limitato. Ciò che è indicato è invece alla portata della tua mano come il rotolo del Sutra che custodisci nell’interno della tua casa. Continua a investigare e a chiederti: divenendo cosa, tutto ciò che vive diviene natura autentica? Essendo cosa, è natura autentica?
[→uma] “Nessun accenno a una realtà indefinita che è oltre il limitato. Ciò che è indicato è invece alla portata della tua mano come il rotolo del Sutra che custodisci nell’interno della tua casa”.
[Tollini traduce]“Non si può dire che [l’affermazione di Daii] sia vaga e avventata“. Nei sûtra della propria casa è riportato proprio così.“
[Carl Bielefeldt traduce] “Non ha detto nulla che sia anche vagamente al di là della retta via dell’insegnamento buddhista. Questo è il modo in cui ha ricevuto e preservato le Scritture all’interno dei confini della sua tradizione monastica.“
[Nishijima-Cross traducono] “Non sta mai descrivendo uno stato nebuloso che è lontano dalla verità: possiede lo stato in cui riceve e trattiene in questo modo un sutra concreto all’interno della propria casa.“
[Kazuaki Tanahashi traduce] “Fa un’affermazione fondamentale dicendo che tutti gli esseri viventi non possiedono la natura di Buddha, il che non si discosta dalla retta via. Questo è il modo in cui ha preservato il sutra nella sua casa.”
C’è qualcosa di prevenuto nella lettura/traduzione di Forzani-Mazzocchi?
– “Nessun accenno a una realtà indefinita che è oltre il limitato”.
– “Alla portata della tua mano”.
Il bisogno di sottolineare l’essere corpo concreto della natura autentica, di non ricondurla ad altro oltre ciò che appare? Non lo escluderei.
Vala allora la pena ricordare che la natura autentica non è tanto un grado della realtà quanto una consapevolezza di essa. Certo, la realtà è ben più complessa di quella che appare ai limitatissimi sensi umani, ma l’esperienza della natura autentica, la sua contemplazione ne svela l’aspetto unitario, l’Essere, l’Essenza, e questa è l’esperienza del percepente, di colui che contempla e della sua consapevolezza che abbraccia unitariamente il contemplato.
Cerco di semplificare: il contemplante abbraccia con la consapevolezza dal corpo fisico fino ai corpi spirituali – in una percezione unitaria – il contemplato, non coglie tanto il corpo, la realtà, l’essenza più elevata, sente l’insieme unitario e questo perché il sentire è percezione unitaria, in questo senso si può interpretare la lettura di F-M: “Nessun accenno a una realtà indefinita che è oltre il limitato”.
Però questo non è ciò che appare, è Ciò-che-È: la forma che appare al contemplante è il simbolo della sua Essenza, non la realtà: credo che questo F-M lo abbiano ben chiaro.
L’invito a non compiere voli pindarici, a non immaginare fantomatiche nature oltre ciò che si presenta, è un invito a mantenere una visione unitaria ma può anche schiacciare sul ciò che appare che in sé, nella sua natura effimera, è niente. Ciò che appare è simbolo e quello coglie il contemplante, quello sente unitariamente e a questa unitarietà di sentire conferisce il nome di natura autentica.
È a portata di mano questo? Certo, ma per chi ha questa possibilità di sentire. Chi non ha questa possibilità, ed è chiaro che non tutti hanno sviluppato questa consapevolezza, coglie il simbolo e lo sente come gli è dato sentirlo, alcuni vedono solo un corpo fisico, ovvero niente se non ciò che rimandano i loro sensi, ma senza sentire l’insieme. Per costoro non è a portata di mano.
Qual è allora la condizione interiore che permette di sentire unitariamente Ciò-che-È? Mi sembra sia questa la domanda di Dōgen: “Divenendo cosa, tutto ciò che vive diviene natura autentica? Essendo cosa, è natura autentica?”
Qualcosa diviene natura autentica, essendo qualcosa è natura autentica? O è la percezione unitaria che conferisce, definisce la natura autentica?
La natura autentica è uno stato originario/ancestrale del reale o uno stato della percezione/sentire?
Esiste uno stato originario/ancestrale? O esiste solo lo stato unitario percepito dal contemplante che definisce ciò che sente ma non crea alcuna condizione originaria?
In altri termini: c’è una realtà, da qualche parte, su qualche piano, che possiamo chiamare natura autentica?
Non credo. Esiste invece una percezione del reale che definiamo natura autentica, quella percezione conferita dal sentire unitariamente il Ciò-che-È.
La natura autentica non è un aspetto/piano/essenza dell’Assoluto Essere, è una Sua “percezione/stato” – “Sua” dell’Assoluto Essere – non una percezione nostra ma un grado della Sua consapevolezza.
“Noi” semplicemente non esistiamo come realtà ma solo come percezione, ma non percezione “nostra”, solo come registrazione di uno stato/grado del Sentire Assoluto.
Nella sostanza noi siamo un grado della autoconsapevolezza dell’Assoluto, la natura autentica è la piena coscienza di questo. Dunque sto considerando non solo il superamento di ogni dualità ma l’evidenza che tutto ciò che esiste non è che sentire, grado di sentire proprio del Sentire Assoluto, grado di sentire autoconsapevole della unitarietà d’Essere e d’Esistere. [/uma]
Fonte: Busshō. La natura autentica, di Eihei Doghen. A cura di Giuseppe Jiso Forzani. Edizioni EDB, Bologna, marzo 2000.
Fonte: Aldo Tollini
Fonte: Carl Bielefeldt
Fonte: Gudo Nishijima, Chodo Cross
Fonte: Kazuaki Tanahashi
Nota del curatore
Lavorando sullo Shōbōgenzō di Dōgen e non volendo in alcun modo produrre una esegesi delle sue parole, la mia unica preoccupazione è: di fronte a questo concetto, a questa visione, a questo stato che Dōgen dichiara, io cosa provo, cosa sento? Sono capace di indagare il mio interiore nella sottigliezza di certi stati, e possiedo un linguaggio, dei simboli per trasmettere il provato/sentito?
Dōgen mi mette con le spalle al muro e, quando fatico per attraversare le nebbie del testo tradotto, il mio intento è quello di giungere a cosa sentiva lui, a quale sentire rimanda la sua parola, per compiere il percorso che dal suo simbolo mi conduce a ciò che sento. È nel sentire che lo incontro, passando attraverso le nebbie delle parole e dei concetti.
Il passo successivo è: posso osare trasmettere ciò che sento utilizzando il linguaggio simbolico che mi è proprio e che credo sia, in questo tempo, più universale di quello tramandatoci dagli antenati?
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