Un continuo nascere e scomparire

[…] Siamo partiti da un presupposto, che è il quietarsi degli aspetti che caratterizzano interiormente l’uomo, e siamo giunti all’imporsi di uno stato di immobilità interiore. È lì che sorge l’amore per l’impermanenza ed il riconoscimento di un mondo fino a quel momento inesplorato.
È un mondo che si disvela quando l’attenzione dell’uomo viene attratta unicamente da un quotidiano fatto di piccole cose – un piccolo quotidiano – in quanto muore in lui il bisogno di circondarsi di cose che continuamente rende grandi o importanti perché le riferisce ad un mondo per sé.
Il tempo vissuto da quell’uomo pare restringersi, poiché il suo sguardo si fissa su ogni frammento di tempo che si sussegue ad altri, e così la sua attenzione coglie di ogni momento il bussare, il variare e lo sparire.

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La vita è “in sé” e non ha bisogno di aggiunte

[…] L’uomo non fa che attribuire alla vita un senso riferito a sé; questo lo porta a dare un grande significato a quella temporalità lungo la quale lui programma ed esplica i suoi progetti, le sue attività ed i suoi rapporti. Ed è questo che gli fa puntare lo sguardo principalmente sulla vita “per sé”, non lasciandosi catturare dalla vita in sé. E difatti tutti voi ritenete che la vita in sé non abbia alcun senso, e lo acquista unicamente quando gliene attribuite uno tutto vostro, cioè vostre finalità, vostri obiettivi, vostri affetti, vostri “doveri”.

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La relazione come incontro nella sacralità (95)

Gli esseri non esistono “per voi”, ma hanno il loro respiro. E nel momento in cui si incrociano è sacralità, e nel momento in cui si separano è sacralità, in quanto è sacro il luogo dove questo accade.

Vivere nella pienezza è riconoscere ciò che già c’è

[…] Il riconoscimento, però, nasce da un vuoto interiore, cioè dall’essere svuotati e liberati di tutto quello che è contenuto nella vostra mente sotto forma di oggetti psichici che continuate a creare interpretando i fatti che accadono dentro e fuori di voi.
[…] La vostra attività mentale è vivacissima per la quantità, per la varietà e per la confusione con cui pensieri ed emozioni si affollano nella vostra testa.
Questa continua eccitazione non vi permette di incontrare una dimensione che si mostra soltanto ad un placarsi che la via della Conoscenza definisce come stato interiore, in cui il pensiero, l’emozione e l’azione non sono condizionati dalla vostra mente.

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Il fare nell’accadere, agire nel non-agire, essere specchio (94)

La naturalità del pensiero porta l’uomo ad agire guidato da ciò che accade nel quotidiano; il pensiero ne viene catturato e l’uomo scopre che mai nulla riguarda colui che osserva. Quindi lui tende a dimenticarsi di sé ed a vivere in sintonia con ciò che accade, perché il pensiero è assorbito lì e l’emozione esprime accoglienza, mentre l’azione è non-azione – è stare in – perché muore il bisogno di agire per un fine.
Tutto questo accade perché l’uomo viene colto: in lui muore ogni finalità e ciò che c’è è il nuovo motore che determina l’agire. Perché colui che vive uno stato di non-mente vive ed agisce in aderenza con la radice profonda dell’esistenza.

Agire nel non agire: la profondità del presente

[…] Vivere è essere in relazione con ciò che vi circonda, scoprendone una profondità che va al di là della superficie su cui ancora vi attestate.
È un mondo che esiste, ma che voi potete intravedere soltanto attraverso fugaci flash che vi fanno intuire che c’è altro che non è possibile trattenere, e far proprio, perché è irriducibile ad ogni pretesa.
Lo stato interiore di cui parla la via della Conoscenza porta l’uomo a permanere in una immobilità interiore, pur continuando a vivere i suoi tre elementi costitutivi, che sono pensiero, emozione e capacità di azione. In colui che vive questo stato interiore il punto d’osservazione rimane fisso, mentre voi umani siete continuamente sballottati dal modo con cui la vostra mente reagisce ad ogni sollecitazione della vita.

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Le relazioni: voi e il mondo. Il semplice esistere (92)

[…] Però il mondo è altro da voi, il mondo è in sé, anche se voi non fate che guardare ad un mondo “per voi”. Questo fa sì che, rapportandovi con l’altro, mai lo vedete in sé ma sempre “per voi”, cioè in funzione vostra, persino quando pretendete di sapere cosa vada bene per l’altro.

[…] Quando l’impermanenza e l’effimero si impongono all’uomo come nuovo modo di rapportarsi al mondo intorno a lui, egli la smette di guardare alla continuità della relazione e punta l’attenzione sull’unica continuità espressa dalla vita, cioè un ininterrotto presentarsi di ciò che nasce e muore.