Elias: monachesimo come via di conoscenza [E206]

La via interiore: la centralità assunta dalla ricerca e la continuità con cui l’individuo vi orienta la propria esperienza.

La pagina base dell’insegnamento di Elias con le informazioni necessarie e l’elenco dei post pubblicati. In questa pagina le sessioni tradotte in veste integrale o come estratti.

📌 SPIRITUALITÀ, PRATICHE, MAESTRI, ILLUMINAZIONE secondo Elias: un volume digitale che raccoglie i post della Monografia 8

MONOGRAFIE
8. Spiritualità, pratiche, maestri, illuminazione
☉ [Sessioni indicate nel testo] Legenda relativa alle fonti a fondo pagina.
Capitolo 14

Se il monachesimo viene identificato anzitutto con la rinuncia, la sua caratteristica fondamentale sembra consistere nel sottrarsi: meno relazioni, meno beni, meno esperienze, meno partecipazione alla vita ordinaria. Ma la Sessione 503 consente di partire da un criterio diverso. Elias presenta l’essere monaco come una choice («scelta»): una particolare configurazione dell’esperienza, sostenuta da determinate beliefs («credenze»), non come una condizione spiritualmente superiore. [Elias — Sessione 503]

La fonte non definisce in positivo una nuova forma di monachesimo. Permette però di separare due questioni che storicamente sono state spesso sovrapposte: scegliere una vita fortemente orientata verso una ricerca e considerare la rinuncia come valore spirituale in sé. Sono due cose differenti. [Raccordo editoriale — Sessioni 503, 255]

Se assumiamo quindi «monachesimo» non come nome di un’istituzione storica determinata, ma come scelta intenzionale di organizzare la propria vita attorno alla conoscenza di sé e all’ampliamento della consapevolezza, il corpus di Elias offre diversi elementi capaci di descriverne il possibile contenuto. Questa è una ricostruzione editoriale, non una categoria formulata da Elias. [Raccordo editoriale — Sessioni 503, 991, 201508091, 202210241, 2047, 1558]

Nella Sessione 991 Elias riconosce l’esistenza di molti metodi e processi. Il punto decisivo non è scegliere quello universalmente corretto, ma riconoscere dove si trova l’attenzione, sapere che può essere diretta, riportarla a sé e alle proprie comunicazioni, riconoscere le credenze e recuperare possibilità di scelta. [Elias — Sessione 991]

Questo è particolarmente significativo per una concezione monastica non fondata sulla rinuncia. Una regola, una disciplina, una pratica quotidiana o una struttura di vita possono essere strumenti autentici senza diventare per questo verità assolute. Il criterio non è l’assenza di struttura, ma la relazione consapevole e autodiretta con la struttura scelta. [Elias / raccordo editoriale — Sessione 991]

La determinazione, allora, non consiste nell’obbedire a una forma indipendentemente da ciò che si sperimenta. Consiste nel mantenere una direzione, imparando contemporaneamente a riconoscere come l’attenzione, le scelte e le credenze partecipano a quella direzione. [Raccordo editoriale — Sessioni 991, 503]

Da questo punto di vista, ciò che rende «monastica» una vita non sarebbe anzitutto ciò che essa elimina, ma la centralità assunta dalla ricerca e la continuità con cui l’individuo vi orienta la propria esperienza. Questa formulazione appartiene al raccordo editoriale. [Raccordo editoriale — Sessioni 503, 991]

La Sessione 201508091 permette di precisare il contenuto di questa ricerca. Elias definisce la presence («presenza») come consapevolezza della propria esistenza nel momento, non limitata al pensiero o al sentire isolatamente, ma riferita alla propria esistenza completa e alla partecipazione effettiva al momento. [Elias — Sessione 201508091]

“It is that genuine awareness of the entirety of yourself and that you are actually participating in each moment.”
(«È quella genuina consapevolezza dell’interezza di voi stessi e del fatto che state realmente partecipando a ogni momento.») — Elias, Sessione 201508091

Una via di conoscenza, in questa prospettiva, non può essere ridotta all’accumulo di idee su di sé. Implica un’esperienza progressivamente più consapevole di ciò che si è mentre si vive. [Raccordo editoriale — Sessione 201508091]

