Ho fatto un lungo sogno stanotte che spesso sfociava nell’incubo: dentro casa mia, dietro un’alta parete, ogni tanto si sentivano rumori.
Avevo il sospetto che ci fosse qualcuno, una persona, ma non osavo salire in cima alla parete e guardare dentro quel vano che proteggeva. Infine ho ricevuto un aiuto da un’altra persona, un amico, mi sembra, che è andato per primo e mi ha permesso di trovare il coraggio di salire e guardare.
Dentro quello spazio protetto, non so quanto vasto ma non angusto, c’era una persona.
Vivo con la paura e l’ansia che mi genera questa persona inconscia che abita la mia casa, la mia vita. Non conta chi o cosa sia quella persona, conta la mia paura e l’ansia che essa mi genera. Al centro della questione vi sono paura ed ansia.
Mi si osserverà che un contemplativo non dovrebbe vivere con paure e ansie, ma è una osservazione che sorge dalla non comprensione. Paure ed ansie sono le maestre che hanno fatto questa esistenza che chiamo con il nome che mi hanno dato: esse sono la condizione di tutto ciò che è in questo eterno presente che vivo.
L’amico che mi aiuta a salire il muro e a guardare in quello spazio nascosto, lo considero l’Essenza da cui traggo origine, la raffigurazione antropomorfa di una forza/determinazione che sorge direttamente dall’Essenza; forza che è me, non che proviene da un esterno.
Questo post ha un’immagine di apertura, cosa rara in questo sito, e quell’immagine parla di un’evidenza dell’oggi: un conflitto armato dentro al proprio quartiere con una folla di persone che riprendono le scene con i loro smartphone.
È la guerra nel cuore dell’Europa e dei tanti che stanno a guardare, considerandola un fatto grave, probabilmente, ma che riguarda altri. È la guerra che ci fa esporre le bandiere arcobaleno della pace, che ci commuove e ci divide, ma su cui, a mio parere, ancora non abbiamo meditato a lungo e non ne abbiamo compreso la radice profonda, radice che è molto oltre le questioni geopolitiche. Radice che è esistenziale.
In una chat privata ho scritto della guerra civile spagnola e delle brigate internazionali di giovani accorsi per combattere in difesa della libertà.
Nella memoria ho vivida l’immediata stagione successiva alla seconda guerra mondiale: la resistenza partigiana, il ruolo delle donne in essa, i tanti giovani morti erano ancora presenze vive, era il sangue che scorreva nelle vene di questo paese insieme all’oppressione subita, alle mostruosità accadute nei decenni precedenti.
Nei campi attorno a casa, in campagna, si trovavano a centinaia le lamiere sagomate servite agli americani per costruire la pista di un aeroporto: siamo in località Sterpettine, sulla sponda nord del fiume Cesano, vicino a Marotta in provincia di Pesaro e Urbino. Non c’è famiglia di quella zona che ancora non abbia in casa quelle lamiere e le usi per camminare nell’orto, magari.
Due ne ho portate qui, nella casa in campagna di ora e sono di uso quotidiano.
Gli americani, gli inglesi, giovani morti a centinaia di migliaia in luoghi a loro sconosciuti, per difendere la libertà di persone che non conoscevano. Allora sapevamo verso chi avevamo un debito.
Sono nato poco dopo una guerra e ho vissuto uno dei periodi più fecondi della vita di questo paese finché tutto è andato a puttane. Non voglio parlare di questo, ma di guerra e di pace, soprattutto dell’idea di pace che è divenuta una fede dimenticando che qualsiasi fede se non è incarnata è povera chiacchiera.
In un’epoca in cui esistono ancora le nazioni e i confini, nel cuore di un continente, l’Europa, c’è una guerra: l’Europa è il corpo, la guerra è l’organo ammalato. Solo nella limitatezza della medicina attuale un organo si ammala in quanto organo e viene curato prevalentemente in quanto organo. Con un grano di saggezza in più, non sarebbe difficile comprendere che quell’organo riflette uno squilibrio dell’insieme: è il simbolo di un problema molto più vasto.
Curare quell’organo dovrebbe significare curare l’insieme della persona in tutti i suoi piani costituenti. La malattia dell’organo, la guerra, è il sintomo, non la malattia: essa attraversa l’insieme del corpo/essere, riguarda questo insieme unitario e inscindibile.
Parlare di pace guardando solo al conflitto locale è parlare di una fede che non si propone la questione dell’incarnazione; è parlare di una proiezione fantastica.
Nell’Europa delle nazioni e dei confini, che ha osato cercare di andare oltre nazioni e confini, chi può accettare di essere invaso militarmente o economicamente e come da questo squilibrio può sorgere una pace giusta e duratura? Fantasie sostenute da una fede che non corre nell’insieme dell’essere ma solo nelle menti, nelle emozioni, negli affetti, ma non integra la visione unitaria, quella determinata dal sentire che coglie l’insieme della questione esistenziale.
Nell’immagine c’è una moltitudine di persone che osserva e riprende con i propri smartphone l’atrocità del conflitto. Siamo noi. Parla di noi, del nostro stare a guardare.
Se ti succede un incidente – è successo a me – e sei ferito, gli altri ti riprendono con lo smartphone e non c’è nessuno che si avvicina per dirti: allora?
