Meditazioni quotidiane 3.2

 

 


Padre, Padre mio, io a volte guardo ciò che sono e non mi riconosco;
io a volte, Padre, mi chiedo se vivo o se muoio ogni giorno.
Padre, cosa mi puoi dire, cosa puoi dirmi per rendere la mia vita più semplice?
Per farmi capire se quello che vivo è vivere oppure è morire?
Quand’è, Padre, che io sono nato?
Viola

Figlio mio, non è come tu credi:
tu hai l’illusione, l’impressione di essere nato nel momento in cui,
per la prima volta, hai aperto gli occhi al mondo, ma non è così, figlio.
Se il tuo nascere fosse limitato soltanto al breve volgere di un’esistenza
la tua vita non avrebbe, in realtà, alcun senso, perché quale uomo,
per quanto evoluto egli possa essere, riesce davvero,
e soltanto nel breve volgere di un’esistenza, a cambiare il suo intimo,
fino a riunirsi a me?
Nessun uomo, figlio mio, può riuscire a tanto,
e perché tu vi riesca è necessario e indispensabile
che tu muoia ad ogni momento.
Ma fermati un attimo a guardare questo tuo morire.
Certamente, da un momento all’altro tu muori e non sei più lo stesso.
Certamente tra un intervallo e l’altro tra le tue vite, tu muori e cambi.
Ebbene, figlio mio, non fermarti soltanto ad osservare quest’aspetto
negativo della tua evoluzione perché – se è vero che tu muori in continuazione –
è altrettanto vero che io ti ho dato la possibilità di rinascere continuamente,
e se esiste in te un dolore che ti fa sentire la morte vicina,
che ti fa sentire il tuo essere impotente, indeciso e fragile,
è anche vero che l’attimo dopo, inevitabilmente, io metterò in te la speranza
che ti farà sentire nuova vita 
crescere dentro di te e rinascere,
ti farà sentire dentro di te il desiderio di dare agli altri, di creare, di costruire,
di fare,
perché soltanto in quel modo, figlio mio,
tu puoi continuare a sentire d’essere,
puoi continuare a sentire che vivi e che la tua vita non è limitata soltanto
a portare avanti i tuoi giorni nel modo meno peggiore possibile,
a sentire che tu vivi per creare in te e al di fuori di te ciò che io sono,
per tirare a galla dal tuo intimo essere ogni anelito che da me ti proviene;
perché tu, figlio, non soltanto vivi, non soltanto continui a nascere, a morire,
a rinascere e a rimorire tra una vita e l’altra,
tra un secondo e l’altro della tua esistenza,
ma anche, continuamente, fai morire e fai vivere tutto ciò che ti circonda,
contribuendo con la tua morte e con la tua vita non soltanto alla tua evoluzione,
non soltanto alla tua spinta verso di me, ma all’evoluzione di tutto il Creato.
Figlio mio, nascere non vuol dire gioire sempre,
morire non vuol dire soffrire sempre,
ma nascere e morire sono due estremi che in realtà combaciano
e sono una cosa sola, 
e chi ha la fortuna di far nascere qualche cosa,
molte volte deve avere il coraggio di far morire qualche cosa in sé,
per poter controbilanciare ciò che crea.
Figlio mio, per nascere in me,
devi morire in te.
Scifo


 

 


Padre, Padre mio, io voglio rivolgermi a te
perché credo che tu soltanto possa riuscire a comprendere
quello che io in questo momento sto vivendo, sto provando.
Padre mio, io sento che la vita si allontana da me,
io sento le mie energie spegnersi,
io sento le mie forze diventare sempre più deboli,
io sento le membra non reagire quasi più.
La vita mi vuole abbandonare, Padre mio,
e vedo la morte che mi sta venendo incontro
ed ha puntato su di me i suoi freddi occhi.
Tutto questo mi fa paura e,
sebbene da tempo io segua il tuo insegnamento, Padre mio,
sebbene da tempo faccia questo,
non riesco
a darmi una ragione di questo fatto.
Non so per quale ragione la vita voglia abbandonarmi,
non so neanche come mi
abbandonerà:
forse perché sta crescendo in me qualcosa di abnorme,
forse perché una sera chiuderò gli occhi per non riaprirli mai più,
forse perché mi capiterà qualcosa di imprevisto e di imprevedibile,
comunque sono certo e sicuro che la vita si sta allontanando da me.
Una morte prematura la mia, una morte che lascerà degli affetti sconsolati,
che lascerà le persone che hanno vissuto con me e per me
nella più profonda disperazione.
Io mi rivolgo a te, Padre mio,
chiedendoti di darmi in questo momento delle ragioni valide
perché io possa credere che al di là di
questo fatto,
al di là della mia sparizione dal mondo fisico,
esista veramente qualcosa affinché io possa continuare a vivere,
a vedere se non altro i miei cari
continuare almeno  a seguirli.
Padre mio, ti prego, aiutami,
dammi una
ragione di questo mio morire!
Federico

Fratello, figlio e amico, a te sto parlando,
a te che mi hai chiamato con il pianto in gola,
a te che mi hai implorato, che mi hai domandato aiuto,
che hai chiesto, sentendo avvicinare l’ora che per tutti gli esseri incarnati,
prima
o poi, arriva.
Ma che posso fare io per te, creatura,
che posso fare di più di quanto l’esistenza stessa ha già fatto?
Io non posso, figlio mio, convincerti
– se tu non vuoi – che la tua vita non finisce in un momento e per sempre;
e non posso figlio mio renderti consapevole che,
oltre al mondo fisico che tu osservi, vi è qualcosa di talmente immenso
che tu neppure riesci a immaginare.
Eppure, anche se inconsapevolmente, tutto questo è dentro di te;
tutto questo, se tu vuoi, figlio mio puoi riuscire a 
raggiungerlo,
a comprenderlo, a toccarlo, e nel momento stesso in cui tu riuscirai a fare ciò,
le tue paure svaniranno, il tuo timore
diventerà pace,
e non avrai più bisogno di piangere e di soffrire, di chiedere aiuto,
e il momento del «passaggio» sarà un attimo che non lascerà tracce.
Figlio mio, non posso far nulla di più di ciò che tu, se vuoi,
puoi fare per te stesso.
Tutto quello che posso ancora una volta dirti,
tutto quello che posso ancora una volta ricordarti,
è che non serve a nulla disperarsi, che non serve a nulla perdere la fiducia,
la fede, la speranza, che non serve ad altro che a rendere i tuoi ultimi giorni
più tristi
e peggiori, sia per te che per coloro che ti circondano.
Cerca, quindi, di trovare in te la fiducia:
cerca, quindi, di trovare in te la certezza che ciò che stai vivendo
è soltanto un attimo senza poi una grande importanza;
cerca di convincerti che è molto meglio abbandonare il piano fisico
nella speranza che nella disperazione;
fa questo figlio mio, non soltanto per te,
ma principalmente per amore di coloro che ti stanno accanto
e che come te, quanto te – e, forse, anche più di te – soffrono,
si disperano e piangono.
Se riuscirai in questo, figlio mio,
non avrai bisogno di null’altro per chiudere gli occhi e sognare.

Scifo


 

 


«E già – dice colui che soffre – parole belle, parole sante e verissime, forse!
Ciò non toglie che parli e, intanto, non soffri.
Io, invece, conduco la mia vita e soffro in continuazione.
Avrai anche ragione a dire quello che dici,
però quando sei all’interno della sofferenza,
quando la sofferenza la vivi in prima persona non è poi così facile pensare
agli insegnamenti e dire «tanto è il mio Io che soffre e buona notte al secchio!».
Se, infatti, io osservo la vita che sto vivendo, vedo che la sofferenza,
il dolore costellano ogni attimo delle mie giornate,
non sono una cosa passeggera che dura un istante,
che dura un giorno, una settimana, o un mese;
fosse così sarebbe anche facile, in fondo, non lamentarsi e sopportare,
per quel breve periodo di tempo.
In realtà, la sofferenza è come una goccia che cade in continuazione
e intanto approfondisce le ferite, impedendo che si rimargino,
questo, almeno, dal mio punto di vista.
Mi guardo intorno, guardo la televisione, leggo i giornali,
osservo la società
così com’è strutturata e, inevitabilmente,
mi ritrovo davanti la sofferenza, sofferenza che
è magari degli altri
ma che si ripercuote inevitabilmente anche al mio interno:
soffro per le persone morte in un terremoto,
soffro per le persone assassinate, rapite, sequestrate,
soffro per i vecchi abbandonati, per i malati, per le persone
che hanno perso dei figli o dei compagni o dei genitori,
soffro per la gente povera che viene alla fin fine persino derisa
da chi ha di più,
soffro per l’ingiustizia che vedo continuamente intorno a me,
per coloro che tutto hanno e coloro che, invece,
non riescono ad avere nulla e, purtroppo, questa
sofferenza
non mi riesce proprio di superarla.
E allora le tue belle parole a che cosa mi servono a questo punto,
cosa me ne faccio, che senso hanno per me?».
Scifo

Senza dubbio, figlio che ti trovi incarnato e vivi la sofferenza,
posso comprendere come il fatto di soffrire ti renda così difficile
accettare ciò che vedi intorno a te.
Tuttavia – lo ripeto ancora – la sofferenza ha la funzione di spronarti
e non di limitarti a brontolare o a fare del vittimismo,
di aiutarti a fare qualcosa di attivo,
di fattivo affinché le cause di questa tua sofferenza, un po’ alla volta,
si leniscano, in modo che tu ti senta in una posizione costruttiva,
e non in quella di chi subisce senza nulla poter fare.
Tu parlavi della sofferenza che provi per essere inserito
in una società che ti comunica soltanto sensazioni di dolore.
Bene, figlio, l’errore principale che tu commetti è quello di aspettare
che siano gli altri
a fare qualcosa;
di aspettare che sia lo Stato ad aiutare la gente;
di aspettare che siano gli uomini politici a fare le leggi;
di aspettare che siano gli uomini della religione a consolare;
di aspettare, insomma, che gli «altri» facciano qualcosa
per alleviare la sofferenza.
Ma pensa bene, figlio mio:
chi ti dice che, in realtà, gli altri che con te sono incarnati
non stiano a loro volta aspettando che sia tu o
altri a loro esterni
a fare ciò che tu aspetti che essi facciano?
E questo diventa, alla fine, la vera causa del male all’interno della società;
se, infatti, tu stesso, in prima persona,
incominciassi ad
osservare le leggi che ritieni giuste,
se incominciassi a tendere la mano appena vedi qualcuno che ne ha bisogno,
se incominciassi a consolare quando vedi una persona piangere,
se incominciassi a dare – quanto meno – ciò che possiedi di superfluo
e che ad altri manca,
chissà quante altre persone, mosse dal tuo esempio e comprendendo
qual è la via giusta, seguirebbero, magari, ciò che tu fai?
E questo, inevitabilmente, si ripercuoterebbe poi nella società e, prima o poi,
te lo garantisco, la renderebbe diversa da quella che è.
E’ facile, infatti, lamentarsi di ciò che si sta vivendo, crogiolarsi nel dolore,
nelle parole, nel vittimismo aspettando che siano gli altri a fare qualcosa
perché il dolore venga annullato o, quanto meno, lenito.
Moti


 

 


Padre mio, io vivo nel mondo che tu hai creato,
trascorro i miei giorni a contatto con le
altre creature
che Tu hai messo accanto a me, e vedo di continuo,
con una tremenda continuità, il succedersi di avvenimenti violenti,
come se le migliaia di anni di storia dell’uomo non fossero serviti a nulla,
e questo mi fa arrivare a dubitare non soltanto del fatto che Tu, davvero,
sia all’interno di ognuno di noi,
non soltanto che Tu sia all’interno della
nostra coscienza
ma addirittura che Tu esista.
Moti

Figlio mio, ti ringrazio per le tue parole,
perché con le tue parole tu dimostri a te stesso prima ancora che a me,
che stai osservando nel tuo intimo la realtà,
ed osservare nel proprio intimo la realtà significa cercare di arrivare,
piano piano, poco alla volta, a raggiungermi.
Ed io ti sto aspettando, figlio mio,
non ho
voltato lo sguardo da un’altra parte anche se,
osservando gli avvenimenti nel mondo fisico, così potrebbe anche sembrare.
Come spiegare a te, figlio mio,
a te che sei immerso nella relatività, nell’illusione, che
il male non esiste?
E’ difficile quanto riuscire a farti comprendere che non esiste neppure il bene.
Quello che esiste sei tu.
Quello che esiste sono gli altri tuoi fratelli,
che compiono il loro percorso evolutivo,
illusione anch’esso, ahimè!
Quelli che esistono sono i Cosmi che popolano le notti.
Quelle che esistono sono tutte le realtà che tu neppure riesci a percepire.
Quello che esiste veramente sono Io, sei tu.
Ma dove sta poi veramente la differenza, figlio mio?
E se ognuno dei fratelli che ti sta accanto è come te,
se essi sono tanti ed ognuno di essi ha in sé diverse pulsioni,
diversi problemi, diverse motivazioni, diversi modi di agire,
diverso modo di sentirsi emozionati,
diverso modo di soffrire o di gioire, allora,
tu forse potresti renderti conto che parlare di bene o di male,
di gioia e di sofferenza non ha alcun senso,
poiché tutto alla fine arriva ad un
pareggio per creare l’Unica Verità,
che non è bene né male,
ma semplicemente,
e così incomprensibilmente per te, E’.
Scifo


 

 