Il monachesimo inteso come ricerca potrebbe quindi essere descritto non come tentativo di diventare altro da sé, ma come scelta di dedicare una parte rilevante della propria vita a riconoscere più pienamente ciò che già partecipa all’esperienza. [Raccordo editoriale — Sessioni 201508091, 503]

La Sessione 202210241 amplia ulteriormente questa prospettiva. Elias distingue il semplice essere nel now («adesso») dall’essere self-aware («consapevoli di sé»). La consapevolezza di sé comprende l’entire self («intero sé»): modalità di essere, capacità, aspetti meno graditi, scelte e flusso naturale dell’esperienza. [Elias — Sessione 202210241]

“I’m speaking about BEING those things and being aware of those things in the now — being aware of your entire self.”
(«Sto parlando dell’ESSERE quelle cose e dell’essere consapevoli di esse nell’adesso — essere consapevoli dell’intero sé.») — Elias, Sessione 202210241

Qui la conoscenza di sé non appare come analisi incessante della propria interiorità. È piuttosto il riconoscimento vissuto della pluralità di ciò che si è, mentre si partecipa all’esperienza. [Elias / raccordo editoriale — Sessione 202210241]

Se parliamo di monachesimo come via della consapevolezza, questo passaggio è centrale: l’obiettivo non sarebbe restringere il sé fino a farlo corrispondere a un ideale spirituale, ma diventare più consapevoli della sua interezza. [Raccordo editoriale — Sessioni 202210241, 503]

Il termine «unificazione interiore» non appartiene al lessico tecnico di Elias e non va attribuito a lui. Esistono però nel corpus formulazioni che descrivono qualcosa di molto vicino: una partecipazione più integrata di aspetti dell’esperienza che ordinariamente possono essere percepiti separatamente. [Raccordo editoriale — Sessioni 202103041, 202508121]

Nella Sessione 202103041 Elias descrive la possibilità di diventare oggettivamente consapevoli dell’aspetto soggettivo della propria consapevolezza. I sensi e la coscienza corporea vengono indicati come vie di comunicazione, mentre i diversi momenti possono essere riconosciuti nel loro fluire l’uno nell’altro. [Elias — Sessione 202103041]

Nella Sessione 202508121 una disciplina viene descritta attraverso l’ascolto dei segnali del corpo, del respiro, dell’intuizione, dell’immaginazione e delle impressioni, mentre consapevolezza oggettiva e soggettiva vengono considerate come due lati che si muovono insieme. [Elias — Sessione 202508121]

Da queste fonti possiamo ricavare una nozione prudente di «unificazione»: non fusione indistinta né raggiungimento di uno stato finale, ma maggiore capacità di ascoltare simultaneamente più dimensioni della propria esperienza senza escluderne una a favore dell’altra. [Raccordo editoriale — Sessioni 202103041, 202508121]

In questo senso, una disciplina monastica contemporanea potrebbe avere precisamente la funzione di educare questa disponibilità all’interezza. Non perché Elias prescriva tale forma di vita, ma perché il corpus documenta la possibilità che una pratica favorisca una relazione più integrata con ciò che l’individuo già esprime. [Raccordo editoriale — Sessioni 202508121, 503]

Una via così intesa conserva pienamente il valore della disciplina. Ma la disciplina cambia funzione. Non è un mezzo per costruire una versione spiritualmente superiore dell’individuo; può essere uno strumento per rendere più riconoscibili attenzione, comunicazioni, scelte e modalità abituali. [Raccordo editoriale — Sessioni 991, 202508121]

La Sessione 991 è importante proprio perché non oppone metodo e libertà. Elias ammette molti metodi e processi, ma ne relativizza l’autorità: possono essere utili per dirigere l’attenzione, mentre diventano limitanti quando vengono assunti come condizioni necessarie per accedere a qualcosa che si ritiene di non possedere. [Elias / raccordo editoriale — Sessione 991]

Una regola monastica potrebbe quindi essere rigorosa e al tempo stesso non assoluta. Il rigore riguarderebbe la continuità della direzione; non la pretesa che una specifica forma possieda in sé la verità. [Raccordo editoriale — Sessioni 991, 503]

Le Sessioni 2047 e 1558 permettono di definire ancora più precisamente che cosa significhi «via di conoscenza». Elias distingue esplicitamente comprensione intellettuale e knowing («conoscere vissuto»). [Elias — Sessione 2047]

“Experience is what generates the reality AND the knowing.”
(«È l’esperienza che genera la realtà E il conoscere.») — Elias, Sessione 2047

