L’ultima verità

Ozh-en stava tranquillo sul suo capitello decorato a fiori di loto, aspettando che entrasse uno dei tanti visitatori che, nel corso della giornata, delle giornate, dei mesi e degli anni, venivano a parlare con lui per porgli delle domande, in quanto la sua fama oramai si era così a lungo sparsa che da tutti i punti cardinali arrivavano degli individui a porgli dei quesiti.
La persona sulla porta ebbe un momento di esitazione e poi si fece avanti. “Mio Signore”, – disse – “mi hanno detto che tu sei molto saggio e sapiente, che è la stessa Parvati che ti mette in bocca la sua Realtà e la sua Verità, e allora ti prego, mio Signore, io tanto ho vissuto, tanto ho girato per il mondo, tante cose ho visto, tante cose ho imparato, tante altre cose ho imparato a non conoscere, e adesso mi piacerebbe tanto, mio Signore, che tu potessi dirmi infine la tua ultima verità. Ozh-en incominciò ad arricciare il naso, a stringere gli occhi, a storcere la bocca, a gonfiare le gote e persino a muovere le orecchie; assumendo, in tal modo, arie sempre più strane e, in qualche modo, anche spaventose; al punto tale che l’interlocutore, quasi atterrito, si alzò precipitosamente e si allontanò dalla grotta.
Di fianco a Ohz-en, una giovane ragazza che lo osservava gli si rivolse interrogativamente: “Mio saggio Signore, possibile mai che l’ultima verità sia così spaventosa da farti assumere quelle espressioni terribili!?”. “Ah, mia cara” – rispose Ohz-en con un sospiro di sollievo – non hai idea di come sia stato difficile per me sentirmi prudere il naso e non potere farci niente!”
Tratto dal volume 7 de: “l’Uno e i molti”, pag. 88, Cerchio Ifior

Pensiero oggettivo e soggettivo

Ozh-en, il  filosofo, seduto nel suo giardino, guardava in alto, verso una finestra al quinto piano, dove un gatto dalle origini incerte, accanto a un magnifico vaso di papaveri multicolori, cercava di afferrare con la zampa le corolle dei fiori che si muovevano dolcemente sotto la brezza di un alito di vento primaverile, e intanto meditava, con un certo compiacimento interiore, sulla Verità e sulla Realtà.
Con un guizzo di entusiasmo il gatto diede un colpo più deciso al vaso che, dopo aver traballato un attimo, cadde dal davanzale.
Ozh-en lo vide precipitare verso di lui osservando l’avvenimento secondo le cose che sapeva.
“In realtà il movimento non esiste, è solo un’illusione: nell’Assoluto, di cui io stesso faccio parte, tutto è immobile, e non può essere altrimenti” disse a se stesso.
“Io stesso sono un’illusione e il vaso che precipita è semplicemente la mia percezione continua di fotogrammi della Realtà in cui il vaso è posizionato sempre più vicino a me ma, in ogni fotogramma, il vaso è fermo… Come un cartone animato – meditò, un po’ fiero con se stesso per l’originalità dell’esempio – dove una serie di disegni leggermente diversi uno dall’altro, fatti scorrere in sequenza, danno la sensazione del movimento!”
La sua fierezza si spense nel dolore quando il vaso lo colpì, fortunatamente solo di striscio, cosicchè ebbe il tempo, successivamente, per porsi la domanda su quando fosse utile pensare oggettivamente e quando soggettivamente.
Dal volume X de “l’Uno e i molti”, Cerchio Ifior, pag.136

L’ambiente parla di noi

“E ricordate che, comunque sia, anche se voi poteste non essere disponibili, l’ambiente esterno è sempre e comunque disponibile, non soltanto ma è lì, fatto su misura per voi, affinchè voi possiate comprendere; quindi, se non volete guardare dentro di voi, se proprio vi legate e vi tappate gli occhi per non guardare voi stessi, basta che guardiate all’esterno di voi stessi e, comunque sia, ciò che vedete vi parlerà di voi e, in un modo diverso di cui voi magari non vi rendete conto, entrerà dentro di voi e vi aiuterà a risolvere il problema.”
(Cerchio Ifior, decimo volume de: L’Uno e i molti” pag. 94)

Il cammino dell’uomo

Riportiamo di seguito un testo che ben descrive il cammino dell’uomo; è di epoca egizia, probabilmente opera di un sacerdote (tratto da L’uno e i molti, Cerchio Ifior, volume 8, pag. 171)

Padre mio,
ho cavalcato mille cavalli imbizzarriti
e da essi ho trovato in me le parole e i suoni
che li rendevano docili
e capaci di seguire i miei desideri,
conducendomi lungo le strade paurose
della mia interiorità.

Ho incontrato sul mio cammino
orde di lupi ringhianti
dai denti snudati come barriere
poste sulla mia strada per fermare
il mio avanzare verso di Te
ma ho saputo tranquillizzarli
con la luce della mia serenità,
con la forza di un mio sorriso.

Mi sono imbattuto in tempeste
che facevano rivoltare i mari
portando in alto quello che era in basso
e riccacciando negli abissi più profondi
quello che era in superfice,
rimanendo a galla
sopra il pelo delle acque turbolente
solo grazie alla mia convinzione
che io, qualunque cosa potesse accadere,
non sarei mai morto veramente.

Ho sfidato il fuoco più ardente,
il lampo più abbagliante,
la grandine più tambureggiante
riparandomi sotto la volonta’
di giungere indenne nel porto della mia anima.

Ho attraversato momenti
in cui il mio corpo mi è sembrato
un peso inutile e ingombrante
di cui avrei voluto poter fare a meno.
Ho percorso ore interminabili
in cui paura, rancori, terrori
cercavano di ridurmi come un fuscello
in balia del vento
pronto a spezzarmi frammento dopo frammento.

Ho vissuto periodi
in cui i miei pensieri
sembravano essere pensati
soltanto allo scopo di ferire me stesso
o, peggio ancora, di ferire gli altri.

Eppure, sempre, qualcosa dentro di me
è riuscito a modificare ciò che atteraversavo
aggrappandosi al piacere di un vento primaverile
o alla risata senza imbarazzo di un bambino
o all’incontro con una nuova,
inaspettata, meravigliosa idea.

E infine, padre mio,
ti ho scorto
e tutto ciò che ho vissuto
mi è apparso nella sua grandezza,
facendomi riconoscere
che di tutto ciò avevo bisogno
per arrivare ad essere una parte cosciente
di Te.