Lo “spirito artistico” — il crociato fuori, il giudice dentro
ELIAS: «Possiedi anche il sistema di credenze della duplicity, che è abbastanza influente su tutta la tua realtà in tutti i suoi aspetti. […] Suggerirò anche che alcuni individui scelgono, in certe manifestazioni, sensibilità estreme nelle proprie esperienze. Tu, come Michael, potresti definire questo “spirito artistico”. Non è del tutto inesatto. […]
Gli individui che scelgono di manifestarsi concentrandosi su queste qualità nella propria esperienza, esternamente possiedono la capacità di essere molto espressivi. Sono anche espressivi internamente, ma tendono a interiorizzare molti sistemi di credenze contro cui combattono all’esterno. Esternamente, questi individui, te compresa, saranno crociati e orientati a una causa; molto sensibili a ciò che considerano ingiustizie, giusto e sbagliato. Internamente, concentrano questi stessi sistemi di credenze su loro stessi.» [Sessione 172, 6 maggio 1997]
La ruota piatta — cosa succede quando neghi parti di te stesso
ELIAS: «Tutte le tue espressioni sono aspetti di te; e mentre neghi alcuni di questi aspetti di te, diventi come una ruota che è piatta. Girerà. Si muoverà. E sbatterà, sbatterà, sbatterà, sbatterà, perché non è più rotonda! Quindi, potrebbe non muoversi facilmente nel modo in cui era stata progettata per muoversi. Non ti stai permettendo di muoverti nel modo in cui ti sei progettata per muoverti.
Come inizi a permetterti di muoverti nella creazione che hai creato e a riconoscere tutti questi aspetti di te, e a comprendere che sono tutti accettabili, e che sono tutti elementi della tua propria espressione… e ciò che ti rende unicamente te!» [Sessione 172, 6 maggio 1997]
L’esercizio dello specchio — uno strumento pratico concreto:
ELIAS: «Osserva privatamente, da sola, davanti al tuo specchio, per pochi minuti ogni giorno, la tua immagine; e senza occhi critici, indipendentemente dal tuo pensiero e dalla tua credenza oggettiva presente, utilizza questo piccolo periodo di tempo per concentrarti su una creatura che è un essere creativo. Non guardare all’espressione oggettiva che vedi rispecchiata nel vetro. Pensa a te stessa, all’intera essenza di Lanyah e alla creatività e bellezza ultime di questa, e che tu possiedi tutto questo. Permettiti di riconoscere te stessa; perché anche se non lo accetti presentemente, potresti scegliere un inizio.»
[Sessione 172, 6 maggio 1997]
☉Fonte [Sessione 217, 14 settembre 1997] Parafrasi estesa della sessione
I nove passi per accettare l’altro
Quella sera Elias inscena, con tono volutamente comico, una vera e propria lezione: si presenta come il “grande e onnisciente professore” e il gruppo come una classe di studenti. Sotto la cornice scherzosa, però, il contenuto è uno dei metodi più pratici offerti in tutto il corpus sull’accettazione degli altri. Ecco i nove passi, nel loro ordine logico:
- Un altro individuo si avvicina a te, portando una domanda o un’esperienza legata al proprio vissuto.
- Il primo movimento non è rispondere immediatamente — è una pausa, un non reagire d’istinto.
- Si ascolta con attenzione ciò che l’altra persona esprime, usando i propri sensi interiori per cogliere la sua posizione reale: si tiene conto che porta con sé credenze molto radicate, di cui spesso non è affatto consapevole.
- Si risponde in modo intuitivo, lasciando che la risposta emerga da questo ascolto, non da uno schema preparato.
- Si scelgono parole che si accordino al sistema di credenze dell’altra persona, senza imporre il proprio linguaggio o le proprie categorie.
- Ci si ricorda che lo scopo non è cambiare la percezione o le credenze dell’altro — non è questo il compito.
- Ci si ricorda che lo scopo è offrire un’informazione utile, senza farsi carico della responsabilità di come l’altro vivrà la propria realtà.
- Ci si ricorda che la realtà dell’altra persona è la sua realtà, ed è realtà a pieno titolo — non un errore da correggere.
- Questo passo, dice Elias ridendo, va scritto prima di tutti gli altri, con una freccia che lo riporta all’inizio: significa scegliere di essere già presenti nella relazione con chi ci circonda, invece di restare in attesa passiva che qualcuno venga a chiederci qualcosa.
Nel dialogo che segue la “lezione”, una partecipante (Reta) racconta di aver già iniziato a metterlo in pratica nella propria vita lavorativa: invece di trattenersi, ha cominciato a chiedere attivamente alle persone intorno a sé cosa credono, aprendo conversazioni che altrimenti non si sarebbero verificate. Elias sottolinea che è esattamente questo il senso del Passo Nove: l’iniziativa di restare in relazione, non l’attesa.
