Non stiamo imparando per arrivare a un punto di destinazione: la natura della coscienza è cambiamento continuo, espansione continua ed esplorazione continua.
☉ La pagina base dell’insegnamento di Elias con le informazioni necessarie e l’elenco dei post pubblicati. In questa pagina le sessioni tradotte in veste integrale o come estratti.
MONOGRAFIE
33. L’esperienza di Essere ed Esistere e la tensione con il Cerchio Firenze 77
☉ [Sessioni indicate nel testo]
Capitolo 1
Una delle affermazioni più nette di Elias riguarda l’assenza di una destinazione ultima della coscienza. Nella sessione 1104 precisa che non stiamo imparando per arrivare a un punto di destinazione: la natura della coscienza è cambiamento continuo, espansione continua ed esplorazione continua. Il movimento non conduce dunque a una condizione nella quale l’esplorazione possa dirsi terminata perché ciò che doveva essere raggiunto è stato finalmente raggiunto. (Sessione 1104)
La sessione 1290 rende questa posizione ancora più esplicita. Alla domanda se, continuando a conoscere se stessi, si arrivi prima o poi a uno strato ultimo, Elias risponde: «There is no bottom layer. There is no finish line.» («Non c’è un piano inferiore. Non c’è un traguardo.») Il divenire della coscienza viene descritto come continua scoperta di sé, senza inizio e senza fine, e l’esplorare come una sua azione costitutiva. Non esiste, quindi, un fondo definitivo del sé che, una volta raggiunto, renda superflua ogni ulteriore esperienza. (Sessione 1290)
Lo stesso punto ricompare nel 2005. Elias distingue chiaramente i singoli obiettivi che un individuo può porsi all’interno della propria esperienza da un ultimate goal della manifestazione. Si possono conseguire risultati, realizzare ciò che si desidera e concludere determinate esperienze; ma nessuno di questi conseguimenti costituisce uno stato ultimo dell’essere «nel quale non ci si muova più oltre». L’esplorazione continua. (Sessione 1872)
Questa distinzione è importante. Dire che non esiste una meta finale non significa dire che non esistano mete particolari. Un focus può scegliere, desiderare, progettare, conseguire qualcosa e successivamente dirigersi altrove. Ciò che Elias nega è che dietro la successione di queste esperienze vi sia un traguardo metafisico conclusivo: un punto nel quale la coscienza sia finalmente completa, pienamente realizzata o arrivata là dove avrebbe dovuto arrivare. (Sessione 1872)
Missione e purpose non sono la stessa cosa
Potrebbe sembrare che, eliminata ogni destinazione finale, venga eliminato anche qualsiasi scopo. Ma Elias non compie questo passaggio. La sessione 1381 permette di distinguere con particolare precisione i due piani.
Pam domanda cosa sia «qui per fare» e ipotizza che il proprio compito sia aiutare altre persone attraverso la musica. Elias ridimensiona immediatamente questa lettura: l’aiuto agli altri può essere un effetto dell’espressione e dell’esplorazione personale, ma non costituisce necessariamente il motivo per cui il focus è manifestato. Alla domanda più radicale — «What am I here for, then?» — risponde semplicemente: «To experience.» (Sessione 1381)
Subito dopo Pam formula la questione nei termini di una mission: possiede una missione nei confronti degli altri? Elias risponde negativamente. Ma nella stessa frase introduce una distinzione decisiva: mission, no; purpose, yes. Il purpose (scopo) consiste nell’esplorare all’interno della manifestazione fisica, in associazione con l’intent individuale del focus. (Sessione 1381)
Il rifiuto della missione non equivale quindi al rifiuto dello scopo. Nel contesto di questa conversazione, la mission indica l’idea di un particolare incarico da assolvere — soprattutto qualcosa che il soggetto dovrebbe compiere per gli altri. Elias sostituisce questa impostazione con quella dell’esperienza e dell’esplorazione. Ciò che può essere offerto agli altri nasce come conseguenza o condivisione dell’esperienza, non come ragione ultima che la giustifica. (Sessione 1381)
Questa distinzione impedisce di trasformare l’assenza di una missione in un’esistenza priva di significato. Elias non dice che il focus è manifestato «per nulla». Dice, al contrario, che è manifestato per fare esperienza, e che tale esperienza assume la forma dell’esplorazione. (Sessione 1381)
Il purpose e l’intent
Anche purpose e intent non sono sinonimi. Nella sessione 1381 Elias formula il rapporto in modo particolarmente chiaro:
👉il purpose è esplorare nella manifestazione fisica in associazione con il proprio individual intent.