Padre mio, io guardo il mondo intorno a me e non mi riconosco in esso;
vedo dovunque nel mondo bimbi che soffrono la fame,
bimbi che vengono sballottati in famiglie distrutte
in 
cui di tutto ci si ricorda fuori di ciò che è la priorità,
ovvero la responsabilità verso queste piccole creature;
vedo ovunque accendersi focolai di guerra con decine e decine di morti
nel nome, teoricamente, di conflitti magari religiosi
ma, in realtà, sotto l’egida dell’interesse;
vedo dovunque produrre alimenti con sostanze che si sa benissimo
essere dannose al fisico dell’uomo eppure continuamente
usate
perché ciò abbassa i costi e aumenta la produttività;
vedo individui che vivono in case simili ad alveari,
con centinaia e centinaia di persone eppure, in mezzo a quella
folla
che condivide con lui una ristretta porzione di territorio,
egli continua ad essere
solo e a non avere alcuna comunicazione reale
con tutte queste altre persone che gli stanno attorno,
sì che la solitudine finisce con l’essere una delle componenti principali
della sua esistenza.
Padre mio, se veramente Tu esisti,
è mai
possibile che questo sia il mondo che Tu hai creato?
Dovresti essere buono, giusto, dovresti saper donare il sorriso
là dove si tende a piangere,
dovresti saper dissetare là dove si ha sete
e calmare i morsi della fame quando la fame si fa insistente,
dovresti accarezzare la guancia di un bambino
quando nessun
altro riesce a farlo.
Padre mio, ma è davvero questo il mondo che Tu hai creato?
Moti

Figlio, ciò che io ho creato è quello che tu possiedi
nella parte più intima di te stesso,
è quell’amore che ti spinge ad osservare intorno a te e a vedere
tutte le brutture che riconosci esistere nel mondo in cui stai vivendo.
Esse sono state create, discendono dagli errori che nel corso di tutte le tue vite
tu hai compiuto, tu e tutti gli altri fratelli,
quindi ricorda che se c’è un bimbo che piange perché ha fame,
o perché non ha affetto, è perché sei tu che non hai creato le condizioni
perché egli possa mangiare e sentirsi amato;
se vi sono cannoni che sparano nel nome di una religione,
o di religioni che non mi appartengono – perché io non voglio essere adorato –
questi cannoni sparano perché tu hai contribuito nel corso delle tue vite
a far sì che i cannoni venissero costruiti;
se esistono uomini che, pur vivendo in mezzo alla folla,
vivono in una condizione di solitudine e di infelicità,
ricorda che questi uomini sono soli e infelici perché la società
che tu hai contribuito a creare ha fatto della solitudine e dell’infelicità
uno degli assi portanti dell’indifferenza che governa l’agire dell’uomo contemporaneo;
e se non ti va bene, se tutto ciò che accade non ti va bene, allora,
più che guardarti intorno, e lamentarti,
e cercare magari di dare la colpa a me,
guardati allo specchio e chiediti:
cosa sto facendo io, nel mio piccolo, per cambiare tutto ciò che mi sembra sbagliato?
Certo, non potrai impedire una guerra,
non potrai impedire che alimenti nocivi vengano portati sulle mense degli uomini,
ma puoi comunque sempre accarezzare al mio posto la gota di un bimbo
che ha bisogno di sentirsi amato,
o rivolgere una parola di conforto, di condivisione,
di partecipazione
all’uomo che, accanto a te, si sente solo e infelice.
Scifo


 

 


Padre mio,
da te mi è arrivato l’insegnamento «Ama gli altri come te stesso»;
com’è difficile farlo, Padre mio!
Com’è difficile, dal momento che difficilmente io riesco ad amare me stesso!
Se io fossi contento di me,
riuscirei certamente a guardare con occhi diversi coloro che mi stanno attorno;
se io fossi felice, certamente riuscirei più facilmente a dare felicità agli altri;
se io fossi convinto fino in fondo della Tua esistenza,
come potrei non far partecipi gli altri di questa mia convinzione!
Padre mio, come posso fare per amare veramente gli altri come me stesso?
Moti

Figlio mio, per amare veramente gli altri come te stesso
devi, giustamente, riuscire
ad amare prima di tutto te stesso!
E tu mi chiedi: «Come posso amarmi, se io mi vedo meschino,
egoista, distante, disinteressato, pronto a prendere, poco disposto a dare;
se in me vedo di volta in volta tutti i possibili difetti immaginabili?».
C’è una sola via, figlio mio, perché tu possa amare te stesso
pur continuando a guardare nelle tue profondità:
questo modo è osservare tutti i tuoi possibili immaginabili difetti,
esserne consapevole ed accettarli;
ma «accettarli» non significa dire semplicemente «io sono così»
e girare l’attenzione da un’altra parte,
significa invece essere consapevoli di essere in una certa maniera
ed operare nel corso della giornata per trasformare il proprio modo di essere.
Questo significa «amare se stessi»;
ovvero non restare immobili in ciò che si è,
ma agganciarsi al treno del proprio movimento
e mutare di volta in volta col mutare della propria interiorità;
non restare attaccati a ciò che si era ieri,
ma vivendo sul momento quello che si è nell’attimo
in cui ci si sta osservando;
ed essere consapevoli che il momento dopo si sarà diversi,
e che questa non è una colpa per cui ci si debba macerare o affliggere,
o piangere, o sentirsi diseredati, abbandonati o rifiutati,
ma è, invece, un motivo di consolazione e di sprone
perché significa che il cammino va sempre avanti
e che ciò che
adesso ci appartiene domani sarà superato e migliore;
e nel momento in cui sarà superato voi potrete veramente amare voi stessi,
e amare se stessi significa amare gli altri.
Scifo


 

 


Padre mio, guardo il mattino nascere dietro i monti,
il cielo che si rischiara,
l’aria fredda della notte che lentamente si intiepidisce,
ed ecco che mi prende un’emozione improvvisa:
sento che tutto mi parla di Te.
E vivo la mia giornata, una giornata come tante,
con le mie speranze, le mie delusioni,
le mie illusioni, i miei trasporti,
e la sera, guardando l’orizzonte al di là del mare,
vedo il sole che si tuffa nelle acque in un tripudio di colori
dalle mille sfumature accese;
e in quel momento penso che davvero
tutto mi parla di te.
Anonimo

Figlio mio, sono pochi i momenti in cui tutto ti parla di me!
Se tu sapessi veramente cercare,
se tu sapessi veramente muovere la tua attenzione verso 
ciò che Io Sono,
anche la donna che all’angolo della strada vende il suo corpo ti parlerebbe
di me,
anche il drogato che in un vicolo oscuro si cerca la vena per compiere il suo destino,
anch’egli ti parlerebbe di me.
Se tu guardassi le tue mani,
ogni più piccola
linea del palmo di esse ti parlerebbe di me,
perché io non sono, figlio mio, soltanto nelle cose belle,
Io sono il Tutto che in Tutto esiste,
Io sono Colui che E’ e tutto, veramente tutto, figlio mio,
ti può parlare di me.
Anonimo


 

 


Dio mio, io Ti cerco, ma qualche cosa in me,
fa sì che io non Ti riconosca.
Eppure la mia ricerca continua, non mi fermo un attimo,
ed anche quando non me ne rendo conto,
i miei occhi si posano intorno al mondo cercando
in esso i segni della Tua presenza.
Dio mio, com’è possibile – a volte mi chiedo –
continuare a cercarTi, presumendo che Tu
esista
quando vedo intorno a me tante cose che potrebbero farmi pensare
e credere che la 
Tua esistenza sia simile all’esistenza di quella chimera
che c’era e non c’era, che tutti cercavano e nessuno mai trovava,
e che si rivelava, alla fine, essere soltanto un miraggio, 
un’illusione?
Eppure, Dio mio, io continuo, malgrado tutto e contro tutto,
anche contro me stesso, a volte, a cercarTi.
Com’è possibile questo, Padre?
Che senso ha questa mia ricerca,
se ogni logica, ogni ragione, ogni pensiero,
ogni sentimento mi dovrebbero invece
portare
a diventare completamente ateo?
Anonimo

Figlio mio, mio piccolo dolce figlio che ti senti abbandonato,
abbandonato a te stesso e perso in un mondo che sembra non appartenerti.
Figlio mio che ti chiedi il perché di questa tua affannosa,
ansiosa ricerca che sembra già fallita in partenza.
Figlio mio che ti chiedi come mai continui a ricercarmi malgrado tutto;
il fatto è, figlio, che la ricerca è qualche cosa che ti appartiene così intimamente,
così intimamente legata a te che non potrai mai scioglierti da essa;
e come potrebbe d’altra parte essere diversamente, figlio, se Io sono in te,
se Io sono al tuo interno e se tu appartieni a me,
se Io costituisco te e tutti gli altri fratelli che con te vivono
nel mondo che vi circonda?
Fermati un attimo figlio, chiudi gli occhi,
lascia per qualche secondo fuori della tua mente
e da te stesso gli avvenimenti che ti circondano,
cerca di ascoltare non il silenzio ma quella vibrazione che in te giace,
e che pure, pur essendo nascosta nel tuo intimo sentire,
vibra in maniera tale da condizionare tutto il tuo essere.
Ascolta quella dolcezza che senti venire dentro di te
nei momenti in cui meno te lo aspetti,
ascolta quel desiderio che ti prende, in alcuni momenti,
di porgere la mano all’altro;
odi le lacrime che sgorgano dai tuoi occhi
per un momento di felicità inaspettata.
Renditi conto che tutte queste piccole cose, sono per te,
per la tua ricerca, gli effetti di quella vibrazione che dentro di te
si muove e cerca di spingerti a trovare ciò che sei davvero.
Perché solo allora, figlio, soltanto allorché tu scoprirai ciò che sei
veramente dopo esserti
tolto tutte le maschere
che celano il tuo vero essere,
soltanto allora scoprirai che la tua
fede esisteva e che era riposta in te,
e che,
essendo riposta in te, amato figlio, ti parlava di me,
di me che sono nascosto nel tuo profondo
così come nel profondo di ogni essere,
attraverso a quella piccola scintilla che di me fa parte,
e che ti unisce come essenza a tutti gli altri tuoi fratelli.
Cercami, figlio, continua a cercarmi
e senza dubbio verrà il giorno,
giorno verrà che tu mi troverai.
Pace.
Anonimo


 

 


Padre mio, osservando la mia immagine di Te
che vado formando al mio interno,
mi accorgo che i tuoi contorni si fanno sempre più indecifrabili,
sempre più vaghi, sempre più incomprensibili e questo mi spaventa
e sbilancia la mia mente che pensava che più elementi avesse raccolto
su di Te,
più Ti avrebbe conosciuto.
Forse non ho capito nulla,
forse mi sto dibattendo in una ragnatela nella quale, a ogni mio sussulto,
resto più prigioniero che mai?
Florian

Figlio mio, quello che tu hai fatto è già un grande passo avanti:
hai superato l’immagine che ti era stata posta di me
e non sono più, ai tuoi occhi, il Dio vendicatore,
il Dio capriccioso e volubile, il Dio che dona la salvezza
o la dannazione eterna, il Dio che lotta contro Satana,
quella specie di Dottor Jeckill e Mister Hide che le mille
e mille religioni mi hanno costruito addosso.
Tu hai capito che Io Sono il Tutto,
e che in me Tutto è racchiuso,
la gioia e il dolore, il perdono e il castigo, l’amore e l’odio
ma non perché io sono ora l’uno o l’altro dei due estremi,
bensì perché tutte le cose che vivete come divenire mi appartengono,
parti mutevoli di un Essere immutabile poiché tutto comprende.
Comprendo, e come potrei non farlo poiché sei una mia parte,
la tua sofferenza e la tua confusione e l’accetto come un segno
della tua trasformazione, quella trasformazione che ti porterà
inevitabilmente a riunirti dolcemente e consapevolmente a me.
Cosa posso dirti, figlio mio,
per rendere
meno turbato questo tuo travaglio interiore,
senza crearti ulteriori catene?
Tu pensavi di potermi conoscere conoscendo i miei aspetti
ma non hai la possibilità di definirmi,
poiché non vi è nulla che non sia un mio aspetto e,
di fronte all’immensità di questo nulla,
la tua mente non può che vacillare.
Osserva ciò che sta intorno a te prima ad occhi aperti
e poi ad occhi chiusi: ciò che vedevi ad occhi aperti è parte di me,
ciò che non vedi allorché chiudi gli occhi è sempre
e comunque una parte di me, ancora maggiore dell’altra
e sconosciuta e inconoscibile dai tuoi sensi e dalla tua mente,
tanto che, in
verità, è impossibile esprimerla a parole.
Che fare, allora?
Gettarti a capofitto nella vita aggiungendo piccole tessere
al mosaico della mia immagine?
Accontentarti di sapere che esisto
e accettare 
la sconosciuta realtà che vibra al di là
delle tue palpebre chiuse?
Getta via la mente, figlio mio,
getta via le
parole, getta via le idee, getta via i colori,
getta via i pensieri, tutti così inadeguati e «sentimi», figlio mio,
con quel sentire che,
solo, ti può far essere abbastanza vicino a me
da riconoscermi.
E poi? E poi, nel momento in cui mi avrai riconosciuto,
con una forza che va al di là della certezza della mia esistenza,
riprendi la tua mente, le tue parole, le tue idee, i colori,
i pensieri
e vivi la tua vita consapevole che qualsiasi sofferenza, qualsiasi dolore,
qualsiasi tormento tu stia attraversando non può essere che un necessario,
importante, insostituibile eppur piccolo granello di sabbia sulla spiaggia
che il mio mare lambisce e, poco a poco, sommerge rendendo eterne
le parole «ti amo» che avevo scritto su di essa e che ti erano sembrate
così effimere prima di comprendere che restavano scritte nello stesso mare
che sembrava averle cancellate.
Ti amo, figlio.
Moti


