Il mito dell’accettazione incondizionata

Se due persone si accogliessero e accettassero reciprocamente in maniera incondizionata, tra esse non vi sarebbe relazione.
Questa condizione ha un senso se le due persone hanno terminato il compito delle loro incarnazioni e si apprestano ad abbandonare per sempre la ruota delle nascite e delle morti: fuori da questa situazione, quella condizione, nel divenire, è priva di senso.
Ciò che rende attivo e produttivo in termini evolutivi il divenire, è la tensione a congiungersi con l’Uno, dunque il perseguire un obbiettivo, una condizione esistenziale, dunque la non accettazione della personale condizione presente.

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Paranormale, medium, sensitivi e ricercatori spirituali

d-30x30Paranormale, medium, sensitivi e ricercatori spirituali. Dizionario del

Il testo è particolarmente lungo: il formato per la stampa.

Nel corso degli anni le Guide hanno spesso parlato di tutto quello che riguarda la paranormalità e lo spiritismo in particolare, dimostrandosi sempre molto critici e mettendo in guardia i partecipanti verso quelli che possono essere i pericoli nell’accostarsi in maniera sprovveduta e poco accorta a questi argomenti. Il brano che segue, molto lungo, chiarisce il loro pensiero in merito e credo che, se ben compreso, possa aiutare chi si avvicina al paranormale a non cadere nel fideismo, nella creduloneria e nelle mani di persone senza scrupoli che approfittano delle speranze, dei bisogni e dei dolori degli altri al fine di ottenere vantaggi personali.

Messaggio esemplificativo (1)

Rientra nell’andamento ciclico naturale dell’evoluzione dell’uomo, figli nostri, l’arrivo di periodi in cui l’essere umano, e le società che egli compone sul pianeta, attraversino fasi di estrema confusione che, talvolta, si protraggono nel tempo, anche per secoli.
Per comprendere il perché di questi accadimenti bisogna fare riferimento ad alcuni elementi che abbiamo affrontato più volte nel corso di questi anni di insegnamento, tenendo ben presente il concetto che il punto di riferimento da osservare è l’individuo, in quanto ciò che lo plasma non è lo scenario umano e sociale in cui egli si trova a dover operare, bensì ciò che consegue come risultato dell’evoluzione degli esseri incarnati.
Noi vi abbiamo sempre detto che i momenti di confusione (e, di conseguenza, di errore) sono inevitabili in quanto l’individuo, per avanzare, deve rimettere in discussione se stesso e quanto ha compreso (o creduto di aver compreso) fino a quel momento, cosicché sono utili ed essenziali per smuovere l’interiorità alla ricerca di nuovi equilibri su basi interiori in piccola o larga parte diversi da quelli precedenti. E l’equilibrio di un individuo viene ad essere importante non soltanto per ciò che riguarda la sua comprensione all’interno del corpo della coscienza (o corpo akasico, come siamo abituati a denominarlo), ma anche per quanto si riferisce alle altre componenti dell’essere umano: il fisico, la sfera emotiva e la sfera mentale, tutte ugualmente importanti e, con l’alternarsi della loro predominanza rispetto agli altri, tali da creare i tempi e le modalità dello sviluppo individuale e sociale sul pianeta.
Mentre all’inizio dell’evoluzione della vostra razza ciò che era predominante era la componente fisica e la sua preservazione e continuità della specie nel tempo (retaggio delle precedenti incarnazioni animali) vi è stato, in seguito, il venire alla ribalta della componente emotiva come fattore preminente, con il fiorire dei grandi ideali, dei grandi sentimenti, dei grandi amori di cui la vostra letteratura del passato è così densa. In quest’ultimo secolo, invece, avete assistito al prepotente affermarsi della sfera mentale che ha portato a grandi evoluzioni tecnologiche che hanno modificato, nel giro di pochi decenni, abitudini e modi di vita dell’intera umanità.
Mai, però, in questi millenni di tentativi per arrivare all’equilibrio interiore, l’uomo è riuscito a trovare una soluzione soddisfacente a quest’impellente bisogno, e neppure la tecnologia si sta dimostrando la panacea per tutti i mali che sembrano affliggere la società umana: quello che è necessario raggiungere è non soltanto un elemento che garantisca la felicità ai più, bensì quella sintesi tra i vari elementi, fisico, emotivo, e mentale che, unica, può arrivare a far fluire la coscienza individuale in maniera più consapevole e, quindi meno tormentata.
Finché questa capacità di sintesi, di armonia, non viene conquistata, l’individuo si trova ad essere squilibrato e il suo andar tentoni tra le varie possibilità singole non può che provocargli disorientamento e confusione. Cosa accade, allora? Accade che quando i valori interiori sembrano avere più poca ragione d’essere, quando il piacere dei sensi non basta più ad appagare il proprio bisogno di felicità, quando le meraviglie della scienza mostrano di non saper rendere tutti soddisfatti e in pace con se stessi, ma diventano nuovi mezzi di prevaricazione e isolamento dagli altri, l’individuo si trova davanti a due teoriche possibilità di scelta: o percorre l’estrema razionalità col rischio di perdere di vista la propria umanità, o fa appello all’estrema irrazionalità col pericolo di perdere di vista le proprie responsabilità di essere incarnato accanto ad altri esseri.
Ecco così, come accadde, ad esempio, nel primo Medio Evo, il fiorire di un presunto misticismo, o la ricerca di arti magiche per trasformare la realtà secondo i propri desideri o le proprie illusioni.
Possiamo dire, figli cari, che in parte è proprio questo lo scenario nel quale vi trovate a vivere attualmente: sensitivi, maghi, medium, asceti, profeti, mistici, esoteristi, pranoterapeuti, maestri e via dicendo fioriscono in tutto il mondo. E noi, che pure siamo, in qualche misura, parte in causa in tutto questo, siamo i primi a mettervi in guardia dall’addentrarvi incautamente negli incantesimi di un giardino apparentemente bello, meraviglioso e appagante nel quale, però, gran parte di ciò che appare non è come sembra, ed anche ciò che non è del tutto illusorio può risultare portatore di maggiore confusione e di quella perdita di contatto con la realtà che consegue alle ambizioni di un Io che trova il modo per porsi, anche se in modo irreale, al di sopra degli altri esseri.
È proprio per questo, fratelli, che vogliamo prendervi per mano e accompagnarvi a visitare le meraviglie del giardino degli incanti: per rendervi palesi le poche certezze che, in questo campo, la persona umile deve possedere e le molte illusioni (con i pericoli che esse possono portare con sé) che fioriscono in ogni aiuola che emana il suo profumo incantato, simile al canto di una sirena che ammalia promettendo frutti meravigliosi ma deludenti.
Alcuni di voi non accetteranno le nostre parole, altri vedranno il ridicolo del fatto che proprio noi, così intangibili e così irreali, vi mettiamo in guardia dall’intangibilità e dalla irrealtà e, magari, si allontaneranno disgustati; altri ancora faranno finta di comprendere, ma la loro comprensione continuerà ad essere smascherata dal comportamento di ogni giorno.

