☉ Fonte [Sessione 559, 13 febbraio 2000] Parafrasi estesa
Le preferenze come elemento della personalità
In questa sessione privata, dopo un lungo scambio sulle differenze individuali nella percezione del clima e della temperatura, la partecipante chiede a Elias da dove vengano le proprie preferenze — se siano legate alla genetica o ad altro. La risposta di Elias offre una delle definizioni più dirette di tutto il corpus su questo tema: le preferenze sono elementi che si incorporano insieme alla personalità. La personalità, precisa Elias, non è semplicemente il modo in cui ci si presenta agli altri all’esterno, ma un’espressione di sé molto più ampia, con moltissimi aspetti — e una di queste categorie è proprio la preferenza.
Le preferenze, spiega Elias, si manifestano nelle cose che sembrano piccole quanto in quelle che sembrano grandi: relazioni, corporature, colori, suoni, sapori, odori, temperatura, clima — in ogni area della realtà e del proprio vissuto ci sono preferenze. Un punto importante che Elias sottolinea è di non confondere le preferenze con l’orientamento (un concetto diverso, più stabile e strutturale): le preferenze sono invece un costrutto della personalità individuale, soggetto a variazione.
Il rischio di generalizzare i “tipi” di personalità
Elias aggiunge una notazione interessante: è possibile, ed entro certi limiti utile, riconoscere delle somiglianze tra individui e raggrupparle in “tipi di personalità” generali. Ma avverte che questo può diventare un’operazione rischiosa, perché si tende a confondere ciò che è una semplice somiglianza di preferenze con qualcosa di più rigido e categorico — come per l’appunto l’orientamento, che è cosa diversa. Ogni espressione di personalità, per quanto raggruppabile in tipi generali, resta comunque unica e individuale, generata dalla percezione specifica di quella persona.
L’esempio del clima
Buona parte della sessione, prima di arrivare alla definizione esplicita, è dedicata a esempi molto concreti: persone che reagiscono diversamente al freddo o al caldo, non per una ragione univoca, ma per la combinazione tra le proprie credenze, le proprie risposte automatiche e le proprie preferenze individuali rispetto al tipo di clima che si desidera sperimentare. Anche la scelta di vivere in un luogo con un clima che oggettivamente non piace, osserva Elias, è una creazione consapevole legata ad altre credenze (per esempio quelle relative alle relazioni) — mostrando come le preferenze si intreccino sempre con altri sistemi di credenze, senza mai essere isolate.
☉Fonte [Sessione 665, 26 luglio 2000] Parafrasi estesa
La distinzione cruciale: preferenza non è giudizio
Verso la fine di questa sessione privata, il partecipante pone a Elias una domanda diretta: qual è la differenza tra opinione e giudizio? La risposta è breve ma di importanza centrale per tutto il tema delle preferenze: a volte un’opinione è semplicemente il riflesso di una preferenza — e la preferenza, di per sé, non è necessariamente legata al giudizio. Non implica automaticamente un’idea di giusto o sbagliato, di meglio o peggio. È, più semplicemente, l’espressione di un’inclinazione energetica verso una direzione, su un certo argomento — senza che questo comporti necessariamente la creazione di un giudizio su quell’argomento.
Elias precisa che, naturalmente, un’opinione può anche essere espressa insieme a una credenza e portare con sé un giudizio — ma esiste anche la possibilità reale di formulare un’opinione che sia semplicemente l’espressione di una preferenza, libera da giudizio. È possibile accettare i propri sistemi di credenze e continuare comunque ad avere opinioni — purché queste opinioni non siano quelle legate al giudizio sulle proprie stesse credenze, ma quelle associate alle preferenze, senza l’elemento del giudizio.
Accettazione di sé come prerequisito dell’accettazione reciproca
Questa distinzione viene introdotta all’interno di un discorso più ampio sulla difficoltà di tre persone, coinvolte in un progetto comune (il sito web di Elias), a trovarsi d’accordo tra loro. Elias osserva che ciascuna delle persone coinvolte sta vivendo un processo molto simile di confronto con le proprie credenze, e che il vero nodo non è la collaborazione in sé, ma la mancanza di accettazione di sé in ciascuna di loro — segnalata dal fatto che ognuna percepisce, nei confronti delle altre, una sensazione di minaccia o la necessità di difendersi. Una volta che ciascuno avrà lavorato sulla propria accettazione di sé, conclude Elias, l’accettazione reciproca arriverà come conseguenza naturale — e con essa, anche la possibilità di avere opinioni diverse senza che queste diventino motivo di giudizio o conflitto.
☉Fonte [Sessione 1289, 14 marzo 2003] Parafrasi estesa
Il punto di partenza per scoprire le proprie preferenze
In questa sessione privata, dedicata principalmente all’esplorazione di un disturbo fisico (un nervo schiacciato) come comunicazione del sé subconscio verso quello conscio, Elias arriva a un passaggio molto significativo per il tema delle preferenze. Parlando del momento di vita del partecipante — un uomo di quarant’anni che sta vivendo un periodo di grandi cambiamenti, tra cui una nuova relazione e nuove direzioni professionali — Elias osserva che il punto cruciale di questo momento è proprio la scoperta delle proprie preferenze.