 

 


Padre nostro, io cerco in me stesso la certezza della tua esistenza
perché sento dentro di me che qualcosa deve esistere nella Realtà,
nella Realtà con la «r» maiuscola che va al di là 
di ciò che io sono,
di ciò che io vivo, di ciò che io spero, di ciò che io architetto,
di ciò
che io conduco nella mia quotidianità.
E questa mia ricerca, questa mia convinzione della Tua esistenza
si fa più forte, più urgente, più necessaria, più disperatamente necessaria
nel momento stesso in cui io affronto la sofferenza perché, Padre mio,
soffrire non è mai facile e, a ogni nuova sofferenza,
questa sembra più grande, anche se magari così
non è;
e ad ogni nuova sofferenza cerco di ritirarmi in me stesso
o di allontanarmi per non affrontarla;
ed è qua, Padre mio,
che io ho bisogno di sentire di credere nella Tua esistenza,
perché soltanto allorché veramente riuscirò a fissare dentro di me questa sicurezza,
soltanto allorché io riuscirò a convincermi pienamente, fino in fondo, della Tua Realtà,
soltanto allora sarò veramente consapevole, senza che le mie siano soltanto parole,
che ciò che accade non può che accadere per il mio bene;
e allorché la sofferenza mi farà soffrire di meno, anche i momenti di dolore
saranno
visti sotto un’altra prospettiva che me li farà accettare,
e accettarli invece che lottare contro di essi farà già sì che essi
siano meno difficili da superare.
Padre mio, io spero di riuscire veramente a sentire la Tua presenza dentro di me.
Anonimo

E a te, a te, figlio, che mi chiedi nel silenzio e nell’oscurità
com’è possibile rendere migliore il mondo in cui ti trovi
a condurre avanti la tua esistenza;
a te, figlio, non posso dire altro che questo accadrà
quando tu diventerai
bastone per lo zoppo,
vista per chi è cieco,
suono per chi è sordo,
parola per chi è muto,
sorriso per chi piange,
allegria per chi è triste,
amore per chi odia.
Allora il mondo, figlio mio, cambierà.
Moti


 

 


La mia vita è un continuo avvicendarsi di esperienze ed io, Padre mio,
mi rivolgo e mi sono rivolto spesso in passato per chiedere,
per tendere la mano verso di Te nell’attesa che Tu la stringa
e mi dia ciò che Ti chiedo.
Ma cosa posso chiederTi ancora che non t’abbia già chiesto?
Troppe volte ho implorato il Tuo aiuto e, anche se non me ne sono
accorto,
me l’hai dato.
Quante volte t’ho chiesto di farmi avere un atto d’amore e,
anche se magari ho girato la testa dall’altra parte
perché non era quell’amore che io volevo,
l’atto d’amore
l’ho avuto.
Quante volte t’ho chiesto di farmi diventare ricco
e non mi sono accorto che più ricco di come sono, in realtà,
non potevi farmi.
Quante volte Ti ho chiesto, Padre mio, di alleviarmi le sofferenze,
senza rendermi conto che queste sofferenze erano tali soltanto perché
io volevo che tali fossero e che sarebbe stato così facile, se l’avessi voluto,
essere un individuo che non soffriva più.
Tutto ormai t’ho chiesto in questi lunghi anni delle mie vite ma,
se proprio volessi ancora trovare qualcosa da chiederTi, Padre mio,
ve n’è una sola che sento premere in me e che desidero
con tutto il cuore chiederTi:
Ti prego, Padre mio, comunque sia, sempre, in ogni attimo delle vite
che ancora vivrò e ancora oltre, per tutta l’eternità,
fino a quando io non riuscirò ad abbeverarmi alla Tua Fonte,
non smettere mai di amarmi.
Scifo

Figlio mio, figlio mio amatissimo,
è con un certo compiacimento che ti osservo nel tuo cammino
allorché tu incontri le tue prime conquiste, le soluzioni ai tuoi problemi,
le
risposte ai perché che possono tormentarti.
E’ con una punta di rammarico che ti osservo nel corso del tuo cammino
allorché le paure, le ansie, i timori, il dolore sembrano frenarti, bloccarti,
inibirti nel tuo stesso cammino verso la comprensione.
E’ con immensa gioia, invece, che t’osservo quando non solo tu riesci
a darti una ragione della sofferenza che ti si è abbattuta addosso,
ma quando riesci ad intravedere il motivo,
a intravvederne la collocazione nel Grande Disegno che,
come tu nel tuo essere più
profondo sai, ci rende uguali.
Ti amo, figlio mio amatissimo,
ti amo e che la pace sia con te.
Pace.
Viola


 

 


Io vorrei poter non lavorare.
Io vorrei essere ricco.
Io vorrei avere a portata di mano tutti i libri di questo mondo
per potermi catapultare tra quelle pagine e assorbire
tutta la conoscenza possibile.
Io vorrei che il mondo fosse fatto di cioccolata
e che le nuvole nel cielo facessero cadere gocce di panna.
Io vorrei che nel mondo non ci fosse più fame,
che tutti avessero da mangiare,
che non ci fossero bambini smagriti,
che non ci fossero anziani ammalati,
che non ci fossero donne seviziate,
che non ci fossero animali abbandonati,
che non ci fossero figli dimenticati,
che non ci fossero genitori tristi,
che non ci fossero malattie,
che non ci fossero dolori,
che non ci fossero rimpianti,
che non ci fosse tristezza,
che non ci fosse.
Sia fatta la Tua volontà e non la mia,
Padre mio.
Anonimo

Tu vorresti che non ci fosse più sofferenza,
tu vorresti che non ci fosse più dolore,
tu vorresti che non ci fossero più bambini abbandonati
o maltrattati,
o costretti a lavorare,
tu vorresti che non ci fossero più animali abbandonati
lungo le autostrade,
tu vorresti che non ci fossero più persone anziane
lasciate a loro stesse senza possibilità
di sussistenza,
tu vorresti che nessuno si ammalasse più,
tu vorresti che il tuo fisico riuscisse a sopportare qualunque
cosa la tua golosità ti inducesse a mangiare, e poi dici:
«Sia fatta la tua volontà e non la mia»?!
Figlio mio, se tu davvero pensassi e sentissi
che è la mia volontà che deve essere fatta e non la tua,
ti renderesti conto che i tuoi desideri
– per quanto giusti nella loro essenza –
nascono da tuoi errori interiori,
poiché come puoi sapere tu quant’è giusto che accada
ciò che tu vorresti non accadesse più?
Come puoi sapere, tu, quanta evoluzione, da quelle esperienze,
le persone che tu vedi soffrire possono ricavare?
Come puoi pensare di sapere, tu, qual è il cammino giusto
per ogni mia creatura che
io ho posto nella Realtà?
Non è possibile, figlio mio, ed è per questo che concordo con te
nel dire: 
Sia fatta la mia volontà e non la tua!
Scifo


 

 


Padre mio, ho visto, ho visto, ho visto una principessa schiantarsi
con un’automobile e ho visto questa principessa diventare il cibo
per avvoltoi mai sazi e sempre pronti a strappare fino all’ultimo pezzo
di carne pur di appagare se stessi.
Ho visto, ho visto trecento persone – un intero villaggio – sgozzate,
e passate praticamente sotto silenzio alla coscienza di tutte le persone,
nell’indifferenza pressoché totale al di là dello scalpore
della notizia del momento sul telegiornale.
Ho visto, ho visto, ho visto, ho visto i funerali di una suora:
«la madre dei poveri», e i poveri tenuti lontano dal suo funerale
con cordoni di polizia, e persone importanti che mestamente seguivano
le spoglie mortali di una persona che non conosco ma, certamente,
per avere funerali così, doveva essere importante!
Chissà. Ho visto uomini politici che parlano,
parlano, parlano, parlano, parlano e non si ricordano che sono lì,
invece, per fare, per
fare, per fare.
Ho visto capi religiosi, sempre! dappertutto, in tutti i luoghi della Terra,
quasi come se viaggiare fosse il loro hobby preferito, e mi chiedo,
Padre mio: «Ma com’è possibile che
il mondo sia fatto di persone
con una tal
coscienza?».
Me lo chiedo e non riesco a trovare alcuna spiegazione a tutto questo.
Scifo

Figlio mio, per poter criticare qualunque altro tuo fratello è necessario,
quantomeno, che tu – prima di tutto – sia in pace con la tua coscienza.
Se nulla hai da rimproverarti, se nulla hai da nascondere agli altri,
se nulla hai che gli altri ti possono imputare, allora sì, forse,
che hai un piccolissimo diritto di puntare il dito su ciò che ti sembra
sbagliato, altrimenti taci,
osserva te stesso e ricorda che comunque
ognuna di quelle persone che tu hai citato è un essere umano
e ha i suoi bisogni, i suoi perché, le sue necessità,
che certamente non rendono meno errati i suoi comportamenti
ma tuttavia ti devono mettere in grado di far sì che tu, proprio tu intanto,
in prima persona, non faccia gli stessi errori che imputi agli altri;
e in quel momento, figlio mio, non troverai più nulla da ridire contro nessuno.
Moti


 

 


Quante volte mi sono trovato di fronte ad un Maestro,
e a lui ho rivolto le mie preghiere,
talvolta sono state esaudite, talaltra sono cadute nel nulla,
ed allora tu, Maestro, che ora in questo momento di questa vita
mi stai davanti dimmi, ti prego, qual è il modo migliore
affinché io ti rivolga le mie preghiere.
Baba

Figlio mio, le tue preghiere non hanno, in fondo, alcun significato,
perché vedi, mio caro, tutto ciò che io posso fare per te,
tutto ciò che io posso darti,
io te lo darei comunque senza bisogno che tu me lo chieda,
e la tua preghiera invece è soltanto una speranza del tuo Io
per essere esaudito in ciò che egli vuole e nulla di più.
Se davvero vuoi rivolgere una preghiera efficace,
una preghiera che ottenga grandi risultati,
una preghiera che cambi la tua vita,
una preghiera che ti renda diverso,
una preghiera che ti faccia modificare la tua realtà,
allora 
assapora la tua vita.
Pace a te, amatissimo figlio.
Moti


 

 


Padre mio, io mi scontro tutti i giorni
con quella che è la mia realtà interiore
e
con quella che è la realtà intorno a me.
Quale è giusta: questa o quella?
Ciò che io sento veramente è il mio sentire,
o è il mio Io che si è messo l’ennesima maschera
e mi impedisce di vedere qual è la
mia realtà?
Ciò che vedo all’esterno di me è davvero la realtà
o è soltanto una proiezione di ciò che
io voglio vedere?
Quanta insicurezza, Padre mio, in tutto questo!
In alcuni momenti la confusione è
tale
che mi sembra di non riuscire più a
raccapezzarmi.
Se solo potessi trovare un po’ di luce in questo buio
che, a volte, mi piomba addosso come una cappa,
forse, un po’ alla volta,
riuscirei a percorrere la strada
che si perde
in lontananza, sfumando nell’oscurità.
Moti

Figlio mio, ancora una volta tu rivolgi le tue parole tormentate
a me come se io non avessi già fatto abbastanza per aiutarti,
al punto tale che neppure io saprei cosa fare di più.
Io ti ho dato un mondo intero da osservare,
dispiegando davanti ai tuoi occhi le mille e mille meraviglie
che ho saputo creare affinché tu ti specchiassi in esse
e riconoscessi non soltanto te stesso
ma anche la mia mano e la mia presenza.
Ho popolato questo mondo di centinaia di creature diverse
che poi son diventate migliaia,
e ognuna di esse l’ho resa una piccola perla con delle sfumature
che non combaciano mai con quelle delle altre affinché tu,
in ognuna di esse, riuscissi ad osservare quelle sfumature
e a fare il paragone con quelle che puoi vedere dentro di te.
Ti ho dato un corpo fisico per far sì che tu potessi sentire
con i tuoi sensi fisici la realtà del mondo materiale perché,
magari – pensavo – non ti sarebbe bastato osservare
ciò che ti
circondava, ma avresti potuto aver bisogno
di qualcosa di più vicino, di un contatto più immediato
per poter sentire in modo più
profondo la tua appartenenza al Tutto;
ti ho donato un corpo astrale perché tu interagissi con le altre creature
che ho posto intorno a te e mostrassi a queste altre creature
ciò che provavi interiormente, affinché le tue emozioni provocassero
un’eco in loro e questa eco ritornasse in te, e tu riconoscessi
che questo doppio scambio in realtà era un fluire fra te e te stesso;
ti ho dato la facoltà di pensare e un corpo mentale,
in modo tale che tu potessi tirar le fila di tutti questi elementi
che a te ho donato per appagare anche il più esigente degli osservatori,
in modo tale che tu avessi la possibilità di passare al vaglio
della tua ragione il motivo di ciò che ti circonda
e il motivo di ciò che sei per arrivare, alla fine, a comprendere
che non sono due motivi diversi, no, non è vero, non è così:
il motivo è uno solo ed è ciò che unisce te e l’esterno.
Ti ho dato tutto, figlio mio;
la tua strada, che a te sembra perdersi nell’ombra,
è lì, dritta e sicura davanti a te;
chiudi gli occhi, non hai bisogno di vederla per percorrerla,
non hai bisogno di correre per raggiungerla,
metti con pazienza un piede davanti all’altro senza tentennare,
senza aver paura di cadere a destra o a sinistra, avanti o indietro;
stai tranquillo che, anche se cadrai, potrai sempre risollevarti;
dov’è il problema?
A volte cadere serve per riuscire a mantenere intatto
il proprio senso dell’equilibrio.
Metti un passo davanti all’altro con pazienza ed ecco che,
dopo pochi passi, senza che neanche tu te ne accorga,
sei giunto alla fine della strada.
Vedi, figlio mio, non era così difficile come tu pensavi,
sei già qui accanto a me.
Anonimo