Elias aggiunge che senza esperienza ciò che viene incorporato può essere comprensione intellettuale, ma non necessariamente knowing. [Elias — Sessione 2047]

La Sessione 1558 ribadisce la stessa relazione:

“What you know in reality is what you have experienced.”
(«Ciò che conoscete nella realtà è ciò che avete sperimentato.») — Elias, Sessione 1558

Una via monastica orientata alla conoscenza non avrebbe quindi come centro principale lo studio di una dottrina, pur potendo includerlo. Il suo nucleo sarebbe l’esperienza attraverso la quale ciò che viene compreso assume realtà e diventa conoscenza vissuta. [Raccordo editoriale — Sessioni 2047, 1558]

È forse qui che il termine «monachesimo come via di conoscenza» acquista il significato più preciso: una vita organizzata affinché comprendere, sperimentare e conoscere non rimangano ambiti separati. Questa formula è nostra, ma deriva direttamente dalla distinzione fra comprensione intellettuale ed esperienza documentata nelle fonti. [Raccordo editoriale — Sessioni 2047, 1558]

La Sessione 1558 introduce anche il termine remembrance. Elias precisa che non si tratta di memoria:

“Remembrance is not memory, it is being.”
(«Il remembrance non è memoria, è essere.») — Elias, Sessione 1558

E aggiunge che questo beingness («essere») non può esprimersi senza esperienza effettiva. [Elias — Sessione 1558]

Il conoscere, quindi, può giungere a un punto in cui non consiste più soltanto nel possedere un’informazione, ma nel modo in cui l’individuo è e partecipa all’esperienza. [Elias / raccordo editoriale — Sessione 1558]

Per una via monastica contemporanea questo passaggio è particolarmente significativo: il criterio non sarebbe sapere più cose sullo spirituale, ma permettere alla conoscenza di trasformarsi progressivamente in esperienza e modo di essere. [Raccordo editoriale — Sessione 1558]

Una dedizione radicale alla conoscenza potrebbe facilmente ricreare un altro ideale: arrivare finalmente a uno stato stabile di piena consapevolezza. Il corpus introduce però una correzione importante. [Raccordo editoriale — Sessioni 202309061, 1586]

Nella Sessione 202309061 Elias sviluppa l’immagine della mastery («padronanza») attraverso l’esempio delle arti marziali: si acquisisce competenza, si approfondisce, si arriva al livello del maestro e poi si ritorna all’inizio, incontrando ciò che era già noto con una consapevolezza differente. [Elias — Sessione 202309061]

La padronanza non rappresenta quindi una chiusura. È compatibile con maggiore abilità, familiarità e profondità, ma apre nuovamente l’esplorazione. [Elias / raccordo editoriale — Sessione 202309061]

Questo modello è particolarmente adatto a una concezione del monachesimo come determinazione. Si può essere totalmente impegnati nella ricerca senza trasformare la ricerca in una corsa verso uno stato definitivo. La determinazione riguarda l’approfondimento, non il completamento. [Raccordo editoriale — Sessione 202309061]

Il ritorno all’inizio descritto nella 202309061 non equivale a ricominciare da zero. L’individuo incontra nuovamente elementi fondamentali con una consapevolezza diversa. [Elias — Sessione 202309061]

Una vita di ricerca può così diventare ricorsiva: attenzione, conoscenza di sé, scelta, presenza e consapevolezza vengono continuamente riesplorate invece di essere considerate competenze definitivamente acquisite. [Raccordo editoriale — Sessioni 202309061, 201508091, 202210241]

Il monachesimo, in questa prospettiva, non avrebbe come caratteristica l’eccezionalità delle esperienze, ma la continuità dell’approfondimento. [Raccordo editoriale — Sessione 202309061]

Questa concezione modifica anche il rapporto fra monachesimo e vita ordinaria. La Sessione 202202221 mostra che l’ampliamento della consapevolezza può avvenire precisamente nelle attività mundane («ordinarie»), nelle motivazioni, nei gesti ripetuti e nelle scelte quotidiane. [Interlocutore / Elias — Sessione 202202221]

Non sarebbe quindi necessario definire il monachesimo contemporaneo attraverso la separazione materiale dalla vita comune. Può esistere una forte direzione contemplativa pur continuando a lavorare, avere relazioni, occuparsi di compiti ordinari e partecipare pienamente al mondo. Questa è una conclusione editoriale, non una definizione proposta da Elias. [Raccordo editoriale — Sessioni 202202221, 503]

