Le nostre vite parlano

Forse mai come in questa epoca il sapere è stato a disposizione di molti. Le fonti della conoscenza essoterica ed esoterica sono facilmente accessibili nel web, nelle librerie, nelle conferenze.
Per chi ha maturato delle esperienze e delle comprensioni è evidente che questa disponibilità di materiali e di informazioni non risponde che in minima parte alle domande di fondo che l’umano sente bussare nel proprio intimo: questa abbondanza può placare transitoriamente le ansie, può nutrire le menti, può consolare e gratificare ma non può nutrire l’interiore con quel cibo che unico placa la fame.
Qual’è questo cibo? Il senso della vita.
Come si placa questa fame, dove si trova quel cibo? Nelle esperienze, nel quotidiano, nel minuto, nel feriale.
Si può trovare forse anche da soli ma, il più delle volte, lo si trova grazie a qualcuno che con la sua vita testimonia l’averlo trovato: incontrando qualcuno la cui vita testimonia un senso cosciente, consapevole, compreso, manifestato.
Coloro che scendono nella profondità dell’esistere, dei fatti che costituiscono la natura dell’esistere, prima o poi incontrano il senso più profondo di ogni fatto, di ogni accadere: incontrano l’essere.
Alla luce di questa esperienza interiore le loro vite cambiano, divengono semplici, essenziali.
Chi entra in contatto con quelle persone, con quella essenzialità, coglie la differenza tra il sapere e il comprendere, tra il conoscere e il vivere: se vuole può allora indirizzare la propria vita, il proprio cammino esistenziale, in quella direzione.

L’immagine è tratta da: http://www.tralci-niklima.com/2013/03/26/una-storia-le-tre-domande/


 

J.Krishnamurti, Perché siamo dei seguaci?

Perché accettiamo di diventare dei seguaci? Ci sottoponiamo all’autorità di qualcuno, accettiamo la sua esperienza, salvo poi metterla in dubbio. L’accettazione di una autorità e la delusione che ne consegue costituiscono un doloroso percorso nel quale la stragrande maggioranza di noi è coinvolta. Prima accettiamo l’autorità di qualcuno e poi la critichiamo o la disprezziamo, che si tratti dell’autorità di un capo o di un maestro. Ma non indaghiamo mai a fondo il nostro pressante desiderio di sottometterci ad un’autorità, che ci dica che cosa dobbiamo fare e dove dobbiamo andare. Se riusciamo a capire questo nostro desiderio, allora riusciremo a comprendere il significato dei nostri dubbi.

[…[ La consapevolezza di sé è faticosa; siccome quasi tutti noi preferiamo muoverci sulla facile via dell’illusione, dobbiamo ricorrere all’autorità per conferire un ordine normale alla nostra vita. Questa autorità può assumere la forma dello Stato oppure può avere un aspetto più particolare quando si impersona nel maestro, nel Salvatore, nel guru. L’autorità, qualunque sia l’aspetto che assume, acceca e impedisce di riflettere con la propria testa. Pensare con la nostra testa è faticoso e così preferiamo dipendere da un’autorità. Autorità implica potere ed il potere e un tremendo fattore di corruzione, perché tende inevitabilmente a centralizzarsi. Il potere corrompe non solo chi lo detiene, ma anche chi lo subisce. Quando conoscenza ed esperienza diventano autoritarie, hanno effetti distruttivi e non importa se questa autorità sia detenuta da un maestro, da un suo rappresentante o da un premier. Quello che conta veramente è la vostra vita, e la vostra vita è un conflitto che sembra non avere mai fine. La vostra vita è più importante di qualsiasi personaggio che intenda guidarvi e di qualsiasi struttura..
L’autorità del maestro e del prete vi impediscono di capire il problema fondamentale, che è il conflitto dentro di voi.

Da: Il libro della vita, Aequilibrium
Nella foto: Krishnamurti con Indira Gandhi, 1983 tratta da: http://goo.gl/n3xXpj

Il maestro nello zen

“Non voglio dire che non esista, nelle scuole Zen, la relazione maestro/discepolo, ma è una relazione personale, senza forma e, perciò, indescrivibile. Ogni volta che gli diamo forma fissa, sia con l’idealizzazione sia con titoli o certificazioni ufficiali, uccidiamo e imbalsamiamo la sostanza della relazione.”