 

 


Padre mio, io ascolto talvolta le parole che da fonti diverse
giungono fino a me e mi sembra di aver capito
che tutta la mia esistenza all’interno del piano fisico è regolata
da uno stupendo equilibrio di dare e avere,
come se un grande ragioniere tirasse le fila dell’esistenza
e riuscisse a compensare, in modo incredibilmente splendido,
la vita di ogni individuo.
Eppure, malgrado forse possa aver capito questo,
non riesco a rendermi conto di quando sarà che il dare e l’avere
avranno un senso reale, un senso meno egoistico, un senso più sentito.
Come vorrei poter capire se e quando ciò potrà mai accadere.
Moti

Figlio mio, attraverso il meccanismo del dare e dell’avere
tutta la realtà che io ho creato si struttura e si completa;
nulla esiste in essa che non porti ad uno scambio di vibrazioni
e da questo scambio di vibrazioni il risultato che si ottiene
è un perfetto equilibrio tra ogni più piccolo fattore di ciò
che io ho «sognato».
Tu adesso mi chiedi quando il dare e l’avere,
nei rapporti con gli altri, diventerà un Dare
e un Avere
con la «d» e con la «a» maiuscole;
è semplice, figlio mio, molto semplice:
questo accadrà nel momento in cui nessuno dei due interlocutori
avrà ancora la spinta
a dire «Io ho dato di più»
o «Tu hai ricevuto di più».
Scifo

 

Meditazioni quotidiane 3.1

 

 


Bastò che tu dicessi:
«Sia la Luce » e la Luce fu.
Ciò che Tu vuoi È, mio Dio,
perché Tua è la volontà.
Essa è uno dei Tuoi aspetti
e da Te pervade il Creato;
essa è il filo che lega a Te ogni individuo,
è la scala sulla quale ogni uomo può salire
fino ad arrivare a sprofondare in Te,
perché chi vuole davvero, sa amare davvero,
e chi ama davvero sa riconoscere l’Amore,
e chi riconosce l’Amore
non può non riconoscerTi,
e chi Ti riconosce
non può non comprendere
di essere una Tua parte,
una piccola immensa scintilla
della Volontà e dell’Amore
che da Te emana e che a Te riporta.

Al di là dei nostri fallaci pensieri,
al di là delle nostre imperfette sensazioni,
al di là delle nostre egoistiche società,
al di là delle nostre infinitesime conoscenze,
al di là delle nostre speranze,
delle nostre paure,
dei nostri dolori e delle nostre gioie,
dei nostri desideri e del nostro continuare
a essere schiavi del nostro Io,
dacci sempre la volontà di volere,
accompagna con il Tuo Amore
il nostro brancolare nel buio
della nostra inoperosità
alla ricerca di ciò che «sentiamo»
esistere in noi,
ora calpestato, ora deriso,
ora schernito, ora sfuggito,
ora cercato, ora temuto,
ora maledetto, ora agognato
e che si chiama Amore.
Viola


 

 


A Te, Padre mio, mi rivolgo
con parole forse già troppo conosciute
e ti sussurro con tutto l’amore
che riesco a trovare dentro di me:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il Tuo nome,
venga il Tuo regno,
sia fatta la Tua volontà
così in cielo come in terra.
Io spero, Padre, di amarTi
almeno una piccola parte di quanto
Tu sempre mi hai amato.
Florian


 

 


Padre mio, io mi immergo nella materia
partendo dall’incoscienza di me stesso;
vivo la mia vita incosciente e, alla fine,
muoio apparentemente incosciente.
Poi sembra che tutto, per un attimo più o meno lungo, sia finito;
ed ecco che io mi
ritrovo di nuovo ad essere sollevato dalla ruota,
a essere immerso nella materia,
a vivere una nuova vita con i tormenti,
le mie delusioni, i miei affanni, qua e là qualche gioia,
per arrivare al momento della paura definitiva
ed essere di fronte a una mano invisibile
che sembra spenga l’interruttore della mia luce
cosicché
sprofondo di nuovo nel buio.
Certo, questa potrebbe essere l’idea di un ciclo:
dapprima la luce e poi il buio;
un ciclo però – secondo la mia concezione,
forse limitata ma, ahimè, umana –
va da un polo ad un altro!
Padre mio invece, osservando la mia vita,
mi sembra che essa compia il suo ciclo dal buio
per ritornare al buio e tutto questo,
Padre mio,
aggiunge ansia al mio vivere l’esistenza.
Scifo

Figlio mio, tu osservi le tue vite come
fossero una candela che ora si accende e ora si spegne,
ora si accende ancora per spegnersi nuovamente, in continuazione.
Ma come posso, figlio mio,
farti comprendere che non è la candela quello che è importante per te,
bensì la luce che la anima?
Ma come posso, figlio mio,
farti comprendere che se tu sapessi osservare con attenzione,
scopriresti che non esiste un attimo in cui non vi è la luce
ma sempre essa è presente in maggiore o minore misura?
Ma come posso, figlio mio,
farti comprendere che è proprio soltanto questa variazione
della sua intensità ciò che costituisce un ciclo delle tue molte esistenze?
Labrys


 

 


Padre mio, Padre mio dolcissimo,
io mi rendo conto che Tu hai fatto tutto per me
e che tutto quello che esiste intorno a me
esiste non «per me soltanto» ma «anche per me»
e ciò mi rende umile nei Tuoi confronti.
lo vorrei, Padre mio,
vorrei anch’io poter fare 
qualcosa per Te,
ma cos’è che posso mai 
fare io, povera creatura?
Moti

Figlio mio, metti da parte questa tua apparente umiltà:
non sei «più prediletto» adesso che hai detto queste cose,
non ti amo di più per le parole che hai pronunciato,
non sei il mio figlio preferito perché manifesti
il desiderio di fare qualcosa per me.
Non vi è nulla che tu possa fare per me.
In compenso, ricordalo sempre, vi è molto che tu puoi fare per te.
Scifo


 

 


Padre mio, io non ci capisco più niente,
anzi non soltanto non ci capisco più niente,
ma non riesco neanche più a capire che cosa dovrei capire!
Io mi sono messa lì con impegno,
mi sono presa i miei bei libri, e li ho letti, accuratamente,
cercando di capirli, ho cercato di comprendere quello che hanno detto i filosofi,
così come mi è stato chiesto, ho cercato di comprendere le varie teorie di pensiero;
ho cercato di capire quello che hanno detto i vari Maestri dai più esotici ai più tradizionali;
ho cercato di capire gli insegnamenti,
ho cercato di comprendere cosa accidentaccio sia questa percezione soggettiva della realtà
che io non dovrei vedere ma che vedo, ma che è una illusione,
e allora siccome è una
illusione è diversa da quello che vedo,
e non so che cos’è perché è un’illusione anche il
fatto che io mi illuda!
Ho cercato di allargare il mio «sentire».
Ma non so se ci sono riuscita perché non ho capito che cosa sia il sentire.
Ho cercato di incontrare Te, Padre mio,
sempre che Tu sia mio Padre, perché io non Ti ho ancora incontrato
e quindi non posso metterci la mano sul fuoco!
Spero nel domani così come, chi dice che parla in Tuo nome, afferma che si debba fare.
Insomma sono una fucina di dubbi, un calderone di discorsi,
un insieme di confusioni tremende, che però – sinceramente – in certi momenti mi aiutano,
tenendo occupata la mia mente quando proprio non ho altre cose cui pensare.
Ma allora, Padre mio, stammi a sentire:
se davvero sono Tua figlia, se davvero mi ami, fai qualcosa,
cerca di farmi capire qualcosina in più!
Non Ti dico di mettermi lì la Tua parola scritta a lettere di fuoco sulla pietra,
ma quanto meno un’idea, un’intuizione, un modo per comprendere,
un modo più chiaro per comprendere, cerca di farmelo arrivare. 
Ti prego.
Zifed

Figlia mia, io ti chiamo figlia ma, in realtà, non sei mia figlia.
Coloro che io mando a parlarti, ti chiamano sorella, ma non sono tuoi fratelli.
Ciò che vedi intorno a te, e che tu pensi – sbagliando – sia l’unica vera realtà,
non è altro, effettivamente, che un’illusione.
Io non sono tuo padre, perché tu da me non ti sei mai staccata
e quindi io e te siamo una cosa sola;
le creature che ti parlano in mio nome non sono tuoi fratelli poiché, come capirai un giorno,
essi fanno parte di te come tu fai parte di loro e riuscire a scindere te da loro,
anche questa, figlia mia, è un’illusione.
La realtà che tu vivi è un’illusione
soltanto perché tu sei limitata da ciò che sei in questo momento,
e limitata dal fatto che ti guardi attorno e sei colpita dalla bellezza di un fiore;
e limitata dal fatto che guardi i tuoi figli e li ami più di ogni altra persona al mondo;
e limitata dal fatto che tu segui i pensieri della tua mente,
e la conoscenza che ti possono dare i libri;
e limitata dal fatto che tu ti guardi intorno e, nel guardarti intorno,
nella tua mente passa l’elenco delle cose che tu osservi.
Io non posso, figlia mia, in un solo colpo farti comprendere qual è la verità.
Tutto quello che posso è far sì che ti arrivino gli elementi affinché tu, lentamente,
riesca a incamminarti lungo la giusta strada.
Io ho posto sul tuo cammino una miriade di tappe che tu devi raggiungere
per arrivare alla Verità: alcune le hai raggiunte – il non uccidere i tuoi simili
o il riuscire ad essere meno egoista – altre dovrai ancora incontrarle,
raggiungerle e superarle, e non sono meno difficili delle altre.
Tuttavia, io so che andrai avanti con pazienza, con costanza,
superando una meta alla volta, e so anche che la prossima meta che
ho posto sul tuo cammino, la prossima meta necessaria
affinché tu riesca a comprendere qualcosa di più della realtà
di me stesso e della nostra unione,
è quella di non fare più differenza tra l’Uno ed i Molti.
Figlia, io ti aspetto al termine della strada.
Moti


 

 


Padre, Padre mio, io non riesco a capire se ho difficoltà di apprendimento
o se, invece,
il mio Io mi impedisce di affrontare con una certa serenità
quegli insegnamenti che voi, ormai, da tanti anni, mi portate.
Infatti, rileggendo quanto voi avevate suggerito di fare, mi sono scontrato,
ancora una volta, con la vostra realtà, così ben lontana da quella che è la mia realtà.
Avete parlato di orgoglio, o, meglio, ancora di orgogl/Io – per dirla alla Zifed – ma,
per quanto accettassi mentalmente quanto voi avete affermato,
mi sono reso conto guardando retrospettivamente, osservando le mie azioni,
di essermi comportato, nel corso di tutti questi anni, facendo sì che il mio «orgoglio»
non dico la facesse da padrone, ma almeno arrivasse a trionfare sulla mia umiltà.
Forse, la mia è soltanto una mancanza di volontà, di volontà di non essere orgoglioso;
forse, la mia è, come dicevo prima, un’incapacità di apprendimento,
una difficoltà di apprendimento.
Ma allora io dico: se continuo a commettere questi stessi errori perché, fratelli miei,
voi che avete sempre mostrato nei nostri confronti una sì grande pazienza,
perché non date un’ulteriore prova di essa, aiutandomi interiormente a capire
e a non commettere più quegli errori che mi turbano,
che mi infastidiscono e che mi fanno sentire terribilmente egoista?
Federico

Il fatto è figlio mio, che allorché noi ti parliamo di ciò che è l’uomo,
tu ti fermi ad osservare l’uomo nelle sue manifestazioni più
eclatanti,
più evidenti, più importanti, senza tenere conto che ciò che più evidentemente appare
agli occhi di colui che osserva, in realtà, è soltanto la superficie che nasconde
la maggior parte, invece, di ciò che sta alle spalle e che può essere osservata soltanto
con un esame approfondito e accurato e, perché no, spietato.
Certo, l’uomo è mosso nella sua esistenza da mille pulsioni;
noi, soltanto per citarne alcune, abbiamo parlato di orgoglio,
di aggressività, di dolcezza, di amore,
e solitamente quando voi ascoltate le nostre parole, prendete questi aspetti,
li valutate, li riferite il più delle volte agli altri e vi riferite sempre,
in particolare, appunto alle manifestazioni più evidenti, più forti.
La realtà è ben diversa: la realtà è che uno stimolo,
un impulso in un individuo può sì 
affiorare in maniera evidentissima agli occhi di tutti,
ma tuttavia può esistere invece anche senza affiorare in questa maniera così
eclatante.
Ciò non toglie che esista, che possa essere incontrato, riconosciuto e scoperto, vissuto ed osservato.
Scifo


 

 