Ciò che distinguerebbe quella vita sarebbe la priorità assegnata alla conoscenza di sé, alla qualità dell’attenzione e alla comprensione esperienziale di ciò che si vive. [Raccordo editoriale — Sessioni 202202221, 991, 2047]

Il ritiro può essere uno strumento; non è necessariamente l’essenza della scelta monastica. [Raccordo editoriale — Sessione 503]

La rinuncia rimane una possibilità, ma cambia posizione all’interno del capitolo. Può essere parte di una disciplina scelta, può semplificare una determinata esperienza o creare condizioni favorevoli a una direzione specifica. Le fonti non consentono di valutarla in assoluto. [Raccordo editoriale — Sessione 503]

La Sessione 255 introduce soltanto un confine: sottrarre un’esperienza non conferisce automaticamente maggiore spiritualità. Elias contesta precisamente la credenza secondo cui la negazione della dimensione fisica costituirebbe un segno di superiorità spirituale. [Elias — Sessione 255]

La rinuncia può quindi essere funzionale alla via senza definire la via. Il problema compare quando la privazione stessa viene assunta come misura del valore spirituale. [Raccordo editoriale — Sessioni 503, 255]

Anche la Sessione 200606092 converge in questa direzione: eliminare stabilmente intere gamme di esperienza per corrispondere all’ideale di una persona «illuminata» restringerebbe l’esplorazione anziché dimostrarne il compimento. [Interlocutrice / Elias — Sessione 200606092]

Il discrimine non è dunque «rinunciare o non rinunciare», ma la funzione che quella rinuncia svolge all’interno della scelta. [Raccordo editoriale — Sessioni 503, 255]

Possiamo allora formulare una possibilità che Elias non nomina direttamente, ma che il corpus rende compatibile con la sua impostazione: una forma di monachesimo nella quale la separazione dal mondo non sia il criterio identificante. [Raccordo editoriale — Sessioni 503, 202202221, 991]

La disciplina potrebbe riguardare soprattutto la direzione dell’attenzione, la familiarità con sé, il riconoscimento delle proprie comunicazioni, l’esperienza dell’interezza e la trasformazione della comprensione in conoscenza vissuta. [Raccordo editoriale — Sessioni 991, 201508091, 202210241, 2047]

Potrebbe prevedere silenzio, meditazione, studio, ritiri o forme di semplificazione, ma nessuno di questi elementi possiederebbe necessariamente valore in sé. Il loro significato dipenderebbe dalla funzione che assumono nella ricerca. [Raccordo editoriale — Sessioni 503, 991]

In questo senso il monachesimo diverrebbe meno una forma sociale prefissata e più una direzione esistenziale deliberata. Questa definizione appartiene al nostro raccordo editoriale. [Raccordo editoriale — Sessioni 503, 991, 2047]

Rimane infine essenziale non trasformare questa intensificazione della ricerca in una nuova gerarchia. Un individuo può dedicare moltissimo tempo alla conoscenza di sé, sviluppare grande familiarità, attenzione e competenza e tuttavia non diventare per questo ontologicamente superiore. [Raccordo editoriale — Sessione 202309061]

La mastery («padronanza») documentata nella 202309061 permette di distinguere precisamente profondità e superiorità: possono esistere maggiore esperienza e maggiore competenza senza che ciò costituisca una differenza di valore dell’essere. [Elias / raccordo editoriale — Sessione 202309061]

Il monaco, in questa lettura, non è colui che appartiene a una categoria spirituale più elevata. È semplicemente qualcuno che sceglie di conferire alla ricerca una centralità e una continuità particolari. [Raccordo editoriale — Sessioni 503, 202309061]

La Sessione 503 non definisce il monachesimo attraverso la rinuncia. Lo presenta anzitutto come una choice («scelta»), una configurazione particolare dell’esperienza sostenuta da determinate credenze e non dotata di superiorità intrinseca. [Elias — Sessione 503]

