☉Fonte [Sessione 236, 8 novembre 1997] Parafrasi estesa
INTENTO ESISTENZIALE → ADEMPIMENTO ESISTENZIALE
La definizione
Verso la fine dello scambio, Vicki chiede a Elias una definizione esplicita, riconoscendo di avere lei stessa delle credenze legate a cosa sia il value fulfillment ≣. La risposta di Elias è la definizione di riferimento:
☉ il value fulfillment (adempimento esistenziale, ndr) è l’esplorazione e il compimento, in ogni focus, nella direzione del proprio intent ≣, espresso attraverso i propri desideri. Finché si continua a esplorare e a mantenere interesse per la propria espressione fisica, in qualunque direzione la si scelga, si sta continuando a creare il proprio value fulfillment.
Il piacere come espressione (non sinonimo) del value fulfillment
Il cuore del dialogo con Drew ruota attorno a un’affermazione forte: 👉il piacere è un’espressione del value fulfillment. Elias chiarisce che ciò che si percepisce come piacevole o gioioso contribuisce al proprio value fulfillment all’interno del proprio intent.
Il piacere è un’emozione filtrata attraverso le credenze — ma questo vale per l’intera realtà, sempre filtrata dalle credenze. Il punto importante è che, per natura, ci si muove automaticamente verso il piacere: sono altre credenze a bloccare questo movimento, ma lasciati ai propri impulsi e inclinazioni naturali, si è attratti spontaneamente da ciò che è piacevole.
Elias precisa però una distinzione fondamentale, per evitare fraintendimenti: il piacere è sempre in linea con il value fulfillment, 👉ma il value fulfillment non richiede necessariamente il piacere. Si può realizzare il proprio value fulfillment anche attraverso esperienze non piacevoli — semplicemente, è “meno denso”, meno faticoso, muoversi attraverso il piacere. Chi vive nel dolore sta comunque compiendo il proprio value fulfillment; solo, lo fa attraverso una maggiore “densità”.
Il punto più delicato: piacere, danno e credenze di massa
La parte più impegnativa del dialogo — sollevata prima da Drew e poi da Vicki con esempi espliciti (droghe, alcol) — riguarda il caso in cui ciò che dà piacere è anche qualcosa che le credenze collettive definiscono dannoso. Elias mantiene la coerenza della propria logica:
l’azione di seguire il proprio piacere e desiderio contribuisce comunque al value fulfillment. Il conflitto, spiega, non nasce dall’azione in sé, ma dal fatto che si assorbono le credenze altrui o di massa e si permette loro di entrare in contrasto con la propria esperienza.
AVVERTENZA: quello che Elias afferma nel paragrafo seguente va compreso nel contesto in cui è stato affermato, non va isolato, decontestualizzato e reso un principio generale.
Su questo punto Elias arriva ad affermazioni molto nette (il danno di una sostanza deriva dalla credenza che sarà dannosa; culture diverse consumano le stesse sostanze senza subirne danno). È materiale concettualmente coerente ma delicatissimo per un lettore contemporaneo, e Elias stesso pone un limite esplicito: 👉mette in guardia dal trasformare tutto questo in “affermazioni generali” (blanket statements) che diventino a loro volta nuove credenze — 👉la logica vale per il singolo focus individuale, non come regola universale da applicare meccanicamente.
Drew stesso, con l’esempio provocatorio delle “carote fuorilegge”, porta Elias a chiarire che 👉le conseguenze delle proprie scelte (comprese quelle spiacevoli) fanno anch’esse parte del value fulfillment: ogni azione compiuta nel focus fisico vi contribuisce, piacevole o meno — se così non fosse, si sceglierebbe semplicemente di disimpegnarsi (la morte fisica).
☉Fonte [Sessione 1687, 1 gennaio 2005]
Questa lunga sessione privata è un serrato botta e risposta tra Elias e un partecipante (Steve) molto insistente e argomentativo. Proprio per questo, paradossalmente, contiene alcune delle precisazioni più utili su cosa il value fulfillment NON è — chiarimenti che Elias offre incalzato da un interlocutore che cerca continuamente di ridurre il concetto a formule semplici.
Value fulfillment non è sinonimo di felicità
Il chiarimento centrale, che dà il titolo alla sessione. Steve fa notare che in una sessione precedente (proprio la 236, con Drew) Elias sembrava legare il value fulfillment alla felicità. Elias corregge il tiro con nettezza: il value fulfillment non è sinonimo di felicità. Può coincidere con la felicità per alcune persone, ma non è la stessa cosa. Allo stesso modo, non è sinonimo di positivo o negativo, di comfort o disagio. Si può compiere il proprio value fulfillment anche attraverso esperienze di grande sofferenza.
Questo porta Elias a una precisazione metodologica preziosa, che Steve stesso coglie: 👉non tutto ciò che Elias afferma è un assoluto. Molte affermazioni valgono in certi contesti e non in altri, a seconda dell’individuo. È una chiave di lettura importante per tutto il corpus.
Cosa significa “espressione più alta”
Steve incalza su un punto che confonde molti lettori: le definizioni classiche parlano del value fulfillment come della propria “espressione più alta” o “più eccellente”, ma senza spiegare cosa significhino “alta” ed “eccellente”. Elias chiarisce che non si tratta di “essere il meglio che si può essere” nel senso comune e positivo del termine — un’interpretazione diffusa ma fuorviante.
Il value fulfillment, dice Elias, è espresso in ciò che si valorizza (what you value). E molte persone valorizzano esperienze che non sono affatto confortevoli: si può quindi compiere il proprio value fulfillment anche attraverso circostanze dolorose, se in qualche modo si dà valore a quell’esperienza. Non è una questione di ciò che la mente cosciente crede di valorizzare (che tende a considerare “valore” solo le cose piacevoli), ma di qualcosa di più profondo, in armonia tra consapevolezza oggettiva e soggettiva. (Il valore esistenziale delle esperienze, ndr).
Il legame con l’intent
Buona parte della sessione ruota attorno alla domanda di Steve se sia possibile “cambiare il proprio intent” ≣ per ottenere ciò che desidera (fama, capacità). Elias conferma che è teoricamente possibile ma estremamente raro e difficile, e soprattutto quasi sempre non necessario: ciò che le persone fanno di solito non è cambiare l’intent, ma scegliere influenze diverse delle proprie credenze, per esprimersi più in linea con le proprie preferenze all’interno dell’intent che già hanno. In questo contesto Elias chiarisce anche il rapporto tra intent e value fulfillment: se non si compie il proprio value fulfillment, si disimpegna (si muore); ma questo non significa dover “adorare” o “venerare” il proprio intent come se fosse un destino sacro. L’intent non è definito da buono o cattivo: è semplicemente la direzione, unica e specifica, che quel particolare focus ha scelto di esplorare — e proprio perché l’ha scelta quel focus, è quella la più significativa e benefica per lui.
“Creare perfettamente” significa creare nel proprio value fulfillment
Un passaggio che chiarisce una delle formule ricorrenti di Elias. Steve chiede: quando dici che “creiamo perfettamente” e ci inviti a fidarci di noi stessi, intendi che creiamo perfettamente all’interno del nostro intent? Elias conferma. Significa che, senza alcuno sforzo, senza dover fare nulla di particolare, si crea comunque perfettamente all’interno del proprio value fulfillment e del proprio intent.
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Estratti delle trascrizioni di Elias riprodotti in queste pagine: copyright Mary Ennis. Tutti i diritti riservati. Fonte ufficiale delle trascrizioni e delle registrazioni audio di Elias: Eliasweb.org