Io ho ascoltato le tue parole, io ho ascoltato, Maestro,
i tuoi discorsi filosofici e credo anche di aver compreso ciò che tu intendi dire.
Riconosco la logica del tuo insegnamento,
riesco a vedere dove ciò che dici può portare,
tuttavia, al di là dell’insegnamento individuale,
non posso dimenticare che sono
inserito in una realtà concreta e fisica.
E non mi dire, Maestro, che per te la realtà concreta e fisica è ormai superata,
perché io non riesco a comprendere una tale condizione
ma sono invece immerso nella materia,
e mi sembra quindi giusto che proprio tu, Maestro,
che prima di me sei passato attraverso la stessa via,
debba per forza di cose riuscire a comprendere e cercare di aiutarmi.
Perdonami se, forse, non sono umile come un discepolo dovrebbe essere ma,
d’altra parte, ciò che sto vivendo provoca al mio interno delle tensioni tali
per cui non sempre è facile 
accettare senza reagire anche con una certa aggressività,
perché si sa, soffrire non è mai piacevole.
Io vivo la mia vita attraversando questa esperienza che, come dici tu,
potrebbe anche essere karmica, e che, d’accordo, potrebbe interrompersi
se io riuscissi a rimuovere al mio interno le cause che l’hanno mossa nel passato;
pur tuttavia, ripeto, sono immerso nel concreto della vita materiale,
e non so che
fare in questa direzione.
Io mi guardo intorno e vedo il mio lavoro, o ciò che di esso resta,
e non riesco a capacitarmi di come stanno andando le cose,
ed è ancora più doloroso per me il fatto che il cattivo andamento del mio lavoro
non coinvolge soltanto me stesso ma anche altre persone,
e questo «essere responsabili per gli altri», Maestro,
proprio tu me l’hai insegnato.
Dovresti, quindi, aiutarmi, darmi il modo per far sì che io possa adempiere
a queste mie responsabilità verso gli altri.
Io vedo la mia famiglia, vedo le tensioni che in essa stanno crescendo,
le incomprensioni, le incapacità di comunicare,
di partecipare gli uni con gli altri quelli che sono i problemi,
le impossibilità di risolverli, di affrontarli assieme
e anche per questo, per la mia compagna, per i miei figli, Maestro,
io mi sento responsabile, e se è una mia situazione karmica
quello che io sto attraversando, non riesco ad accettare
che altri debbano soffrire per ciò che a me deve accadere.
Ti prego, quindi, Maestro, tu che sempre hai dato mostra di amarmi,
tu che sempre hai
dato mostra di aiutarmi, di comprendermi,
di sapere e di essere molto più saggio di me,
fai qualcosa anche questa volta affinché possa uscire
dalla sofferenza e dal dolore.
Non tanto per me, quanto per chi da me,
in qualche modo, dipende.
Scifo

Figlio mio, quanto tu hai appena detto dà mostra di quanto poco, in realtà,
tu hai assimilato e compreso di ciò che io ho tentato di inculcare nel tuo essere,
nel corso di questi incontri.
Infatti dovresti comprendere, aver compreso, aver ormai assimilato,
accettato fino in fondo
il fatto che nell’intero universo non esiste
e non può esistere l’ingiustizia.
Per questo motivo, figlio mio, io ti dico che se tu con la tua sofferenza di oggi
stai vivendo una situazione karmica, e in questa situazione tu vedi altre persone
coinvolte e da te dipendenti, questo non è motivo di disequilibrio nel disegno divino
e di ingiustizia nel suo volere, bensì di equilibrio e di giustizia
per il fatto che anche queste altre persone, in realtà, stanno vivendo il loro debito karmico.
Con questo, figlio, non intendo dire che tu non debba preoccuparti per loro,
né tanto meno intendo dire che tu non debba sentirti responsabile per gli errori
che puoi fare e che su altri possono ricadere.
Tuttavia, ripeto, ricorda che accade sempre e soltanto il giusto per ogni individuo,
e che tutto ciò che accade, anche se non sembra sotto il coinvolgimento dell’esperienza,
accade, sempre e comunque, solo per il bene dell’individuo stesso.
Però – tu dici, tu chiedi, tu implori – in concreto cosa fare,
quale può essere la via migliore per cercare se non di risolvere immediatamente
la situazione dolorosa quantomeno di attenuarla, di migliorare le condizioni
di chi accanto ti sta e che di riflesso soffre o può soffrire assieme a te?
Io ti dico, figlio mio: se ancora non riesci a comprendere la tua causa interiore,
se ancora ti sembra di vivere una situazione senza via d’uscita,
se ancora vedi così lontana la soluzione al tuo problema,
metti in atto un primo 
insegnamento, ovvero l’incominciare da poco e da vicino.
Ricorda che tu soffri per la tua situazione e che quindi è qualcosa in te,
o di te che va
mutato.
Allora osservati, osservati nella vita di tutti i giorni, osservati con la tua compagna,
con i tuoi figli, e guarda prima di tutto, come trasformare
ciò che con essi non è giusto così come è.
Fai sì, se ti riesce, di diventare tale per cui essi non saranno più parte negativa
del tuo karma, ma potranno diventare una fonte di sostegno, di aiuto,
di serenità e, quindi, di ausilio alla tua comprensione.
Fatto ciò, figlio mio, rivolgi la tua attenzione al tuo esterno, osserva il mondo del tuo lavoro,
compi la stessa ricerca e modifica anche per il tuo lavoro,
per il tuo stare con chi con te lavora, in modo tale da ottenere le condizioni concrete
e materiali migliori che tu desideri per poter veramente arrivare al nucleo
di ciò che devi fare, ovvero comprendere qualcosa che è al tuo interno, parte di te.
E ti accorgerai, dopo questo cammino, figlio mio,
di aver fatto già quasi tutto il percorso e più soltanto poche sfumature
avrai da mutare per uscire dalla tua situazione karmica.
Allora, lentamente, la vita ti ritornerà amica, il sorriso comparirà ancora sulle tue labbra,
le tue notti saranno ancora serene e tu andrai sorridente incontro ad una nuova esperienza.
Questo io ti dico, figlio mio, affinché tu possa comprendere.
Moti


 

 


Al di là del bene e del male,
al di là delle frontiere che mi separano dai miei fratelli,
al di là del dolore, che mi fa rinchiudere come se fossi dentro ad un’ostrica,
al di là di tutto questo ho conosciuto l’Amore.
Ma non quell’amore che voi potete pensare
ma quell’Amore che riesce veramente ad andare oltre al bene
che io posso aver creato, ed al male che io posso aver arrecato ai miei fratelli.
Al di là di tutto questo, al di là del pensiero di essere legato alla materia,
si può incontrare veramente l’Amore.
Anche voi incontratelo, affrontate i fantasmi della mente
che vi tengono legati al bene e al male, alle frontiere, alla separatività, all’egoismo,
a tutto ciò che fa di voi un essere ancora meschino e pieno di illusioni.
Florian


 

 


Se io conduco la mia vita senza far male a nessuno,
se io lavoro facendo esattamente quello per cui vengo pagato,
se io so accarezzare i miei figli quand’è il momento,
o, quand’è il momento, corteggiare la mia compagna,
se io conduco fa mia vita in questo modo chi potrà mai dire
che io non ho vissuto nel modo giusto?
Scifo

Se, figlio mio, nel tuo non fare male agli altri
contemporaneamente non trovi il modo di aiutare gli altri,
se il tuo lavoro è in proporzione a quanto ricevi
e non è fatto perché è il tuo senso del dovere, della giustizia e,
perché no? anche del piacere che ti induce a lavorare,
se ai tuoi figli non neghi una carezza allorché da essi ti viene richiesta,
pur tuttavia non sai dare loro una carezza
quando meno se l’aspettano e senza motivo,
se alla tua compagna non neghi il tuo amore,
eppure questo tuo amore te lo tieni in tasca
quando essa non te lo richiede,
io posso dirti, figlio mio, che se pure non posso affermare
che tu vivi la tua vita in
modo sbagliato neppure posso affermare
che la tua vita sia condotta veramente nel modo più giusto.

Moti


 

 


Padre mio, nel corso della mia vita
ci sono dei momenti in cui somiglio ad un cristallo
ed il mio cammino sembra essersi
fermato,
bloccato su posizioni da cui faccio
fatica a smuovermi,
posizioni in cui nulla più mi sembra importante,
in cui mi sento indifferente, distaccato;
abbandonato senza avere neanche la capacità di soffrire,
di gioire, di amare.
Vi sono poi momenti in cui la mia vita
assomiglia a quella di una pianta ed io cerco
allora le sensazioni più diverse,
lascio che siano le sensazioni ad arrivare sino a me
senza far nulla in fondo più che muovermi, girarmi,
affinché possano toccarmi più facilmente
e restando tutto sommato passivo
nei confronti di ciò che la vita o l’esistenza mi mandano incontro.
Vi sono poi molti momenti in cui la mia vita sembra quella di un animale
e allora lascio che i miei passi, le mie azioni e i miei pensieri
siano mossi quasi ciecamente dall’istinto,
dagli impulsi fisici, dalla ricerca del piacere,
dell’appagamento, della soddisfazione,
andando spesso a schiantarmi a testa bassa contro gli ostacoli
senza fermarmi 
un attimo ad alzare gli occhi per cercare di comprendere se,
dove, come e quando 
ho commesso l’errore che mi ha posto l’ostacolo davanti.
Vi sono poi dei momenti in cui la mia vita è quella di un essere umano
che vive in una
società di cui si sente parte, che si interessa agli altri,
che ama, che vive, che gioisce, che soffre, che si accompagna, che si sposa,
che diventa genitore; che lavora, che si demoralizza, che si rallegra,
che spera, che si dispera, che vive.
Vi sono poi, Padre mio, dei rarissimi momenti in cui mi sento Te,
ed è grazie a quei momenti, Padre mio, che la vita mi sembra degna di essere vissuta,
è grazie a quei momenti, Padre mio, che comprendo come tutto ciò che sto vivendo
va oltre la mia capacità di comprensione, va al di là di quanto io, per il momento,
riesca ad immaginare, anche se, per qualche breve attimo di intuizione,
la Tua Realtà, diventa anche la mia realtà.
Padre mio, spero che presto non esistano più due realtà per me.
Rodolfo

Figlio mio nel corso del tuo cammino evolutivo sei stato un cristallo, un minerale,
ma ciò aveva una logica ben precisa e non è avvenuto soltanto per soddisfare un mio capriccio.
In quella forma, figlio, hai incominciato ad essere sensibile agli stimoli, avvertendo,
anche se per te, ora, in modo quasi incomprensibile, che l’avvicendarsi delle stagioni,
del sole e della luna, del vento e della pioggia, esisteva ed influiva sull’ambiente di cui tu,
inconsapevole, facevi parte.
Quando questa comprensione si è strutturata al tuo interno,
ha fatto sì, creatura, che tu abbandonassi la forma minerale,
e riprendessi
il tuo ciclo evolutivo come elemento vegetale.
Ed anche ciò non è stato senza scopo.
Io volevo che tu acuissi la tua sensibilità,
che comprendessi il movimento, che cominciassi a sentire in te il desiderio
che spinge all’azione, fosse anche quella così semplice
di essere inondato di luce.
Ti ho posto poi, a vivere nel regno animale
affinché tu potessi affinare al meglio le nuove percezioni
che avevi sperimentato, 
ben sapendo che in questa nuova forma
avresti lentamente incominciato a separare te stesso da ciò che ti circondava,
creando i presupposti per far nascere l’illusione della
separatività,
l’illusione dell’Io contrapposta
al non-Io.
Come un padre attento al bene dei suoi figli
ti ho fatto vivere quindi in forma umana,
affinché tu potessi comprendere attraverso la gioia ed il dolore
l’illusione che stavi vivendo, e riuscissi a superare le separatività ed il tuo egoismo.
Ti ho preparato poi una nuova forma, quella del superuomo,
non tanto dissimile fisicamente da quella che già conosci,
ma in verità molto diversa interiormente,
in modo tale che tu avvertissi la mia presenza in te stesso ed in ogni creatura
che io ho posto al tuo fianco lungo il tuo cammino, e fossi, infine,
pronto
a riunirti a me, chiudendo il circolo della tua evoluzione.
Figlio mio, viandante affaticato, sono qui ad aspettarti,
non in cielo, non in terra, smetti di chiamarmi e resta in silenzio ad ascoltare,
io non ti ho mai abbandonato, tu non mi hai mai abbandonato,
io sono in te e tu sei in me,
per sempre, figlio mio.
Scifo


 

 


Padre mio, quando tu mi hai dato la possibilità di vivere in questo mondo
io sono stato, per un po’ di tempo, felice;
ho assaporato la gioia delle cose che mandavi intorno a me,
ho goduto del Tuo amore che io ritrovavo ogni giorno scoprendo un gioco nuovo.
Ma poi, Padre mio, io sono cresciuto, sono diventato adulto, sono diventato un uomo
e Tu non mi hai più dato felicità ma soltanto dolore;
e ho conosciuto la sofferenza ogni giorno.
Hai fatto di tutto per me, Padre mio, anche se non ne comprendo le motivazioni,
anche se ne intuisco la causa, mi hai fatto soffrire in ogni modo:
mi hai privato delle cose che più amavo,
mi hai privato di un figlio,
mi hai privato di un amore al quale volevo dedicare tutta la vita.
Mi hai provato mettendomi ultimo in mezzo agli uomini.
Mi hai fatto soffrire togliendomi la possibilità di diventare una persona importante,
rispettata dagli altri, amata, richiesta.
Ma perché, Padre mio, tutta questa sofferenza?
Perché, Padre mio, non hai continuato a infondermi,
a darmi quella felicità che io godevo nei primi giorni della mia vita?
Aiutami, Padre mio!
Aiutami a comprendere il perché di tutto questo, dammi la mano,
dammi la mano
perché voglio capire, Padre mio!
Viola