 Il maestro nello zen, alcuni brani
Mauricio Yūshin Marassi

Il testo è tratto dal sito: http://www.lastelladelmattino.org/
pubblicato con il titolo “Senza maestro o senza MAESTRO”

[…] A mio vedere, il dar per scontato l’esistenza di una figura chiamata “Maestro” (con annessa la conseguente possibilità di far carriera diventandolo) e l’accostamento, almeno verbale, tra la pranoterapia e lo Zen, sono due parti di un medesimo discorso. La prima parte si lega ad un processo storico all’interno del quale gli occidentali (prima gli americani e poi gli europei) hanno dato vita (anche con interessate complicità giapponesi) ad una attività, quasi un mestiere, che è una vera e propria degenerazione: il Maestro Zen. E’ un nome/figura che nella tradizione viene negato sin dall’inizio: nel Butsu Yui Kyō Gyō, componimento considerato contenere le ultime raccomandazioni di Shakyamuni morente, una larga parte è riservata a spazzare via ogni velleità di costruire maestri o di atteggiarsi tali. In questo sutra si afferma con chiarezza che il vero maestro, la lampada che illumina il cammino e la realtà tutta, è la scintilla di vita pura che sgorga continuamente in noi e che ascoltata ci guida. La trasmissione può avvenire solo tra pari (cfr.Shōbōgenzō Bendōwa), così come è possibile indicare la giusta direzione solo a chi si trova già sul sentiero. Chiamiamo forse “Maestro” chi ci guida in un’escursione in montagna? Lo rispettiamo, gli siamo grati, forse ci ha salvato più volte la vita, ma non eleviamo ogni sua attività a puro insegnamento che salva, anche fuori dei sentieri dei monti. Il maestro di sci o il maestro di musica, non sono “Il Maestro”.

[…] In tutta la tradizione cinese e giapponese, sino ai nostri giorni, non c’è né il ruolo né il termine che corrisponda a ciò che si (fra)intende con la parola occidentale “Maestro”. Vi sono appellativi onorifici, quali zenji erōshi, ma questi non corrispondono ad un ruolo o ad un livello di realizzazione dell’insegnamento. Qualsiasi vecchio monaco può essere definito tale per rispetto o perché, in quel periodo, è abate di uno dei due monasteri più importanti. Ma anche in questo caso non è in alcun modo un’investitura sacra, un riconoscimento della buddità o dell’illuminazione di qualcuno. Anche il termine “kyōshi”, sebbene significhi comunemente “insegnante, professore”, nella realtà dello Zen Sōtō, in Giappone, è tutt’altro dalla patente da Maestro (che non esiste), come è a volte inteso in occidente. Consiste in un certificato, rilasciato dall’amministrazione del clero (Sōtōshū Shūmuchō) ed abilita a condurre un tempio o qualsiasi attività ufficiale (in Giappone o altrove) utilizzando il nome della Scuola Sōtō Zen. Non ha nulla a che vedere con la presunta realizzazione di un alto livello dell’insegnamento. Devono avere il “kyōshi” (assieme ad un complicato intrigo di altri certificati) tutti i preti del Soto Zen, altrimenti, non potendo gestire un tempio, non potrebbero, per esempio, neppure officiare funerali. Che, in Giappone, sono la principale fonte di sostentamento del clero.

E’ vero che in Giappone ogni ruolo, civile o religioso, appartenendo ad una società a forte contenuto tradizionale (ancora fondata sul presupposto che il suddito che ubbidisce all’imperatore/dio compie così il volere divino, ossia è esso stesso la longa manus del dio imperiale nella realtà spicciola) ha una valenza anche sacrale. Quindi il religioso preposto alla conduzione del tempio, per quanto poco versato nelle “cose” dello Zen è, per il suo stesso ruolo, in una posizione a contenuto sacrale. Tuttavia è così anche per il capotreno o per il capoufficio, come pure ha una forte autocoscienza/autostima (e per molti versi questo si traduce in carisma e in sacralità di ruolo) l’anziana signora che pulisce il pavimento della stazione o il poliziotto che regola il traffico. C’è chi sta sopra e chi sta sotto ma ognuno è re nel proprio regno.

Forse proprio per questo, in America, nei primi decenni del secolo scorso, quando cominciarono ad arrivare i primi monaci/preti buddisti e (anche grazie ai libri di D.T. Suzuki) si guardò a loro non tanto come officianti di riti per i Giapponesi defunti in terra straniera (quali in parte erano), ma come portatori di insegnamento sapienziale altissimo (come avrebbero dovuto essere), avvenne che la prosopopea (di alcuni) ed i titoli di cui quasi tutti si fregiavano (che in patria erano semplicemente appellativi rispettosi) furono tradotti col nome ed il ruolo sacrale di “Zen Master”. Caricando questo ruolo/espressione di tutti i significati più elevati. Sino alla cosiddetta “Presentazione Idealistica” di Richard Baker (cito, tradotto, da “Means of Authorization” di Stuart Lachs, reperibile sudarkzen):

“Richard Baker, nell’introduzione al più venduto libro sullo Zen in lingua inglese, Zen Mind, Beginner’s Mind (Mente Zen, mente di principiante) descrive il termine “rōshi” nel seguente modo:

« Un roshi è una persona che ha realizzato quella perfetta libertà che costituisce la potenzialità di tutti gli esseri umani. Egli vive libero nella pienezza di tutto il suo essere. Il flusso della sua coscienza non è fatto di strutture fisse e ripetitive come la nostra coscienza egocentrica, ma sorge anzi spontaneo e naturale dalle effettive circostanze del presente. Tutto ciò comporta una vita dalle caratteristiche straordinarie – capacità di rimanere sempre a galla con le proprie risorse, vigore, spontaneità, semplicità, umiltà, serenità, allegria, incredibile perspicacia e incommensurabile compassione. Il suo intero essere attesta che cosa significhi vivere nel presente. Anche senza che si dica o si faccia nulla, l’impatto puro e semplice dell’incontro con una personalità così evoluta può essere sufficiente perché cambi l’intero sistema di vita di una persona[…]». [Cfr. anche S.Suzuki, Mente zen, Ubaldini, Roma 1976, pag. 15].Bisogna tener presente che quanto sopra fu scritto come introduzione alle parole ed agli insegnamenti dell’insegnante del signor Baker, ossia Suzuki rōshi. Quindi questa introduzione intendeva descrivere una persona reale, e, per estensione, come è chiaramente affermato all’inizio della citazione, tutti coloro che si fregiano del titolo di “rōshi”. Non è il riferimento idealizzato ad un essere celeste oppure a qualche figura religiosa di una lontana mitologia”.

Penso sia facilmente comprensibile che presentare (siamo nel 1970, agli albori del buddismo Zen in America…) un titolo/persona/ruolo/funzione con quegli attributi può portare solo a due tipi di conseguenze, ambedue catastrofiche: che nessun essere umano venga ritenuto degno, idoneo, di rivestire quel ruolo (non si troverà nessuno così apparentemente santo da soddisfare sempre tutte le condizioni: il nostro idealismo troverebbe sempre qualche cosa per cui “il tale” non è all’altezza) oppure che, quando qualcuno (come Suzuki Shunryu in America o Deshimaru Taisen in Europa) è accettato in quel ruolo da uno o più seguaci/discepoli, altri se ne aggiungano acriticamente divinizzando il poveraccio di turno. Quando lo scorso anno (ossia 30 anni dopo le parole di Baker!) andai a San Francisco, alcuni confratelli che conoscevano la propensione iconoclasta o poco rispettosa delle forme e dei riti da parte di noi Italiani, mi raccomandarono di far bene attenzione a come parlavamo, con i fratelli Americani, di Suzuki Roshi “perché, dissero, qui in America è considerato alla stregua di un dio”. Ora Suzuki Shunryu, per quello che mi consta, era un brav’uomo e non approfittò di quella pericolosa situazione in cui tutto gli era permesso perché, per definizione, ogni suo atto, anche il più assurdo, essendo lui “roshi”, era di fatto un profondo insegnamento dharmico. Ma, alla sua morte, quando la palla passò ad altri (a cominciare proprio da Baker) immediatamente cominciarono gli abusi e continuano tuttora. Il perché, a mio parere, è abbastanza semplice. […]

 (Articolo pubblicato sulla rivista Dharma, n. 5 Aprile 2001)
L’immagine è tratta da: http://www.psicologianeurolinguistica.net/2010/04/sviluppo-personale-13-consigli-per.html

E’ la consapevolezza del raglio che ci trasforma!

Alessandro chiede un approfondimento in merito “all’officina vicina e a quella del grande uomo” (post del 22.3).
L’officina vicina sono i tuoi figli, i tuoi affetti, il tuo lavoro, la tua famiglia di origine, la tua comunità: l’ambiente di relazioni, affetti, pensieri che tu frequenti quotidianamente.

continua..

Lo scacco della mente

Prendo spunto da una allegra battuta di Maria riferita ad un fatto tecnico: ” Questa cosa mi annoda il cervello!” e guardo la difficoltà comune a misurarci con quanto non ci stabilizza, non ci conferma, ma ci ingarbuglia o ci smentisce o, semplicemente, ci spiazza.

continua..

Procediamo per tentativi

Cerchiamo di preservarci da ogni presunzione ricordando che procediamo per tentativi. Di situazione in situazione il nostro sguardo si fa più profondo, la conoscenza e il sentire si ampliano grazie a ciò che incontriamo, di qualunque natura sia.
Senza certezze procediamo, senza chiederci più di quanto possiamo,

continua..

La fine della ricerca non è la fine dell’imparare

Disteso sul prato guardo il cielo tra i rami pieni di germogli di un’acacia. Giorni fa, parlavo con una persona che mi raccontava della sua formazione e di come, ad un certo punto, fossero in lei morte le domande.
Ho parlato anch’io, più volte, della fine di quella spinta interiore che ci porta a cercare e a porre domande, a sé e agli altri.

continua..

Come posso imparare?

Grazie al limite tuo.
Se ho una qualche ferita sul piano dell’identità, la relazione con te me la renderà visibile.
Se tu sei molto attento, molto premuroso e previeni ogni possibilità di farmi male, corri il rischio di non permettermi di vedere la mia ferita e di affrontarla.
Se tu sei perfetto, non sei un buon collaboratore.

continua..