Nelle parole che seguono, tratte dal sito Silere non possum, trovate una sintesi non solo del papato di Leone XIV ma del cristianesimo che, dopo i primi secoli di travaglio, ha infine assunto un volto.
Le parole utilizzate da Leone XIV durante la benedizione Urbi et Orbi del 25 dicembre scorso disegnano una geografia del dolore contemporaneo: Gaza e lo Yemen, il Mediterraneo attraversato dai migranti, i giovani in cerca di lavoro, i lavoratori sottopagati, i detenuti costretti a condizioni che feriscono la dignità. Il Papa cita popoli e ferite come si leggono i nomi in una litania, perché il male, quando resta astratto, diventa gestibile. Quando abbiamo il coraggio di dargli un volto, domanda una risposta.
La mappa tracciata dal Papa trova unità in una parola che oggi divide: responsabilità, intesa come grammatica della pace e non come etichetta moralistica. Leone XIV la pone sul crinale in cui la religione può ridursi a consolazione e la politica può irrigidirsi nel cinismo, indicando un passaggio che riguarda la coscienza e, insieme, lo spazio pubblico. Invita a riconoscere le proprie mancanze, a chiedere perdono, a mettersi nei panni di chi soffre e a costruire legami di solidarietà con chi porta il peso maggiore; da questo movimento prende forma una conversione del cuore capace di incidere su scelte, priorità, linguaggi e interessi.
Il pesce immerso nell’acqua sente il mondo come fatto d’acqua, gli riesce difficile immaginare un altro mondo. Le persone immerse nel divenire sentono il mondo come divenire e altro non riescono a immaginare. I cristiani – reali o presunti – immersi nel paradigma costruito in duemila anni, sentono il principio del Cristo nel loro modo peculiare.
Nulla da obiettare: sono tutti modi legittimi quanto relativi e non reali. Per questa ragione non ci interessa né il punto di vista del pesce, nè quello delle persone identificate, né quello dei cristiani. “Non ci interessa” significa che non è la nostra vita, che non sentiamo a quel modo il reale vivente.
Il fatto che non ci identifichiamo con i più fa di noi degli smarriti? L’opposto direi: vediamo abbastanza nitidamente oltre le nebbie del relativo e del soggettivo. “Abbastanza” perché chi può essere tanto superbo da affermare: io vedo.
Dal nostro punto di osservazione e di sentire, risulta abbastanza chiaramente che i cristiani (di questo parliamo) hanno colto solo un aspetto dell’ampia possibilità che il Cristo ha prospettato all’umanità duemila anni orsono, e da allora vibra come una nota che non può quietarsi.
Attraverso il veicolo umano del falegname di Nazareth, il Cristo non si è rivolto ai pesci e agli identificati ma a coloro che avevano orecchie per ascoltare, ovvero avevano un sentire in grado di approcciarsi al Suo sentire, dunque a coloro che vivevano al confine tra l’identificazione e la possibilità esistenziale di andare oltre.
A costoro ha proposto il Regno di Dio, la vita in Dio: in molteplici modi ha proposto, offerto, invitato a questa conversione delle priorità. Dalla centralità di sé a quella di Dio.
Un pallido riflesso del sentire del Cristo lo si ritrova nelle Beatitudini di Mt. 5,1-12. Un altrettanto pallido riflesso in quelle trasmesse dalla “Voce” del Cerchio Firenze 77: entrambe le declinazioni del sentire del Cristo hanno la preoccupazione didattica di orientare le vite dei loro ascoltatori, sono riduzioni didattiche per incarnati carenti di orientamento esistenziale.
Riduzioni didattiche il cui compito è condurre per mano oltre sè e dentro al Regno, incontro alla condizione di Essere-Regno.
Tutta la questione dei “poveri” nella prassi e nell’insegnamento del Cristo ho il dubbio che mai sia stata compresa nella sua reale portata pedagogica: un mezzo per la disidentificazione da sè, per demolire la barriera duale io/tu, interno/esterno, Uno/due. Uno dei mezzi per dimenticarsi di sé, per frantumare il mondo dell’illusione e della separatività.
I cristiani – gli umani con un dato sentire che hanno partecipato di quell’archetipo transitorio – hanno compreso quello che potevano, hanno sentito con le mani – non potendo “vedere” – le gambe dell’elefante e hanno detto: è fatto così!
Noi non partecipiamo dello stesso archetipo e non abbiamo alcuna pretesa di dire come sia fatto l’elefante.
Non dicendo nulla della realtà dell’elefante, abbiamo canalizzato tutte le nostre forze nel sentirlo, nel “vederlo”. Là dove gli altri indagavano con la ragione e con la fede, noi abbiamo abbandonato entrambe.
Alla speculazione abbiamo sostituito l’apertura al mistero dell’Essere: dalla pedagogia, dalla didattica comune a tanti, dalla fede che ancora non ha conosciuto lo scacco del vuoto, siamo passati alla contemplazione del vuoto.
È dalla contemplazione che poi sono sorte le parole e il pensiero che è proprio del Sentiero contemplativo: dall’esperienza viva dell’Unità, della natura del Cristo.
A partire da questa esperienza possiamo rispettare tutte le esperienze altrui senza lasciarci nemmeno per un attimo fuorviare: ognuno ha il necessario a sé e ognuno è esattamente dove deve essere.
Noi siamo sull’orlo dell’abisso, questa è casa nostra.
Sull’orlo dell’abisso abitiamo e da questo sentiamo il mondo, il Cristo, il Regno di Dio, l’unità di Essere ed Esistere.
Per vivere sull’orlo dell’abisso bisogna osare tutto l’osabile perché nulla di ciò che l’umano e il sovra-umano affermano è reale, solo ciò che è sentito a partire da quell’orlo sul Vuoto ha un qualche relativo senso.
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Si commentava proprio in questi giorni, in una chat di studio della comunità, un post del Cerchio Firenze sul ciclo Il Cristo, relativo alla autenticità dei Vangeli e si giungeva a comune conclusione che “vero” si può definire solo ciò che è sentito.
Come a Nati , anche a me ha colpito l’ultimo capoverso.
Solo ciò che sentiamo sull’orlo dell’abisso ha un relativo senso .
Solo il sentire ci fa aderire al Reale , il resto è ragionamento o fede .
Per stare sull”orlo dell’abisso , cosa non facile , non bisogna dimenticare di aver cura della propria cella esistenziale dove dimorano la Coscienza, il silenzio , la fiducia. .
“…solo ciò che è sentito a partire da quell’orlo sul Vuoto ha un qualche relativo senso.”
Indagare il sentire, mettersi in ascolto, dubitare, sperimentare, avere fiducia, osservare, fare zz, aprirsi all’Amore, osare, non temere la solitudine, perseverare.
Queste e altre ancora le disposizioni di fondo per avvicinarsi a quell’abisso.
un mantra accompagna il mio procedere : “A te non altro da me, mi affido, senza resistenza alcuna.