Figlio mio, ho ascoltato le tue parole ed è per questo che ora, in qualche modo,
io
faccio giungere a te la mia voce anche se so che molto facilmente, figlio,
tu non vorrai
ascoltarla; so che molto facilmente preferirai distogliere la tua attenzione
per cercare di
seguire ciò che, magari, anche soltanto a mezzo metro di distanza
starà accadendo
sul tuo piano di esistenza.
Figlio mio, tu ti lamenti della tua sofferenza,
e tendi a far risalire la causa di questa tua sofferenza fino a me,
come se io, figlio mio, potessi divertirmi a creare per te dolori,
affanni, tristezza, e non ti rendi conto, figlio, che questi dolori,
questi affanni, questa tristezza nascono in te perché tu stesso,
con le tue mani, li stai facendo nascere,
perché tu stesso ti immergi così completamente e totalmente soltanto
in ciò che riguarda l’esteriorità da dimenticarti di creare in te stesso quei supporti,
quegli aiuti, quelle grucce che potrebbero farti superare senza
fatica
anche il più grande affanno.
Figlio mio, se tu non riesci neppure ad ascoltare per un attimo il silenzio,
se il restare in silenzio provoca in te nervosismo, imbarazzo, tensione,
impazienza, come puoi pensare di riuscire ad ascoltare il tuo essere?
E se non riesci ad ascoltare il tuo essere, figlio mio,
a che scopo rivolgi a me delle
preghiere che, tanto, non potresti poi vedere esaudite
sotto forma di discorso perché il mio discorso, figlio, passerebbe attraverso il tuo intimo?
Comunque io continuo a parlarti, figlio,
poiché il tempo per me non ha importanza e le mie parole, in un modo o nell’altro,
continuo a inviarle, siano esse parole che giungono da un tuo fratello,
siano esse parole che giungono da un fiore, da un tramonto, da un’aurora, da una notte;
e se non sarà oggi sarà domani, se non sarà domani sarà tra
mille anni, figlio mio,
ma tu riuscirai a sentire le mie parole che il vento, in continuazione,
ti porta.
Moti


 

 


Padre, Padre mio, ancora una volta hai permesso
che la Tua voce giungesse a me attraverso i Tuoi messaggeri,
ed ancora un’altra tristissima volta, Padre mio,
io mi chiedo a quanto tutto questo mi possa servire,
osservandomi nella vita di tutti i giorni in cui dimentico i momenti di serenità,
i momenti di pace, i momenti quasi di beatitudine e divento l’essere meschino
che continua sempre e soltanto a pensare a se stesso,
e non sa rivolgere lo sguardo attorno per asciugare anche una sola lacrima
ad un proprio fratello.
Padre mio, a cosa servono questi Tuoi messaggeri
quando io vado nel mondo spinta
soltanto dal desiderio di guadagnare,
di possedere, di mettere in mostra il mio Io, di fare opere d’arte, di scrivere,
di parlare, di far godere gli altri di queste mie capacità quando Tu, invece,
attraverso i Tuoi messaggeri, mi insegni l’umiltà, la semplicità,
mi insegni a godere anche del solo silenzio?
Padre mio, è inutile che Tu continui ad inviarmi queste voci,
è inutile che Tu cerchi di farmi maturare,
perché io continuo inevitabilmente ad essere l’uomo egoista
che ancora oggi sento dentro di me.
Se solo Tu potessi aiutarmi, Padre mio,
se solo Tu fossi in grado di darmi un’indicazione,
ma non soltanto semplicemente attraverso queste voci che restano voci e basta,
ma direttamente con qualcosa di vero 
e di tangibile
che mi gratifichi in qualche modo nel mio Io più profondo,
allora anche io, Padre mio, riuscirei a sorridere veramente.
Non più parole quindi, Padre mio,
ma qualcosa di più. Grazie.
Viola

Figlio mio, tu ti aspetti da me ciò che io non voglio fare,
tu ti aspetti da me che io dia corpo ai tuoi desideri,
che io accontenti i tuoi bisogni,
che io appaghi ciò che tu vuoi non soltanto pregando
ma esigendo addirittura che io faccia ciò.
Eppure, figlio mio, se io ti ho dato una mente è stato perché tu imparassi
ad usare questo strumento così sensibile che io per te ho creato,
è stato affinché tu riuscissi ad impadronirti della logica e – attraverso la logica –
rendere più giusti, più veri, più indirizzati verso me i tuoi pensieri e i tuoi desideri.
Se tu ti ascoltassi, figlio mio, allorché chiedi, implori e pretendi,
se tu stessi attento all’assurdità delle tue parole,
se tu usassi le tue parole per vagliare con attenzione ciò che tu dici,
stai pur certo, figlio mio, che il tuo viso diventerebbe rosso e taceresti.
Pensi davvero che io possa fare per te ciò che tu stesso non riesci a fare?
Pensi davvero che riuscirei a convincerti senza arrivare alla costrizione?
Perché nessun individuo può essere veramente convinto contro la sua volontà.
Pensi davvero che io per te potrei creare qualche fenomeno meraviglioso,
inaudito e strabiliante che possa far breccia nel tuo non credere,
che possa far sì che tu da un momento all’altro trovi la fiducia
non soltanto in me ma addirittura in te stesso?
Io ti garantisco, figlio mio, che per quante meraviglie per te abbia posto nel mondo,
per quante meraviglie per te abbia posto su quei piani che tu non conosci,
per quante meraviglie io, soprattutto, figlio mio, abbia posto al tuo interno,
non ve n’è nessuna che possa essere per te convincente se tu non vuoi essere convinto.
La tua preghiera, quindi, figlio mio, è raccattata dal vento ma è dal vento dispersa.
E la mia risposta, figlio mio, io l’ho affidata al vento
ma tu non sei stato capace di afferrarla.
Scifo


 

 


Padre, Padre mio, mio Creatore,
Tu mi
hai dato la possibilità d’essere testimone di fenomeni strani, inusitati,
di fenomeni che hanno sconvolto il mio credo interiore,
che hanno cambiato il corso della mia esistenza,
che hanno dato un colore diverso alla mia vita,
passando da un grigio squallido ad intensi colori di luce.
Le parole che Tu hai affidato ai Tuoi messaggeri affinché esse giungessero a me,
erano talmente dense di significato che non sarebbe sufficiente una vita
per riuscire veramente a comprenderle.
Questo dicevo.
Ma adesso mi rendo conto, Padre mio, Altissimo Signore e mio Creatore,
che questi Tuoi messaggeri continuano a giungere a me per ripetere sempre le stesse cose;
non trovo infatti in ciò che Tu ora mi mandi nulla di veramente nuovo e originale;
ed io allora mi chiedo, Padre mio, che senso ha continuare a ripetere le stesse cose,
continuare a dirmi che devo amare gli altri miei fratelli come me stesso,
continuare a dirmi che devo essere sincero con me stesso e sincero con gli altri,
continuare a ricordarmi di dire sempre la verità anche al prezzo di creare
al mio interno della sofferenza?
Padre mio, mi chiedo che senso ha continuare a pensare che l’evoluzione
alla quale io dovrò giungere è così lontana, ma veramente così lontana,
che tutto questo mi appare quasi come un gioco senza senso?
Perché dunque affaticarTi ancora affinché le Tue parole giungano a me,
perché permettere che io possa continuare ad ascoltarle,
perché non far sì che quanto viene speso in fatica, in lavoro, in energia,
non venga usato diversamente a convincere colui che a tutto questo non vuole credere?
Padre mio, mio Creatore, prima di continuare a parlarmi degli stessi concetti
Ti prego di dare una risposta ad un dubbio, ad un’idea,
ad un qualcosa che da più tempo giace dentro di me:
perché non usare tutto ciò che stai usando per far parlare i Tuoi messaggeri,
per creare invece un fenomeno meraviglioso, fantastico,
che possa dare la certezza a tutti gli altri che Tu esisti veramente?
Michel

Figlio mio, se tu pensi veramente che possa essere il fenomeno meraviglioso,
il fenomeno fantastico a darti la certezza, significa mio caro che ben poco hai capito
di ciò che volevo dirti; e se tu, figlio mio, quasi con rammarico mi chiedi
perché ti sto ripetendo le stesse cose da anni,
quasi con tristezza mi chiedi perché non ti ho dato nulla di nuovo,
io non posso dare una risposta al tuo chiedere se non rivoltando la domanda;
infatti, figlio mio, io qui ed ora ti chiedo:
e tu, da queste mie parole, da secoli ripetute, quanto sei riuscito a cambiare?
Per quanto sia vero che da anni ripeto le stesse cose,
per quanto sia vero che da secoli si ripete lo stesso insegnamento,
è vero che tu oggi come oggi, così come eri ieri,
e così come probabilmente sarai domani,
ancora non hai imparato – solo per fare un esempio – ad avere rispetto
per te stesso, per i tuoi compagni di viaggio, per i tuoi fratelli,
ad un punto tale affinché tu ti possa chiamare veramente
Uomo.
Viola


 

 


Se io potessi ascoltarti, Padre mio,
se io non fossi così pronto a tapparmi le orecchie
per non udire ciò che, in mille modi diversi, Tu fai arrivare fino a me,
se io non fossi così intento a perseguire i miei fini egoistici
da non porre attenzione alle tante voci che mi parlano in Tuo nome,
se io non fossi così intento a captare i rumori del mondo materiale
da non porgere ascolto alla Tua voce che parla ininterrottamente
anche attraverso i palpiti della mia coscienza,
cosa Ti udrei dire per rammentarmi i miei doveri
nel percorrere questa strada inusuale che cerco di seguire
per
ricongiungermi a Te?
Moti

Dal momento stesso che tu ti fermi ad ascoltare, figlio mio,
è tuo dovere cercare di capire fino in fondo;
è tuo dovere ascoltare non solo ciò che ti gratifica
ma anche ciò che ti colpisce perché se
!a freccia giunge al tuo cuore
ciò accade perché hai lasciato i! tuo cuore dove non dovevi lasciarlo;
è tuo dovere esprimere il tuo pensiero su ciò che ti viene detto
dimostrando a te e agli altri 
che non partecipi solo per fare atto di presenza,
o per non sentirti escluso da qualcosa che, in qualche modo, sembra elevare dalla massa;
è tuo dovere confrontarti con le parole che ti vengono rivolte e,
ove tu le ritenga giuste e
giustificate, cercare di correggere te stesso
facendole diventare un tuo sentire;
è tuo dovere prendere g!i insegnamenti che ricevi e cercare di applicarli
prima di tutto su te stesso, perché solo così darai mostra a chi non riesce ad accettarli
che essi, se vissuti giustamente, hanno il potere di mutare l’individuo e,
attraverso di lui, il mondo
intero;
è tuo dovere essere condiscendente verso chi non la pensa come te
e non voler imporre ciò che credi giusto, perché le parole giuste sono Mie parole,
e le Mie parole non hanno bisogno di apostoli ma entrano e si fermano nell’animo
di colui che è pronto a riceverle e a farne buon uso;
è tuo dovere accettare !e critiche e non criticare ricordando che il tuo diritto
ha gli stessi confini dei diritti altrui e, se Mi ami davvero,
devi saper accettare con un sorriso che da
altri venga varcato il tuo confine
senza avere l’idea di varcare tu, a viva forza, il confine
altrui;
è tuo dovere dare spazio agli altri senza imporre !a tua presenza
e senza pretendere attenzione per te stesso invece che per altri,
perché come puoi giudicare e comprendere se una parola,
una carezza o un’azione sono più urgenti per te o per un tuo fratello?
È tuo dovere rispettare chi parla e chi ascolta
senza impedirgli di parlare o di ascoltare,
così come vorresti che a te fosse permesso di parlare e di ascoltare
quando è il tuo momento di farlo;
è tuo dovere essere sincero con chi ti sta a fianco
senza mascherarti con falsi sorrisi o con voluta indifferenza
perché sai bene quanto male faccia scorgere un falso sorriso
o sentirsi ignorati volutamente;
è tuo dovere non fare delle parole che ti vengono rivolte una scusa
per un tuo agire sbagliato, per un nascondere il braccio dopo aver scagliato la pietra,
attribuendo ad altri la responsabilità di un’azione che appartiene solamente a te;
è tuo dovere non fare delle parole dei Miei figli l’unico scopo della tua vita,
dimenticando che per quanto importanti esse siano non lo sono a tal punto
da farti trascurare i tuoi doveri di uomo, di sposo, di figlio e, soprattutto, di genitore;
è tuo dovere non fare delle parole dei Miei figli un testo sacro
senza il quale non avere il coraggio di agire e di pensare,
un oracolo al quale ricorrere per non prendere da te solo la responsabilità delle tue azioni,
perché questo farebbe di esse non solo una cosa priva di vero valore
ma addirittura una causa di inibizione del tuo sviluppo;
è tuo dovere accettare e vivere ciò che ritieni giusto,
ma rifiutare e chiedere spiegazioni su ciò che ti sembra errato,
partecipare attivamente e non estraniarti,
essere, insomma, caldo o freddo ma non essere tepido
perché la tepidezza non porta al tuo intimo e,
quindi, a Me;
è tuo dovere, figlio Mio, osservarti come sei e modificarti, dopo esserti compreso,
perché dal tuo lavoro su te stesso dipende non soltanto la tua vita e quella dei tuoi cari,
ma la vita di ogni Mia creatura;
è tuo dovere dare agli altri anche il poco che ti è possibile donare
ma è anche tuo dovere accettare con gioia dagli altri ciò che gli altri ti donano,
senza pensare a doverlo restituire un giorno,
senza la paura di restare obbligato e condizionato,
perché quanto ricevi in dono è sempre un Mio dono
e Io non mi attendo da te alcuna ricompensa.
Se sei qui per imparare come dici, figlio Mio, sforzati di farlo,
se sei qui per cambiare te stesso cerca in tutti i modi di non ristagnare,
se sei qui per comprendere approfitta delle possibilità che ti vengono offerte,
se sei qui per conoscere non imporre limite e direzione alla tua conoscenza,
se sei qui per dare agli altri abbandonati alla gioia di dare
senza distinguere tra giovane e vecchio, simpatico e antipatico,
intelligente e sciocco, buono e cattivo,
perché ricorda,
figlio Mio, che in ogni creatura Io sono
e ciò che dai ti verrà reso in misura maggiore.
Figlio Mio, i tuoi doveri non li scrivo a lettere di fuoco sulla lapide
perché nessuna lapide può conservarli così a fungo
quanto lo fa la Mia voce che parla dentro di te;
e non ho posto angeli caduti sul tuo cammino per punire i tuoi errori,
né giudici per decidere le tue pene o per emettere giudizi sul tuo operato:
per te non ho posto altro carceriere, altro giudice e altro aguzzino che te stesso.
Sii ciò che sei il più profondamente possibile, figlio Mio,
e scoprirai che le voci dei fratelli che vivono con te nel mondo della materia,
e la tua stessa voce, non sono, in verità, che un’unica voce, la Mia,
e allora niente e nessuno dovrà rammentarti i tuoi doveri
perché tu stesso sarai !a luce che li sussurra all’universo.
Viola