L’epica della sequela

Prendo le mosse da questo commento di Enzo Bianchi. Nella visione cristiana c’è qualcosa di epico nella scelta che la persona si trova a compiere quando si sente interpellata dal messaggio-sentire di Gesù.
A me sembra che non ci sia alcuna epicità nella scelta: le persone che sono pronte nel loro sentire ad accogliere un altro sentire, evidentemente prossimo al loro, non fanno alcuna difficoltà. Ciò che si presenta appare loro naturale, in fondo già conosciuto anche se non in quella forma.
Quelle persone, in effetti, non hanno alcuna scelta: quel sentire è già in vario modo loro patrimonio e possono dire si o no ad una certa forma che lo rappresenta, ma non dicono si o no a quel sentire, lo dicono alla forma in cui si presenta loro.

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Il pane della vita

Ogni persona porta nella vita la propria nota personale e questo rende il vivere una sinfonia.
Ci sono persone che portano il pane materiale; altre il pane degli affetti; altre ancora il pane delle convinzioni, delle idee, delle speculazioni.
Ci sono infine coloro che portano il pane spirituale, il pane della vita.
Difficile chiedere ad una singola persona di portare tutte queste varietà di pane, in genere non accade, non sono compendiabili in un solo essere tante varietà di talenti.

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L’officina esistenziale e il suo sogno

Osservava ieri una persona che segue il nostro percorso, che ciò che chiede ad un insegnante è di indicargli la via.
A titolo di esempio diceva che di Gesù da duemila anni viene tramandato l’insegnamento, non il suo quotidiano.
E’ una tesi apparentemente credibile e vera per una persona che inizia il proprio cammino interiore e spirituale.
Per una che inizia e che ha, fondamentalmente, bisogno di una direzione, di un dito che gli indichi la luna, di un punto cardinale verso cui dirigersi e di un orizzonte da raggiungere.
La persona più esperta del cammino interiore ha un’esigenza più complessa, vuole tenere assieme la luna, il dito che la indica, il corpo di cui il dito è parte, la terra su cui appoggia quel corpo.