Le credenze sono la stessa cosa, solo travestita diversamente
Una partecipante (Bobbi) chiede aiuto: una sua amica, molto radicata nel pensiero medico-scientifico, sta vivendo un momento difficile con il figlio adolescente, ricoverato in una struttura psichiatrica. Bobbi vorrebbe esserle d’aiuto, ma sente di non poter usare con lei il linguaggio “new age” che userebbe con altri.
Elias risponde che la prima cosa da fare è non tentare affatto di parlare nei termini propri del new age con chi non li condivide. Le credenze della medicina ufficiale, dice, vanno ascoltate e riconosciute come pienamente reali per chi le vive — non sono un errore da correggere prima di poter essere d’aiuto.
Il punto più importante arriva quando Elias generalizza l’esempio: la fiducia nella medicina e la fiducia nella guarigione “alternativa” sono, nella sostanza, la stessa identica credenza — quella secondo cui qualcosa o qualcuno, fuori da noi, può guarirci — espressa soltanto con parole diverse. Non c’è una credenza “più giusta” delle altre: c’è solo un linguaggio diverso che racconta lo stesso bisogno. Riconoscere questa somiglianza, secondo Elias, è ciò che permette di essere realmente di supporto a una persona, senza bisogno di farla convertire al proprio modo di vedere.
Anche un’idea nuova può essere un tentativo di cambiare l’altro
Un breve ma denso scambio con un’altra partecipante (Gail) mette a fuoco una trappola sottile. Gail racconta di aver provato a proporre a suo figlio, che si sentiva male dopo aver mangiato qualcosa, “un altro modo di guardare” alla situazione.
Elias la invita a esaminare la propria motivazione: anche un suggerimento gentile, se mira a far sì che l’altro veda le cose diversamente da come le sta già vivendo, resta un tentativo di cambiare la sua percezione. Gail obietta che la sua intenzione non era cambiare il punto di vista del figlio, ma solo offrirgliene un altro accanto al suo — ma Elias fa notare che proporre un modo diverso di guardare a qualcosa è già, di per sé, un invito a guardarla diversamente, che lo si chiami “cambiamento” o no.
A una domanda di chiarimento — se quindi ogni idea nuova sia per forza un tentativo di correggere l’altro — Elias precisa che non è automatico: si può offrire una prospettiva diversa quando è l’altra persona stessa ad essere aperta e desiderosa di riceverla. La differenza sta nel percepire, attraverso i sensi interiori, 👉se c’è davvero questa apertura, non nel decidere a priori che la propria idea sia quella giusta da trasmettere.
Le credenze nascoste in una sola frase
Forse il passaggio più immediatamente utile della sessione. Reta racconta di aver dovuto rifare da capo, in poche ore, il lavoro di una giovane collega per rispettare una scadenza importante, e descrive la collega come una persona “immatura e poco capace per la sua età”, anche se ammette che, per il ruolo che occupava, non c’è stata onestà da parte sua nel non chiedere aiuto in tempo.
Elias le fa notare, con la consueta delicatezza diretta, che in una sola frase ha appena espresso quattro giudizi distinti e impliciti: che questa persona è immatura, che è debole, che è inefficiente per la sua età, e che occupa una posizione superiore alle proprie capacità. Non si tratta di stabilire se queste affermazioni siano vere o false, ma di notare quanta valutazione — quanta non-accettazione — si nasconda in un giudizio detto quasi distrattamente. È esattamente in momenti come questo, suggerisce Elias, che si comincia davvero il lavoro dell’accettazione: non in teoria, ma riconoscendo il giudizio nel momento stesso in cui esce dalla propria bocca.
☉Fonte [Sessione 236, 8 novembre 1997] Parafrasi estesa
I fondamentali dell’accettazione di sé
Questa sessione pubblica, con lo stesso registro umoristico della precedente, torna ai principi di base — il prerequisito di tutto il resto, ricordando al gruppo che anche chi ha già fatto molta strada ha bisogno, di tanto in tanto, di tornare ai fondamentali.
Il primo passo, dice Elias scherzando mentre si batte la mano sulla gamba, è semplicemente riconoscere di trovarsi nella messa a fuoco fisica — di essere, in altre parole, qui e ora, in un corpo, in questa vita. Il secondo passo è rendersi conto che si possiedono sistemi di credenze, e che questo è semplicemente un fatto della propria realtà: non sono sbagliati, non sono qualcosa da vergognarsene, sono semplicemente ciò che si è.