 

 


Quando comprenderò con tutto me stesso che «Tutto È Uno»
che sarà di me, Padre?
Moti

Tu non avrai più la tua famiglia,
ma ogni uomo, animale, pianta, cristallo
sarà un membro della fratellanza universale.
Non ti vedrò più lavorare al fine di raggiungere
maggior prestigio e maggior guadagno,
ma il tuo lavoro sarà eseguito nella coscienza
di contribuire nel tuo possibile a creare un mondo
in cui la Mia voce sarà la voce del Tutto.
Non avrai più amici perché non considererai più alcun nemico:
e quando darai, lo farai 
senza bisogno che il dare ti venga richiesto
e senza che esso venga dettato dai tuoi bisogni personali.
Non avrai più padroni, dipendenti, superiori e inferiori,
ma in ogni altro tuo simile tu vedrai te stesso in una delle tante tappe
che avrai percorso o che dovrai ancora percorrere.
Le tue preghiere non avranno più un indirizzo e una forma,
ma la tua vita, i tuoi pensieri, le tue parole e i tuoi sentimenti
diverranno essi stessi, senza intenzione, preghiere.
Perderai la passione, l’orgoglio, l’invidia,
tutto quello che hai o che desideri avere.
Il desiderio, la presunzione non ti spingeranno confusamente
verso la ricerca di Me 
perché Io ti apparirò presente in tutto ciò che ti circonda
e ciò che Io ad ogni istante ti donerò ti basterà per sentirti appagato,
unito e inscindibile da ogni creatura che Io ho posto per te sulla tua via.
Non avrai più bisogno di chiamarmi,
di cercarmi, di adularmi, di combattermi,
di rifiutarmi, di accettarmi, di capirmi,
perché Io sarò te e tu sarai Me in un modo così profondo
che di nient’altro avrai bisogno 
che di questa consapevolezza.
Se sorriderai diventerai il Mio sorriso,
se porgerai aiuto sarai la Mia mano,
se consolerai sarai una Mia carezza,
se accetterai un’offesa sarai la Mia carità,
se parlerai sarai la Mia voce,
se abbraccerai sarai la Mia dolcezza,
se sopporterai sarai la Mia pazienza,
se perdonerai sarai la Mia pietà,
se amerai sarai il Mio amore
e ciò che darai ad ogni Mio atomo
Ci apparterrà per sempre, figlio Mio.
Viola

Meditazioni quotidiane 2.2

 

 


A te, Padre mio, con tutto l’amore che conosco,
io rivolgo 
il mio ringraziamento.
Certo non tutto ciò che Tu mi invii
è
facile da affrontare,
certo alla mia mente
avventata
sembrano molti di più i momenti di dolore,
di sofferenza che i momenti di gioia e di felicità,
ma, quando il vento che mi ha portato con sé
smette di soffiare ed io riesco a trovare in me
un attimo per guardare indietro,
mi accorgo che, alla fin
fine, gioia e dolore,
finiscono per equivalersi e sono stato io, soltanto io,
nella mia avventatezza, che non ho saputo vivere intensamente
la gioia tanto quanto ho  vissuto intensamente il dolore,
che non ho saputo assaporare ogni aspetto della mia vita,
che pure esiste per me, è così per me,
per farmi crescere, non per punirmi o per altre motivazioni.
Con quelle poche parole, Padre mio,
che io riesco a trovare faticosamente nella mia mente,
Ti ringrazio comunque e sempre
per avermi dato quel dono che è la vita,
che così spesso io non riesco a riconoscere come tale.
Grazie, Padre mio, comunque e sempre.

Moti


 

 


Grande Spirito che tutto circondi,
io mi riconosco nelle tue creature,
siano esse una pianta,
siano esse un animale,
siano esse un essere umano,
ma questo purtroppo accade soltanto a tratti,
perché se davvero io mi 
riconoscessi in Te,
attraverso la 
mediazione di tutto ciò che mi circonda,
in quell’attimo non avrei più bisogno di tornare a vivere.
Eppure sono proprio quei momenti,
Grande Spirito, Padre mio,
che mi spingono e mi danno la forza
per andare avanti.

Hiaiuatha


 

 


Padre mio se quanto accade,
accade per il 
nostro bene,
perché è necessario che accada,
fa sì che io, comunque, non resti insensibile
ciò che avviene, ma trovi in me un motivo in più
per proiettare al mio interno l’esperienza 
di chi sta soffrendo
così da arrivare a comprendere ciò che io devo comprendere,
in modo tale che, un domani, altre persone non debbano soffrire
altrettanto per aiutare la mia comprensione.
Padre mio, aiutami ad essere d’esempio agli altri
affinché chi, per cattiva comprensione, cerca di prevaricare gli altri,
riesca, osservandosi, anche magari soltanto per un momento,
a fermare il suo agire e a rendersi conto di quanto sta facendo.
Padre mio fa sì che io non sia passivo di fronte alla Realtà,
ma collabori con essa, 
affinché il fine ultimo
venga raggiunto in 
armonia, da tutti.

Moti


 

 


Padre mio, nella mia vita di tutti i giorni,
a volte riesco anche a trovare un momento
per
distogliermi dal mondo e cercare la Verità.
I miei occhi, allora, si volgono intorno,
osservano ciò che li circonda;
le mie orecchie 
si tendono ad ascoltare
anche il più piccolo 
suono alla ricerca di una parola di Verità;
la mia mente analizza, esamina, critica, giudica;
tutto il mio essere, in fondo, è teso verso la ricerca,
eppure, Padre mio, la verità sembra allontanarsi sempre di più da me,
e come un fantasma malizioso mi sfugge tra le dita
non appena sembra che io stia per afferrarla,
e mi schernisce, mi deride e sparisce dietro 
all’angolo della mia mente.
Padre mio, aiutami, Ti prego:
se io sento 
interiormente questo bisogno di Verità,
se io sento che conoscere la Verità può darmi pace,
può farmi essere diverso,
fa qualche 
cosa Tu, Tu che tutto puoi,
per aiutarmi in 
questa mia ricerca affannosa
e così spesso 
disperata!

Moti


 

 


Padre mio, io non riesco ad accettare le persone intorno a me,
questa mia difficoltà ad accettare mi sembra che punti il dito accusatore
verso di me per dirmi: «Tu, che non
accetti gli altri,
è semplicemente perché non accetti te stesso».
È facile dire così, certamente sono lontano dall’accettare veramente me stesso,
così
come sono lontano dall’accettare veramente gli altri,
ma questa «accettazione» che io
cerco, so davvero, sento davvero che cosa è?
È una cosa dettata dalle leggi del vivere comune,
è una cosa dettata dagli archetipi sociali,
è una cosa dettata dai dogmi della
religione o è qualcosa di diverso,
qualcosa che devo sentire nascere e premere,
e crearsi e crescere dentro di me,
come se fosse
un  «mio» archetipo personale che, solo,
indica quello che io devo fare, raggiungere, sentire?
Forse, Padre mio, se io mi preoccupassi meno di quello che gli altri pensano di me
e di più di ciò che io penso di me stesso,
gran parte dei miei problemi avrebbero un altro significato e un altro senso.

Rodolfo


 

 


Padre mio, lo so che tutto quello che mi accade ha una sua ragione di esistere,
sono consapevole del fatto che ogni esperienza nel corso della mia vita
si presenta per aiutarmi a comprendere, a migliorare, ad avvicinarmi a Te passo a passo;
io cerco con tutta la mia forza, con le possibilità che ho per poterlo fare,
di rivolgermi verso di Te, a volte scegliendomi dei modelli da seguire
per poter riuscire – attraverso questi modelli – ad arrivare a identificarmi
sempre di più con l’idea che ho di Te, Padre mio.
Ma ahimè, io sono soltanto un pover’uomo, sono un figlio della realtà fisica,
con i legami, i condizionamenti, le strategie del mio Io che mi rendono ciò che sono
e ciò che manifesto all’interno della realtà fisica in cui mi trovo a fare esperienza;
e così accade spesso che persino la scelta dei miei modelli non sia la migliore che io potessi fare.
E poi perché scegliere un modello quando esisti Tu, Padre mio,
unico e vero – anche se inesprimibile modello – che parli dentro di me?
L’ascoltarti potrebbe rendere la Tua voce così forte e così limpida,
così pura da permettermi – se riuscissi ad ascoltarla con attenzione,
ad osservarla con attenzione – da modificare veramente il mio essere,
senza per questo arrivare ad accomodamenti o a compromessi
con quella che è la realtà esterna?
Questa realtà esterna che è fatta di continue maschere che io devo calare su ciò che sono;
questa realtà esterna che mi impone delle scelte che a volte preferirei non fare;
questa realtà esterna che mi presenta un mondo governato da individui
che non hanno una consapevolezza di se stessi ma sono, in realtà, guidati soltanto,
accecati sempre, da ciò che il loro Io reclama a gran voce per la sua volontà di potenza.
Padre mio, che vita difficile quella in cui sono immerso!
Eppure sarebbe tutto così semplice,
se io riuscissi a comprendere veramente chi sono e cosa sono.

Moti


 

 


Padre mio, com’è difficile questa vita che Tu mi hai donato!
Com’è difficile percorrere la strada che Tu hai tracciato
e che con tanta facilità io perdo di vista nel mio affannoso,
faticoso andare avanti!
Molte sono le cose che mi distolgono dal sentiero,
tante sono le paure che rendono
incerto il mio camminare;
tanti, tantissimi
sono i desideri che mi fanno perdere di vista
per un attimo, o per intere vite, qual è la
direzione giusta che stavo percorrendo.
Eppure, alla fine, Padre mio, so che la strada è sempre lì,
e sono certo che non la perderò mai veramente
perché la Tua voce mi chiama comunque in continuazione,
senza sosta, con amoroso e sollecito affetto,
ed è a questo
amoroso e sollecito affetto che io affido la mia vita,
la mia esistenza,
i miei dubbi, le mie paure, i miei desideri,
le mie fatiche, le mie ore, i miei giorni,
il mio essere qui, in Te e con Te.

Rodolfo


 

 


Padre mio, oggi, nel corso della mia vita, ho fatto una scoperta
e, per un momento, mi son sentito Cristoforo Colombo che scopriva l’America:
ho scoperto che sono capace di
aprirmi agli altri,
che sono capace di mostrare agli altri quello che ho dentro,
frapponendo un’infima parte delle barriere
che sono così bravo ad esibire normalmente.
E allora – mi sono chiesto – perché non l’ho mai fatto?
Perché, con tutte le possibilità che l’esistenza mi ha presentato,
ho preferito selezionare il mio darmi agli altri,
ho preferito negarmi a volte, ho preferito ammantarmi di tristezza,
o di delusione, o di vittimismo, allontanando gli altri da me,
invece di andare col cuore in mano e vedere se qualcuno lo poteva prendere?
Qual è la ferita che avevo paura di mostrare?
E ancora: “Ma c’era davvero questa ferita o, ancora una volta,
era una mia illusione, era un mio modo sbagliato, un mio timore,
una mia emozione fuori luogo?”
Questi saranno gli ultimi interrogativi che accompagneranno la mia esistenza
e ai quali dovrò dare una risposta che mi permetta di non ricominciare da capo
con gli stessi errori e le stesse sofferenze la prossima vita.
Magari adesso che, dopo essermi donato agli altri,
ho scoperto che si può stare meglio anche con un piccolo atto come questo,
forse riuscirò a farlo ancora con maggiore facilità
e questo già potrà essere un aiuto, Padre mio.