Non è la regola sempre, ma è frequente, di certo lo è nelle vicende geopolitiche.
Qui la realtà si congiunge al sogno di stanotte: la paura e l’ansia che attraversano questa esistenza non mi hanno impedito di osare. Ho osato tutto il possibile a me con sullo sfondo paura e ansia. L’ho fatto non per sfidarle, non per superarle, l’ho fatto perché volevo vivere.
Ero vivo se osavo vivere. Il sogno dice che, alla fine, aiutato dal sentire, vado a vedere. Così è stato nella vita: ho osato perché vivere per me era ed è osare, non restare dietro allo schermo di uno smartphone, nascosto da una paura, a causa mia. La vita è sempre stata più forte, la sexuality, come direbbe Elias – che non c’entra niente con il sesso – ha prevalso sulla prudenza, sul senso di inadeguatezza, sulla misura.
Questo ci porta alla malattia che attraversa questo continente: il non osare essere e vivere pienamente ciò che i processi interiori chiaramente ci indicano. Tutto conduce all’unificazione interiore, ogni esperienza, ogni ferita, ogni successo.
Tutto conduce ad andare oltre sé, a superare il confine e a incontrare l’altro in modo nuovo.
Ma tutto, in Europa, è attraversato dalla paura e dall’ansia e non sorge il coraggio per viverci assieme, no, paura e ansia prendono il sopravvento e giunge la paralisi.
Invece di costruire un continente/seme di un’unità tra le genti – opera iniziata ma paralizzata – risorgono le barriere e le visioni localistiche, provinciali, esistenzialmente ottuse. Invece dell’unità, della creatività come valore da incoraggiare, della molteplicità dei talenti quanto dei limiti, la difesa del particolare personale ombrato di paura e diffidenza.
Se questo è uno dei volti della malattia dell’Europa, se la guerra ne è il simbolo, allora la parola pace non significa assolutamente nulla: è la foglia di fico dietro cui si nasconde il bue.
Non ci sarà pace alcuna finché non si decide di vivere fino in fondo accettando la sfida che le coscienze pongono. Non ci saranno trattati raffazzonati che reggeranno perché non c’è foglia che possa nascondere un bue.
Non affrontare fino in fondo i processi di condivisione, di cooperazione, di mutua assistenza, di dialogo serrato che sono impellenti a livello continentale, significa non ascoltare ciò che la coscienza indica e, nel conflitto con essa, nel non allineamento, condannarsi a molteplici somatizzazioni.
Non c’è una coscienza europea, c’è una coscienza individuale, milioni di coscienze individuali che se non possono esprimere la loro potenzialità vivono in un disallineamento e da questo sorgono ogni genere di conflitti.
Senza fine, alimentando la paura, l’ansia, la divisione, le ridicole e patetiche pretese di sovranità, si finisce per creare, nei singoli individui, un disallineamento sempre più profondo con quanto le coscienze suggeriscono e perseguono. Il disallineamento tra coscienza e individuo (tra Essenza e focus), disallineamento che deriva, certo, da limiti personali di comprensione, ma che viene solleticato, provocato, alimentato, finisce per liberare il peggio, non il meglio degli individui e dunque alimenta l’alienazione da sé, la separazione da sé.
Ogni manifestazione patologica nel piano fisico e psicologico sorge dal non allineamento tra sentire – pensiero – sentimento – azione. Il disallineamento genera il malessere esistenziale e da questo sorgono il conflitto – malattia e il sintomo.
La pace è una condizione unitaria e attraversa tutti gli esseri, se quegli esseri sono in sé, vivono in sé, se non sono frantumati, fratturati, e se non li si educa e condiziona alla frattura.
Ma la pianta della pace non può crescere in un terreno che non sia alimentato dall’osare in prima persona, dal mettersi in gioco, dal sentirsi coinvolti creativamente.
Nella prudenza eccessiva, nel timore, nella paura cresce solo la divisione, il tentativo di proteggere il proprio vivere consolidato.
La malattia dell’Europa alligna nell’intimo degli europei, dei focus che abitano queste latitudini. I combattenti ucraini danno un contributo all’albero della pace molto più grande di quello che diamo noi, e non solo perché combattono per la loro terra, ma perché osano mettersi in gioco fino in fondo.
La malattia degli europei è non osare fino in fondo: è allora che lo squilibrio esistenziale diviene malattia e sintomo. È in questo non assolvere al proprio compito esistenziale, in questo non sentirlo, che trova spazio ciò che stiamo vivendo.
Avere una vocazione che è nel disegno delle coscienze e non assolverla.
Il contemplativo sa che questa è la realtà delle cose, dei focus e delle Essenze di oggi.
Il contemplativo non si sta lagnando, ma la vita che è lui e che è vita che si compromette e che osa, quella vita prova uno stupore.
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Grazie. Sottoscrivo ogni parola che avrei solo potuto balbettare e che qui ha una visione nitida e ampia.
Grazie per riportarci sempre all’essenziale esistenziale.
Sempre di grande visione i tuoi interventi
Questo post dovrebbe essere un manifesto per la pace , non quella pace fatta di fede vuota , ma quella data dall’osare ottemperare alla naturale inclinazione della coscienza .
Che così possa essere .
Grazie .