Se colleghiamo questa fonte alle spiegazioni di Elias sulla direzione dell’attenzione, sulla consapevolezza dell’intero sé, sull’integrazione fra consapevolezza oggettiva e soggettiva e sull’esperienza che genera knowing («conoscenza vissuta»), emerge la possibilità di leggere il monachesimo come scelta deliberata di porre la conoscenza e la consapevolezza al centro dell’esistenza. Questa è una ricostruzione editoriale, non una definizione formulata da Elias. [Raccordo editoriale — Sessioni 991, 201508091, 202210241, 202103041, 202508121, 2047, 1558]

La sua radicalità non starebbe necessariamente nel separarsi dalla vita, ma nella continuità della direzione: usare pratiche, struttura, attenzione e esperienza affinché la comprensione divenga progressivamente conoscenza vissuta e modo di essere. [Raccordo editoriale — Sessioni 991, 2047, 1558, 202309061]

La rinuncia può accompagnare questa scelta, ma non la definisce; può essere strumento, disciplina o preferenza, senza diventare misura della spiritualità. [Raccordo editoriale — Sessioni 503, 255]

E il percorso non termina in un individuo finalmente compiuto: l’approfondimento può continuare ritornando agli stessi nuclei con consapevolezza differente. [Elias / raccordo editoriale — Sessione 202309061]

Una via così impegnativa può però includere insegnanti, guide e persone più esperte. La domanda diventa allora: rivolgersi a una guida significa cedere la propria direzione oppure una guida può partecipare precisamente al processo attraverso il quale l’individuo diventa più capace di conoscere e dirigere sé stesso? È il tema del capitolo successivo. [Raccordo editoriale — ponte verso Sessioni 1004, 1447, 202105191]


Questione posta da uma
Puoi indagare cosa dice Elias in merito al sentirsi meno completi quando non si è fatta una certa pratica, non si è portata a compimento una personale risoluzione?
Mi riferisco a qualcosa che il meditante sperimenta: se salta la pratica sente che qualcosa manca. Se la completa ha un senso di pienezza, di allineamento interiore prima mancante.
Chiaramente non parliamo solo di un sentirsi a posto con le proprie determinazioni e al riparo magari dai sensi di colpa che possono sorgere.

Parliamo di una completezza che sorge in virtù dell’armonia e del senso di completezza e compiutezza che si è creata per aver realizzato l’interezza del proposito, della direzione, dell’attenzione, dell’esperienza e della consapevolezza di essa.

Indagine del Chatbot
Ho fatto una ricerca mirata nel corpus M8 e poi su Eliasweb, perché il punto che poni è più specifico di quanto avessimo già raccolto. Il risultato è interessante: Elias non formula una teoria della “completezza dopo la pratica”, ma esiste un insieme abbastanza forte di passaggi che permette di ricostruire proprio il fenomeno che descrivi.

La distinzione decisiva è questa: non parlerei di diventare più completi come essere perché si è meditato. Parlerei piuttosto di una compiutezza esperienziale: una condizione nella quale direzione, desiderio, attenzione, scelta e azione vengono effettivamente espressi insieme, e questa congruenza produce soddisfazione, senso di realizzazione e, talvolta, una qualità più stabile di appagamento.

La Sessione 1301 è probabilmente la fonte più precisa che abbiamo trovato. L’interlocutrice parla della difficoltà di portare a termine la scrittura: parte dall’ispirazione, poi perde interesse e sente frustrazione perché «non ha finito». Elias distingue due cose.

Quando l’azione continua attraverso spontaneità, interesse e libera espressione, dice che può generare:

“satisfaction in completion”
«soddisfazione nel compimento»

Ma immediatamente aggiunge la cautela fondamentale: se entra la credenza «ho cominciato, quindi devo continuare» e la disciplina diventa rigidità, l’azione viene forzata e si trasforma in un compito gravoso. (EliasWeb)

Questo passaggio è straordinariamente utile per la questione che poni perché Elias riconosce esplicitamente un valore esperienziale del compimento, ma lo separa dalla compulsione a completare.
Quindi:
compiere → soddisfazione può essere reale;
devo compiere altrimenti manca qualcosa in me → forzatura/belief è un’altra dinamica.