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Domanda, discepolo, maestro, realtà

E’ il sentire relativo, quello proprio degli umani e degli altri esseri viventi, che crea la realtà.
Quel sentire contiene nel suo dna un programma che lo orienta: “provengo da un sentire più limitato e sono in continuo ampliamento”.
I sentire relativi costituiscono il sentire assoluto il quale non ha quel programma, ma è la realtà compiuta, infinita ed eterna del sentire.
Il sentire assoluto non diviene e non crea, non ha domande, non cerca risposte.
Il sentire relativo, in virtù di quella sua disposizione-programma di fondo, genera il divenire e le domande, cerca le risposte.

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maestro discepolo

L’insegnante e l’allievo

Tutti noi procediamo sulla base di ciò che ci piace o non ci piace; scegliamo le situazioni a partire da un moto di simpatia, di attrazione, di risonanza.
Tendiamo ad escludere ciò che non ci coinvolge e avvertiamo come lontano o faticoso.
E’ giusto questo procedere? Non lo so; personalmente mi sono confrontato deliberatamente molte volte con ciò che non mi suscitava particolare simpatia e sempre ne ho tratto grande insegnamento. In anni lontani, avendo necessità di comprendere come funzionava il mondo interiore di un cristiano, mi sono dedicato per anni alla pratica della preghiera e alla frequentazione e allo studio dei vangeli e del pensiero esegetico e teologico su di essi.
Non avevo attrazione per quel mondo ma, esistendo ed essendo parte del mio piccolo universo, ho desiderato conoscerlo, divenirne consapevole, comprenderlo.
Era lontano, ed io ero pieno di pregiudizi: alla fine del processo credo di aver compreso quel paradigma interiore, certamente ho superato i pregiudizi e, per quel che è possibile al mio sentire, ritengo di averlo compreso.
Al di là della mia esperienza personale, credo che sia nelle cose il discernimento operato sulla base dei moti di simpatia/antipatia: così opera normalmente l’allievo, colui o colei che si trova nella condizione di dire un si o un no ad un insegnamento, ad una via interiore.
E’ un atteggiamento parziale e limitato che non ci permette di accedere alla realtà delle cose, ma è un fatto che accade nella ferialità delle nostre vite e come tale lo prendo.
L’ottica nella quale si muove un insegnante è molto diversa, non gli è permesso di essere in balia di simpatia/antipatia, deve andare oltre, deve leggere la realtà con gli occhi della compassione che conosce quella antinomia e la supera.
Non solo: un insegnante (altri forse userebbero il termine maestro, ma a me non piace e condivido il monito di Gesù) si muove in una visione unitaria e ciò che dice, propone, insegna avviene come conseguenza di una profonda integrazione degli opposti e sulla base di un tentativo di superamento radicale di quello che è il suo limitato sentire.
Un insegnante cerca la verità dell’essere delle cose, la coglie inevitabilmente con il suo limitato sentire, la lascia decantare per depurarla di ogni aspetto personale e infine, quando avverte un sufficiente grado di neutralità e di verità, la propone.
Il risultato sarà dunque una verità? Non diciamo sciocchezze: sarà la verità parziale a lui/lei accessibile su quel fatto, in quel tempo, a partire dal sentire acquisito e conseguenza del processo descritto.
Quindi sia la verità dell’allievo che quella dell’insegnate sono relative e frutto di un discernimento assolutamente personale? Si.
La differenza sta nel fatto che l’insegnante ha una responsabilità che l’allievo, forse, non ha: ciò che afferma non deve essere condizionato dal pregiudizio e dall’ignoranza, anche se, inevitabilmente , lo è dai limiti della sua comprensione.
L’insegnate ha la responsabilità di ciò che offre, di dove conduce, di come influenza, del piccolo mondo che mette a disposizione di qualcuno che di lui/lei si fida e gli si affida.
Ciò che insegna dovrebbe essere innanzitutto la sua vita, sorretto dalle mille piccole verifiche che solo il quotidiano permette, e dovrebbe essere passato dentro il vaglio della consapevolezza della propria interiore piccolezza, altrimenti chiamata umiltà.

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Immagine da http://goo.gl/EC6RC0

maestro

Il primo ed ultimo maestro

Il nostro cammino di trasformazione avviene con poche persone, quelle che ci danno la vita: i nostri genitori; quelle con cui condividiamo il nostro quotidiano: il partner, i figli, i colleghi di lavoro, il datore di lavoro, i dipendenti.
Impariamo attraverso quelli che ci sono vicini, al fianco; quelli che non riconosciamo come maestri, perché il maestro è sempre altro, in un altrove, è sempre speciale.
È un errore madornale: il maestro di ciascuno è la persona più vicina che ha, chiunque essa sia.
Se avremo il coraggio di aprire gli occhi su questa persona, su queste poche persone, avremo trovato la chiave della nostra vita, la chiave per superare il condizionamento.
Dal libro L’essenziale, Ed. privata, pagina 46

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La frattura tra insegnamento e vita in non pochi “maestri”