Da qui i passi si fanno più sottili. Si tratta di 👉esaminare se stessi momento per momento, riconoscendo quanta non-accettazione — quanta duplicity, per usare il termine di Elias — si porta dentro senza accorgersene, e quanto poco ci si riconosce valore nel corso di una giornata normale. Si tratta poi di notare — e Elias insiste che vada scritto proprio in lettere maiuscole — ogni singola volta in cui ci si sta svalutando, anche nei modi più piccoli e automatici.
Un altro passo riguarda le impressioni e gli impulsi (vedi approfondimento di seguito) invece di liquidarli dicendo a se stessi “non era una vera impressione, me la sono immaginata”, si tratta di accoglierli e seguirli, senza preoccuparsi troppo di come questo possa apparire agli altri. Strettamente legato a questo c’è il tema del linguaggio: ogni volta che ci si dice “sono stupido”, “non ce la posso fare”, “questo è troppo difficile per me”, si sta rinforzando, con le proprie stesse parole, la propria svalutazione. Infine, un punto che Elias sottolinea con particolare insistenza: l’accettazione di sé non ammette paragoni con gli altri — non è una gara, e non serve confrontarsi con quanto “wide” o capace sembri essere qualcun altro nel gruppo.
Impressioni e impulsi
Le impressioni sono, secondo Elias, informazioni che la coscienza più ampia (essence) offre costantemente alla parte focalizzata nella vita fisica. Non sono pensieri elaborati razionalmente, né emozioni: sono più simili a un “sapere” immediato, spesso percepito come un’intuizione, un presentimento, un’idea che arriva all’improvviso senza un percorso logico visibile. Elias le descrive come una forma di comunicazione tra l’essenza e la mente oggettiva (waking mind) — un linguaggio che essence usa per orientare il focus verso ciò che è in armonia con il proprio intent e la propria value fulfillment (il modo in cui ogni esperienza contribuisce al pieno espandersi del valore di un’essenza).
Gli impulsi, in modo simile, sono spinte all’azione che nascono dalla stessa fonte: non “voglie” superficiali, ma indicazioni più sottili — la sensazione di voler fare una certa cosa, dire una certa cosa, andare in una certa direzione, anche quando non se ne capisce subito il motivo razionale.
Il punto centrale che Elias ripete spesso è che la mente razionale — abituata fin da piccoli a diffidare di sé, attraverso l’educazione, la religione, la scienza ufficiale — tende a scartare queste impressioni e impulsi come “fantasie”, “casualità”, “cose che mi sono immaginato”. Questo scarto sistematico è proprio ciò che Elias chiama mancanza di fiducia verso se stessi: non ci si fida che la propria essenza stia davvero comunicando qualcosa di valido.
Per questo l’invito di Elias non è tanto “segui ogni impulso alla lettera”, quanto piuttosto: nota l’impressione o l’impulso, prendilo sul serio come informazione genuina su di te, invece di liquidarlo automaticamente come irrazionale o sbagliato solo perché non ha una spiegazione logica immediata o perché potrebbe apparire strano agli altri.
La frase che Elias invita a ripetersi, anche quaranta o cinquanta volte al giorno, finché non si comincia davvero a crederci, è semplice e diretta: siamo esseri completi, a cui nulla manca. Non come affermazione vuota da ripetere meccanicamente, ma come correzione costante di un’abitudine al contrario, quella di svalutarsi.
Lo zio Harold: il linguaggio del cordoglio
Per rendere concreto il tema del linguaggio, Elias propone un esempio quotidiano: il nipote telefona per dire che lo zio Harold è morto. La reazione automatica, quasi obbligata in molte culture, è “oh, mi dispiace tanto” — ma Elias fa notare che questa risposta, per quanto gentile nell’intenzione, rinforza una credenza implicita: che il passaggio, il movimento di una coscienza fuori dalla vita fisica, sia di per sé qualcosa di negativo. E non lo è.
Più avanti nella sessione, una partecipante (Vicki) obietta: ma se è proprio quella persona — il nipote, in questo caso — a desiderare di sentirsi dire “mi dispiace”, non sarebbe più giusto dirglielo, per rispetto delle sue stesse credenze?
Elias risponde precisando una differenza di linguaggio sottile ma reale: invece di dire genericamente “mi dispiace tanto” — frase che esprime un giudizio sull’evento stesso — si può dire 👉”mi dispiace per quello che tu stai provando, per quello che tu stai esprimendo”. Nel primo caso si finisce per condividere, anche inconsapevolmente, l’idea che la morte sia una disgrazia; nel secondo si resta accanto al sentire dell’altra persona, riconoscendone il dolore, senza doverne condividere il giudizio di fondo sull’evento.
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Estratti delle trascrizioni di Elias riprodotti in queste pagine: copyright Mary Ennis. Tutti i diritti riservati. Fonte ufficiale delle trascrizioni e delle registrazioni audio di Elias: Eliasweb.org