La Sessione 201803181 aggiunge qualcosa di ancora più vicino al tuo concetto di allineamento. Elias invita a compiere intenzionalmente azioni “in alignment with your vision” («in allineamento con la propria visione») e “in harmony with your desire” («in armonia con il proprio desiderio»). Non devono essere azioni grandiose: anche un gesto minimo può esprimere quella direzione. (EliasWeb)

Qui il punto non è il «dovere». È la congruenza.
Se traduco questo nel caso del meditante: può accadere che la meditazione sia divenuta una delle forme attraverso cui egli esprime concretamente una direzione che riconosce come propria. Quando la pratica viene compiuta, non si limita ad aver rispettato un impegno: ha trasformato intenzione e desiderio in azione. Il senso di allineamento che segue è perfettamente compatibile con questa spiegazione.

Questa ultima frase è però un raccordo editoriale, non una definizione di Elias.

C’è poi la Sessione 202011051, che secondo me permette di andare ancora più a fondo. Elias descrive una condizione in cui, quando una persona sta “moving in your own direction” («muovendosi nella propria direzione»), può sperimentare un senso continuo e sottostante di:

  • accomplishment («realizzazione, compimento»);
  • contentment («appagamento»);
  • satisfaction («soddisfazione»).

Dice esplicitamente che questa qualità può rimanere anche quando sorgono difficoltà: è come un’energia sottostante che non scompare. E collega un episodio concreto al fatto che l’individuo aveva riconosciuto e seguito la propria primary direction («direzione primaria»), invece di lasciarsi deviare. (EliasWeb)

Questo è molto più vicino a ciò che descrivi del semplice «sono contento perché ho mantenuto la promessa».
Qui abbiamo una possibile catena:

riconosco la mia direzione → le do attenzione → scelgo coerentemente → agisco → sperimento soddisfazione/realizzazione → riconosco che sto procedendo nella mia direzione.

La formulazione della catena è nostra, ma ogni suo elemento è fortemente sostenuto dalle fonti.

Nella Sessione 1047 Elias chiede direttamente all’interlocutrice se abbia sperimentato piacere e contentment with yourself («appagamento con sé stessa»). Poi interpreta la soddisfazione che sente come una comunicazione legata alla scelta di essersi permessa di esprimere liberamente ciò che voleva in quel momento. (EliasWeb)

Nella 1933 aggiunge che, se si presta attenzione ai momenti nei quali si generano satisfaction and accomplishment («soddisfazione e realizzazione»), si può iniziare a riconoscere quali scelte li producono. (EliasWeb)

Questo mi sembra importante: il senso di pienezza dopo una pratica non andrebbe necessariamente interpretato come una ricompensa psicologica. Può anche essere letto, nel lessico di Elias, come informazione: «questa scelta, in questa configurazione, è in accordo con ciò che sto esprimendo».

Qui occorre molta precisione. Se una persona salta la meditazione e sente «qualcosa manca», Elias non ci permetterebbe, credo, di concludere automaticamente:

«La meditazione mi completa, quindi senza di essa sono incompleto.»

La Sessione 991 è un controllo decisivo: esistono molti metodi e processi, ma non è il metodo in sé ad avere il potere. Ciò che conta è riconoscere e dirigere l’attenzione, riconoscere le proprie comunicazioni e le proprie scelte. (EliasWeb)

Perciò la pratica può essere la forma scelta attraverso cui si esprime una direzione, senza diventare la fonte ontologica della completezza.
Se il meditante la salta, il senso di mancanza potrebbe allora significare:

«Oggi non ho espresso pienamente una direzione che riconosco come mia.»

Questa interpretazione è molto diversa da:

«Senza questa pratica sono meno completo come essere.»

La prima è ben compatibile con Elias; la seconda molto meno.

E qui emerge l’altra faccia. Elias insiste moltissimo sul not enough («non abbastanza»). Nella 200611071 mostra come una persona possa perfino annullare psicologicamente le proprie realizzazioni: appena ha ottenuto qualcosa, subito pensa che non sia sufficiente e che debba fare di più. La soddisfazione dell’accomplishment viene così cancellata dalla concentrazione sulla mancanza. (EliasWeb)

Nella 202205211, parlando addirittura dell’ampliamento della consapevolezza, un’interlocutrice dice di sentire che non sta facendo abbastanza e che il processo non procede abbastanza rapidamente. Elias identifica immediatamente la dinamica come not enough. (EliasWeb)

Questo significa che lo stesso fenomeno esteriore può avere due origini radicalmente differenti:

  • «non ho praticato e avverto che non ho espresso qualcosa che volevo realmente vivere»;
  • «non ho praticato e quindi non ho fatto abbastanza, non sono abbastanza disciplinato, sto fallendo».