Stiamo lavorando alla traduzione di un libro che parla della vita privata di J.Krishnamurti e prendo spunto da questo per affrontare una questione a mio parere mai abbastanza chiarita.
Ogni accompagnatore, insegnante, guida, “maestro” (virgoletto perché il termine non mi piace), ha una vita pubblica e una privata.
Se voi pensate che queste figure dovrebbero avere una solo vita, una coerenza che abbraccia il pubblico e il privato, perché altrimenti non hanno autorità per insegnare alcunché, temo non ci sia chiarezza su chi è che insegna.
Chi insegna? Chi accompagna? Chi orienta e guida?
Quella persona, quel portatore di nome, quella figura che noi diciamo aver trasceso l’umano?
O non è forse che quel portatore di nome è il veicolo di una spinta che lo precede, lo trascende e lo attraversa?
Quella spinta, quella tensione, quello ispirazione se preferite, opera per tutto il tempo, per tutto il giorno, per tutta la vita?
Sciocchezza considerevole.
Quella spinta opera quando c’è un contenitore adatto a contenerla.
Il veicolo, il portatore di nome diviene il mezzo della spinta quando qualcuno si presenta, bussa ed è disposto ad accogliere quella forza.
Il portatore di nome è lo strumento che sta tra la spinta e l’utente.
Quando non c’è contenitore che si dispone ad accogliere, il portatore di nome vive la sua giornata nella più assoluta ferialità e impara dalle esperienze e dalle relazioni come tutti.
Impara quello che gli è necessario imparare: se è qui, se è incarnato qualcosa da imparare certamente lo ha; se non avesse nulla da imparare nel mondo del divenire non sarebbe nemmeno incarnato.
Obbietterete che esistono incarnazioni di solo servizio, generate per trasmettere qualcosa all’umano: può darsi, ho dubbi consistenti in merito e la scena di Gesù il Cristo nell’orto del Getsemani simbolicamente dice molte cose in merito.
Agli occhi piuttosto disincantati di chi scrive, l’insegnate appare nella sua ferialità come una persona dedita alla via interiore che attraverso le esperienze modella consapevolmente e inconsapevolmente il proprio sentire nelle aree in cui questo ha comprensioni incomplete.

Immagine da: http://goo.gl/aIHgU4


Chi crea la via spirituale e il suo “maestro”?

Prendo spunto da questa discussione in Comunità del Sentiero.
La tesi: la necessità di esperienza e di comprensione delle coscienze crea le vie spirituali e i relativi fondatori o maestri.
Il singolo fondatore/maestro non fonda alcunché, è il catalizzatore di una spinta che giunge da gruppi più o meno vasti di coscienze che generano la rappresentazione spazio-temporale a loro necessaria.
Il fondatore che inizia una via si trova a conferire a questa le caratteristiche, la filosofia, la teologia, le ritualità che necessitano alle coscienze che in quella via sperimentano e che è da esse stesse generata.
Il fondatore è il terminale di un processo creativo, non il punto di partenza.
Ciò che le coscienze vanno a condurre a rappresentazione può essere ancorato ad archetipi permanenti o transitori:
-ciò che Gesù il Cristo ha condotto a manifestazione è un impulso, una intenzione sicuramente ancorata ad archetipi permanenti, che durano nel tempo, sono oltre esso e parlano alle coscienze di ogni epoca mutando forma ma non contenuto.
Nella stessa rappresentazione del Cristo sono presenti archetipi transitori, principi che rispondevano alle esigenze di un tempo storico e che sono destinati a tramontare, vittime del tempo e del cambiamento delle necessità delle coscienze e delle identità.
Ogni via, se ha caratteri di autenticità, contiene in sé elementi permanenti ed altri transitori e, se rimane fedele alla sua intenzione originaria, saprà lasciar cadere ciò che è condizionato dal tempo e dal contingente.
Le coscienze hanno domande di fondo che necessitano di risposte/rappresentazioni coerenti: la necessità di imparare ad amare, ad esempio, è comune a tutte le coscienze di tutti i tempi e tutte, in tutti i tempi, genereranno le rappresentazioni spazio-temporali per apprendere e comprendere attraverso le esperienze quella capacità.
Noi chiamiamo queste rappresentazioni religioni o vie spirituali ed onoriamo i loro fondatori; non dovremmo dimenticare che le vie e gli insegnanti sono solo simboli ai sensi percepibili di processi altrimenti invisibili.
Ecco perché la persona che si è formata in una via o con un insegnate, ad un certo punto del proprio cammino sente la necessità di affrancarsi: in sé è nato lo sguardo interiore dei processi e non necessita oltre del simbolo esterno a sé.

Immagine: Vocazione dei primi apostoli, dipinto del Ghirlandaio, nella Cappella Sistina (1481).