Scifo


 

 


Padre mio, io mi guardo attorno ad ogni istante
che passo lungo la mia strada faticosa e resto colpito,
emozionato, frastornato da ogni cosa nuova che incontro
e che mi fa comprendere quanto poco, in realtà, io conosca
e sappia.
In quei momenti, in quei rari, rarissimi momenti,
io riesco per un attimo a trovare veramente in me il senso dell’umiltà:
allorché mi sento sperduto, piccola goccia di colore anonima
– ma non per questo meno importante – sulla grande tela che Tu,
con
infinita pazienza, costanza e bontà hai creato.
Eppure, tendo l’attimo successivo a dimenticarmi
di quel senso di piccolezza di cui mi ero impadronito,
tendo a pensare a me stesso come se fossi il centro intero dell’universo
e non soltanto il piccolo centro del mio universo personale
del quale io sono abituato a considerarmi signore onnipotente e padrone;
perdo il senso della vastità del Tuo «Disegno»,
perdo il senso della grandezza, delle sfumature,
delle variazioni che Tu hai saputo creare,
perdo il senso della realtà delle altre gocce che sono sulla tela assieme a me
e me ne sto nel mio angolo, rappresentazione spesso statica
di qualcosa che possiede in se stesso, per sua stessa concezione,
una dinamicità estrema che permea tutto il Disegno
pur
rendendolo apparentemente fermo.
Eppure, Padre mio, non è che non desideri essere umile,
non è che io voglia con tutto me stesso cercare di essere migliore di come sono,
e allora arrivo a chiedermi:
«Ma sarà davvero, poi, colpa mia, responsabilità mia se io sono ciò che sono,
o non sarà semplicemente che io sono così perché così è stato dipinto nel Tuo Disegno
e, per non scombussolare tutto il Tuo lavoro, io devo per forza di cose adeguarmi ad esso?».
E allora, a questo punto, mi chiedo ancora:
«Ma quale è, in fondo, la mia vera responsabilità?
Di quanto o di cosa io posso essere responsabile? Di ciò che faccio?
Ma ciò che faccio è scritto, è dipinto, Tu l’hai dipinto;
quindi – semmai – Padre mio, la responsabilità non può essere che Tua!
Di ciò che dico?
Ma ciò che dico io lo dico perché Tu, Padre mio,
hai scritto che io lo dica, e allora come posso essere responsabile di questo?».
Tutto ciò che io sono, in fondo, risponde a queste caratteristiche
e tutto questo sembra riportarmi allora a considerare la responsabilità
sotto un altro punto di vista, finendo poi col portarmi a concepire
una responsabilità infinita che non mi appartiene
ma che appartiene soltanto a Te;
e anche se io non comprendo la necessità del Disegno,
anche se io non comprendo la necessità della sofferenza,
anche se io non comprendo la necessità della morte, del
dolore,
delle disgrazie, della solitudine, della disperazione,
allora, malgrado questo, io non posso far altro che dire:
«Sia fatta la Tua volontà» perché la responsabilità, Padre mio,
non può essere che Tua.
Tutto ciò che posso fare, o cercare, o illudermi di cercare qualcosa di più,
è cercare, o illudermi di cercare di conoscere più di quello
che un attimo prima conoscevo;
cercare, o illudermi di cercare di aiutare le altre persone;
cercare, o illudermi di cercare di essere migliore;
ma quell’immagine sulla tela, Padre mio,
esiste davvero, o anch’essa è soltanto un’illusione nella Tua Realtà?

Scifo


 

 


A Te Padre mio, ancora una volta mi rivolgo,
ma questa volta non per porti delle domande,
bensì per rivolgerTi certi pensieri che sono, spero, delle mie acquisizioni.
Io, Padre mio, sono immerso in questa materia che Tu, con una fantasia inimitabile,
hai saputo plasmare, creare, modificare, rendere sempre diversa attimo dopo attimo,
e con la mia consapevolezza, con la mia coscienza
sospesa tra cielo e terra,
sospesa tra la realtà fisica e la mia parte spirituale,
io mi trovo a dover affrontare giorno dopo giorno l’incontro
con gli avvenimenti che nella Tua materia fisica si svolgono.
Com’è facile, Padre mio,
com’è facile – per me e anche per tutte le Tue creature – arrivare a considerare
questa vita che Tu ci hai donato come se fosse continuamente una fonte
di
inesauribile e inevitabile sofferenza;
eppure, Padre mio, io sento che così non è, così non può essere,
perché questo non rientrerebbe nella logica della Tua essenza,
non potrebbe rientrare nel Tuo modo di essere il voler far soffrire
in continuazione coloro che da Te stesso sono scaturiti.
Questo – al di là di ogni discorso filosofico, al di là di ogni ragionamento mentale,
al di là di ogni insegnamento che io possa affrontare –
e solo questo pensiero mi basta per comprendere che la sofferenza che incontro
è una sofferenza che esiste soltanto perché in tal modo io la vivo.
Oh, certo, tra i miei compagni di viaggio c’è chi può aver perso
improvvisamente un
amore, che, inaspettatamente, ha visto spezzarsi quel filo,
quel legame che univa due persone e che sembrava essere indissolubile,
e questa persona certamente mi dirà che la sofferenza non è solo sua,
che in fondo colui o colei che ama o che ha amato,
e che amerà probabilmente per tutta la vita, non esiste più
e, quindi, la sofferenza non può essere soltanto una cosa sua.
Eppure io penso che quando sono nato, Padre mio,
nel momento stesso in cui ho cominciato ad aprire gli occhi alla vita,
in quello stesso momento ho incominciato a morire
e l’idea della morte mi ha accompagnato per tutta la vita.
Fin dai primi anni ho compreso che, prima o poi, non soltanto gli altri individui
ma anche lo stesso Io che sperimenta la materia in questo momento
abbandonerà il piano fisico.
Ecco così che l’idea della morte è diventata per me
– che io lo volessi o meno – familiare.
Certamente, posso non avervi posto molta attenzione,
come sempre accade quando le cose sembra che succedano agli altri
e che siano così lontane, ma col passare degli anni,
con i giorni che hanno portato via a poco a poco molte persone care,
ecco che quest’idea si è fatta sempre più vicina a me e, quindi, non mi sembra giusto
né logico pensare che io non potessi veramente essermi quasi arreso,
abituato all’idea che la morte prima o poi mi avrebbe toccato molto più da vicino
di quanto potessi pensare e che quindi, conoscendo questo fatto come una cosa vera,
la sofferenza sarebbe stata per me certamente non annullata,
ma quanto meno compensata dalla comprensione di un fatto che comunque,
prima o poi, sarebbe accaduto.
Certo, l’essere immerso nella materia costituisce uno dei miei più grandi limiti,
ma è soltanto un limite apparente, Padre mio,
io lo so;
io lo so, per aver sentito le voci dei Tuoi figli, che ciò che osservo non è la Realtà,
la Realtà più grande, definitiva, ma è soltanto la copertura di una realtà immensa
di cui io conosco solamente una piccola porzione e forse, Padre mio,
forse ho anche compreso il perché di questa limitazione,
forse sono arrivato a comprendere che se davvero non avessi questa limitazione
e potessi vedere tutta la realtà fin dal mio primo incarnarmi,
resterei talmente annichilito da ciò che potrei vedere e conoscere
da trovarmi completamente bloccato nella mia evoluzione.
E poiché, Padre mio, l’idea di Te, che mi accompagni con la Tua bontà
lungo il cammino per condurmi per mano fino a congiungermi,
a diventare una vera parte di Te, mi appartiene e non mi lascia mai
anche quando io da essa distolgo l’anima,
proprio per questo motivo, Padre mio,
io sono convinto, sono certo e so, sento, comprendo,
che tutto ciò che mi accade non può accadermi altro che per il mio bene
e la mia crescita, e per questo,
Padre mio,
ti son grato e ti ringrazio.

Moti


 

 


Padre mio, quante volte io mi osservo nelle mie giornate,
guardo i miei comportamenti,
i miei atteggiamenti,
osservo ciò che io sono, ciò che mi sforzo di essere,
ciò che voglio apparire di essere,
e quante volte – nel corso di questa mia osservazione interiore –
scopro in me stesso cose di cui non sospettavo neppure minimamente la presenza.
E  allora, come tutte le creature ferite nelle proprie aspettative,
la scoperta di come veramente sono porta con sé la sofferenza;
e l’incontro con la sofferenza,
Padre mio,
mi porta quasi inevitabilmente
a reagire ad essa
mettendomi, di fronte
al mondo che mi sta dinanzi,
una maschera dopo l’altra per non apparire come colui che soffre,
per apparire come colui che è sicuro
di sé, come colui che sa,
come colui che può, come colui che ha capito,
come colui che ha compreso la vita e guarda talvolta da un gradino più alto
i propri fratelli a voler significare, quasi con una certa sufficienza,
che comprende i loro problemi perché egli li ha già ormai superati.
Poi, altrettanto inevitabilmente, qualcosa scatta al mio interno
e allora finisco col ritrovare quel minimo di umiltà
che è necessaria per andare oltre a tutto questo,
e allora mi
osservo con maggior attenzione
e le mie maschere cadono ai miei piedi una dopo l’altra
come fittizie creature che non hanno alcuna vera ragione di esistere,
e il mio mostrarmi agli altri diventa un essere me stesso
consapevole dei difetti e anche dei pregi derivanti dalle comprensioni raggiunte;
e l’umiltà che sgorga dentro di me come un piccolo timido fiume
riesce a farmi restare in secondo piano
anche quando mi rendo conto che sarebbe molto facile ergermi
a protagonista della scena se soltanto lo facessi
e se soltanto un attimo prima l’avessi voluto fare.

Anonimo


 

 


Una cosa mi chiedo, Padre mio:
io mi guardo nel mio essere in contrasto con gli altri;
io mi guardo nel mio voler essere più degli altri;
io mi guardo nel mio lottare con gli altri e con me stesso;
io mi guardo nel mio essere io tutti i giorni,
un giorno dopo l’altro, e mi chiedo:
«Ma se davvero voglio cambiare la mia vita,
allora perché non la cambio?»

Moti


 

 


Quante volte Padre mio,
quante volte io potevo comprendere
e non ho compreso.
Quante volte Padre mio,
potevo fare e non ho fatto.
Quante volte Padre mio,
io potevo aiutare eppure non ho aiutato.
Quante volte Padre mio,
ho proiettato me stesso lontano
quando c’era bisogno di me vicino.
Quante volte Padre mio,
mi sono dimenticato della Tua esistenza
per cercare soltanto ciò di cui avevo bisogno,
senza rendermi conto che c’erano altri bisogni
di cui ero responsabile.
Cosa devo fare, Padre mio,
sentirmi in colpa per questo?
Proprio tu mi hai insegnato
che sentirsi in colpa non serve a nulla.
Tutto ciò che posso fare, Padre,
è cercare da domani di essere diverso.

Moti


 

 


Padre, perdonami l’orgoglio
che mi impedisce di chiedere scusa per un mio errore,
quello stesso orgoglio che non mi fa piegare di fronte all’altrui ragione,
quello stesso orgoglio che mi fa incrinare un matrimonio,
rovinare un rapporto, sciupare un’amicizia,
piuttosto che chinare il capo ed ammettere
di avere errato.
Ti prego, Padre mio, perdonami anche per quell’orgoglio
che non mi fa accettare le idee degli altri,
che mi impedisce di sentirli miei fratelli
anche nei momenti in cui mi rivolgono delle critiche
– giuste o sbagliate che esse siano –
che non mi fa comprendere che un rimprovero, una opposizione,
possono anche essere segno di aggressività repressa
ma sempre sono segno di non indifferenza,
cioè d’amore nei miei confronti.
Concedimi il Tuo perdono, Padre mio,
per tutte le lacrime che, per orgoglio,
non ho
lasciato sgorgare dai miei occhi.
Tu lo sai che c’erano, ed erano copiose dentro di me,
ma sai anche quanta fatica mi costa mantenere integra
la mia immagine di essere orgoglioso, forte,
invulnerabile alle avversità, intoccabile dal dolore.
Aiutami, Ti prego, Padre mio,
a trovare l’unico orgoglio che veramente valga la pena di possedere:
quello di sentirmi una Tua creatura
e di poterTi chiamare Padre.

Viola

L’orizzonte della stabilità interiore e la chiara visione

Definisco stabilità interiore quella condizione emotiva, cognitiva ed esistenziale in cui un naturale fluttuare appoggia sulla chiara visione del proprio procedere esistenziale ancorato ad una visione unitaria di sé e della vita.
La chiara visione del personale procedere sorge quando si esce dalle nebbie dell’ignoranza e si diviene capaci di decodificare quanto il presente porta come insegnamento e quanto come semplice presa d’atto.
La chiara visione nasce dal discernimento dei fatti, delle reazioni personali conseguenti e dalla capacità di non nascondersi di fronte alle proprie responsabilità, affrontando ciò che va affrontato e alleggerendo su ciò che lo richiede.

continua..L’orizzonte della stabilità interiore e la chiara visione

Meditazioni domenicali 2

Canti dalle tradizioni religiose per le meditazioni domenicali da leggere, meditare, ruminare, contemplare per accompagnare e sostenere il cammino spirituale.
Fonte: G. Vannucci, Libro della preghiera universale, Libreria Editrice Fiorentina


 

 

 

Fa’, O Signore, che con passo libero
ci muoviamo dalle soglie dell’aurora
fino al tramonto dell’amica luce.

Noi siamo liberi figli tuoi,
perché preoccuparci delle ricchezze,
della gloria e della potenza dei grandi?

La vita può darci o toglierci il tetto e le vesti,
il pane e l’oro:
i nostri cuori rimangono allegri e saldi.

Il tempo è vento che soffia,
l’avvenire è rosa non dischiusa,
nessuno conosce che la coglierà.

Così noi andiamo,
compagnia che ignora la paura,
in mano il bastone della libertà,
cantando di terra in terra.

Infine incontreremo la notte,
che porta ai re e ai mendicanti
il termine del loro cammino.

Sarojini Naidu