La sensazione può assomigliarsi; la dinamica è diversa.

Ho trovato anche un passaggio secondario interessante, nella Sessione 294. L’interlocutrice, dopo aver attraversato una particolare area di esplorazione personale, dice:

“I feel complete.”

È lei, non Elias, a introdurre la formula. Ma Elias non la corregge né la riconduce a un errore metafisico: valida la realtà di ciò che sta sperimentando. (EliasWeb)

Non userei certo questa sessione come prova principale, perché il contesto è molto diverso. Ma mostra che nel corpus può esistere una completezza relativa a un’esperienza o a una fase di esplorazione, senza implicare un essere definitivamente «completato».
Ed è precisamente la distinzione che ci serve.

Credo che la categoria più adatta sia: compiutezza esperienziale più che «completezza».
La formulerei così:

[Raccordo editoriale — Sessioni 1301, 201803181, 202011051, 1933, 1047, 991]
Una pratica scelta può generare un senso autentico di compiutezza quando consente all’individuo di portare a espressione, nello stesso atto, una direzione riconosciuta, l’attenzione ad essa, la scelta di seguirla e l’esperienza concreta che ne deriva. La soddisfazione non nasce necessariamente dall’avere assolto un dovere, ma dalla congruenza fra ciò che l’individuo vuole esprimere e ciò che effettivamente genera.

E aggiungerei immediatamente:

[Raccordo editoriale — Sessioni 1301, 991, 200611071]
La stessa pratica può però produrre una dinamica opposta quando il compimento diventa obbligo: “devo farlo”, “non è abbastanza”, “se non completo ho fallito”. In quel caso la sensazione di incompletezza non documenta necessariamente una direzione autentica, ma può essere generata dalla forzatura e dalla concentrazione sulla mancanza.

Questa distinzione mi sembra molto solida.

La tua formulazione contiene però qualcosa che le fonti permettono di mettere a fuoco meglio di quanto avessimo fatto finora:

proposito → direzione → attenzione → azione/esperienza → consapevolezza dell’esperienza → soddisfazione/compiutezza.

Elias non presenta questa sequenza come uno schema tecnico. Ma 1301, 201803181, 1047, 1933 e soprattutto 202011051 permettono di costruirla come ricostruzione B forte.

E spiega bene perché il meditante possa percepire realmente una differenza tra aver praticato e non aver praticato senza ricadere né nel senso di colpa né nell’idea che la meditazione lo renda ontologicamente più completo.

Quando pratica in quella modalità, non ha semplicemente «fatto meditazione»:
ha portato a espressione un’intera direzione di sé.
È proprio questa convergenza fra direzione, attenzione, scelta, azione e riconoscimento che può essere vissuta come pienezza.

A mio parere questo nucleo merita di entrare nel Capitolo 14 appena riscritto: aggiunge alla nozione di monachesimo come via di conoscenza un elemento fondamentale, cioè perché la continuità della pratica possa essere esperienzialmente significativa senza essere obbligatoria o salvifica.


  • Sessione 503 — monachesimo come scelta
  • Sessione 991 — metodi, attenzione, scelta e autodirezione
  • Sessione 201508091 — presenza e interezza del sé
  • Sessione 202210241 — consapevolezza dell’intero sé
  • Sessione 202103041 — consapevolezza oggettiva e soggettiva
  • Sessione 202508121 — pratica integrativa
  • Sessione 2047 — esperienza e knowing
  • Sessione 1558 — esperienza, knowing e remembrance
  • Sessione 202309061 — mastery come approfondimento senza conclusione
  • Sessione 202202221 — ampliamento della consapevolezza nella vita ordinaria
  • Sessione 255 — limite: rinuncia come pretesa di maggiore spiritualità
  • Sessione 200606092 — limite: soppressione dell’esperienza come ideale spirituale

[Elias — Sessione X]: affermazione direttamente attribuibile a Elias;
[Interlocutore / Elias — Sessione X]: la formulazione nasce dal dialogo e occorre distinguere proposta e risposta;
[Raccordo editoriale — Sessione/i X]: formulazione nostra, ricavata dalle fonti indicate.


© Copyright
Estratti delle trascrizioni di Elias riprodotti in queste pagine: copyright Mary Ennis. Tutti i diritti riservati. Fonte ufficiale delle trascrizioni e delle registrazioni audio di Elias: Eliasweb.org

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