— L’esplorazione costituisce dunque il quadro più generale;
— l’intent ne esprime una particolare direzione nel singolo focus. (Sessione 1381)
La sessione 209 rafforza il primo termine di questa distinzione. Elias afferma che nella dimensione fisica l’attenzione viene intenzionalmente focalizzata per la «purezza» dell’esperienza e, più avanti, generalizza: «You create everything within essence for the experience, in the action of becoming and exploring consciousness.» (Tutto ciò che crei nell’essenza è finalizzato all’esperienza, nell’azione del divenire e dell’esplorazione della coscienza). L’esperienza non appare qui come mezzo per conseguire qualcosa di successivo; appartiene all’azione stessa dell’esplorare la coscienza. (Sessione 209)
L’intent, invece, dà forma a una determinata direzione di questa esplorazione. Non indica un traguardo finale della coscienza, ma un orientamento attraverso il quale un focus configura le proprie esperienze. Già questa distinzione consente di evitare un equivoco: avere un intent non significa essere diretti verso una condizione terminale; significa esprimere l’esplorazione secondo una particolare direzione. (Sessioni 1381, 209)
Value fulfillment: non ciò che si deve raggiungere
La distinzione diventa ancora più precisa con il value fulfillment (adempimento esistenziale). Nella sessione 166 Norm domanda direttamente quale sia il rapporto fra purpose, intent, conseguimento e value fulfillment. La prima risposta di Elias torna ancora una volta all’esperienza: «You manifest physically to experience.» Ma quando Norm interpreta il value fulfillment come qualcosa da conseguire, Elias corregge esplicitamente questa impostazione. (Sessione 166)
Il value fulfillment non è un obiettivo morale, non è un risultato posto davanti al soggetto e non è qualcosa verso cui ci si debba sforzare di avanzare. Elias afferma: «It is not an objective. You do not strive for value fulfillment. […] You do not move towards value fulfillment. You be.» (Non è un obiettivo. Non si cerca di raggiungere la realizzazione del valore esistenziale. […] Non ci si muove verso la realizzazione del valore. Si è.) Lo colloca nell’essere e nella creatività, non al termine di un percorso. (Sessione 166)
Anche qui la distinzione con l’intent è esplicita. Alla domanda se il value fulfillment sia diverso dall’intent, Elias risponde che esso «moves with your intent». L’intent può essere descritto, nei termini della comprensione fisica, come un disegno o una configurazione che coinvolge probabilità; il value fulfillment si esprime attraverso quel movimento, ma non dipende dall’intent, poiché non ogni espressione della coscienza possiede un intent. (Sessione 166)
Si delineano così cinque nozioni che non devono essere sovrapposte.
- La meta finale sarebbe una condizione ultima da conseguire: Elias la nega.
- La missione, nel senso discusso nella sessione 1381, sarebbe un compito particolare da assolvere, soprattutto verso gli altri: Elias la nega.
- Il purpose, invece, esiste e riguarda l’esperienza e l’esplorazione.
- L’intent esprime la particolare direzione attraverso la quale un focus sviluppa tale esplorazione.
- Il value fulfillment accompagna l’esistenza e la creatività, ma non costituisce un obiettivo posto alla fine del movimento. (Sessioni 1104, 1290, 1872, 1381, 209, 166)

Questa articolazione modifica profondamente il significato della domanda «perché la coscienza esplora?».
— Se per perché intendiamo «per raggiungere quale stato che ancora non possiede?», la risposta di Elias è: nessuno. Non vi è linea d’arrivo, non vi è un livello ultimo da conseguire e non vi è uno stato definitivo nel quale il movimento cessi.
— Ma se domandiamo se l’esplorazione sia priva di qualsiasi purpose, la risposta è altrettanto nettamente negativa. L’esperienza e l’esplorazione possiedono uno scopo, ma uno scopo che non è collocato oltre l’esperienza stessa. (Sessioni 1104, 1290, 1872, 1381, 209)
Possiamo quindi formulare il punto centrale di questo primo capitolo: in Elias l’esplorazione non serve a completare la coscienza; il suo purpose è immanente all’esperienza. La coscienza non sperimenta per diventare finalmente ciò che non è ancora, come se l’esperienza fosse soltanto il mezzo necessario per raggiungere una condizione conclusiva. Essa sperimenta ed esplora senza che questa azione debba culminare in un termine. (Sessioni 1104, 1290, 1872, 209)
Rimane allora una domanda più radicale. Se lo scopo dell’esplorazione non consiste nel raggiungere qualcosa oltre l’esplorazione stessa, potrebbe questa azione appartenere al semplice fatto di essere? È il passaggio che occorre affrontare prima di chiedere, più avanti, se questo incessante esplorare si limiti a manifestare ciò che è oppure possa anche dare luogo a qualcosa di autenticamente nuovo.
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Estratti delle trascrizioni di Elias riprodotti in queste pagine: copyright Mary Ennis. Tutti i diritti riservati. Fonte ufficiale delle trascrizioni e delle registrazioni audio di Elias: Eliasweb.org