Quella che può sembrare un’affermazione elementare, dice Elias, in realtà non lo è affatto: la maggior parte delle persone crede di essere consapevole delle proprie preferenze, ma in realtà non lo è. Non conoscendo le credenze più influenti che porta dentro di sé, la persona finisce per non conoscere nemmeno le proprie autentiche preferenze. E il motivo per cui questa scoperta viene evitata è sorprendente nella sua semplicità: c’è il timore, quasi inconfessabile, che scoprire le proprie vere preferenze possa portare a una gioia così grande da risultare quasi spaventosa — proprio perché del tutto sconosciuta, non familiare.
Il familiare contro l’ignoto
Questo passaggio si inserisce in un discorso più ampio sul motivo per cui si tende a restare ancorati al familiare anche quando è scomodo o doloroso, piuttosto che muoversi verso territori nuovi che potrebbero offrire libertà reale. Elias descrive questo come un vero e proprio bivio tra ciò che è conosciuto (anche se limitante) e ciò che è sconosciuto (anche se potenzialmente liberatorio) — e individua proprio nella scoperta consapevole delle proprie preferenze una delle chiavi per attraversare questo bivio, perché permette di riconoscere con più chiarezza quale direzione sia realmente desiderata, invece di continuare a muoversi per inerzia o per abitudine.
☉Fonte [Sessione 1742, 2 aprile 2005] Parafrasi estesa
Questa lunga sessione di gruppo, tenuta a New Orleans, è probabilmente il testo più ricco e diretto sul tema delle preferenze in tutto il corpus di Elias. Il titolo stesso di una delle sue sezioni — “Preferences Are Suspect” — riassume il punto centrale: le preferenze vengono percepite come sospette, perché vengono associate all’egoismo.
Perché le preferenze fanno paura
Attraverso il dialogo con diversi partecipanti, Elias arriva a una formulazione molto netta: esprimere le proprie preferenze viene vissuto come qualcosa di sbagliato, perché lo si associa all’essere egoisti — e non solo egoisti, ma anche poco premurosi verso gli altri. Questo crea un meccanismo a doppio senso: 👉se si considera sbagliato esprimere le proprie preferenze, automaticamente si proietta lo stesso giudizio sulle preferenze altrui, ritenendole a loro volta egoiste e prive di considerazione. È un’associazione molto forte, che si autoalimenta tra le persone, ed è — secondo Elias — un’altra forma di mancata accettazione della differenza: negare le proprie preferenze, in fondo, è un modo per svalutare profondamente se stessi.
Le preferenze come “credenze preferite”
Un passaggio concettualmente importante: Elias chiarisce che le preferenze non sono in opposizione alle credenze, ma sono esse stesse un tipo particolare di credenza — le credenze che si preferiscono. Sono le linee guida personali che orientano il comportamento e che si percepiscono come “giuste per sé” — ma proprio perché le preferenze cambiano nel tempo, questo è anche la prova migliore che non esistono verità assolute, nemmeno le proprie.
Riconoscere una preferenza: il segnale dell’agio
Su un piano molto pratico, Elias offre un criterio semplice e utile per riconoscere se una scelta corrisponde davvero a una preferenza autentica: se davanti a una scelta si avverte esitazione, è probabile che quella scelta non sia la propria preferenza; se invece si avverte agio, facilità, è probabile che lo sia. E precisa che le preferenze non sono necessariamente grandi dichiarazioni esistenziali: si esprimono anche nelle scelte più piccole e quotidiane — il tipo di scarpe che si sceglie, per esempio — e proprio per questo spesso non vengono nemmeno riconosciute come tali.
Le credenze religiose dietro la negazione delle preferenze
Un punto particolarmente interessante riguarda l’origine di questa diffidenza verso le proprie preferenze: Elias la collega a credenze di tipo religioso, presenti — sottolinea — anche in chi non si considera affatto religioso o non frequenta alcuna istituzione religiosa. Secondo queste credenze diffuse, l’azione nobile non consiste nel considerare se stessi, ma nel considerare continuamente tutti gli altri, assumendosi una responsabilità che in realtà non spetta — mentre la vera responsabilità verso di sé, dice Elias, è proprio ciò che genera autentica libertà: se ci si assume la piena responsabilità solo di se stessi, non si può più essere vittima di nulla, perché nessun altro può creare la propria realtà al posto proprio.
“Sii egoista” — di nuovo
Nel punto culminante di questo scambio, una partecipante chiede esplicitamente, quasi incredula: quindi essere egoisti è un bene? La risposta di Elias è diretta e quasi entusiasta: sì, esattamente — è un sostenitore convinto dell’essere egoisti in questo senso. È lo stesso filo che già si era visto nella sessione 324 (“sii selfish”), qui ulteriormente sviluppato e collegato in modo esplicito al tema delle preferenze: negarsi le proprie preferenze, per timore di apparire egoisti o poco considerati verso gli altri, è proprio ciò che alimenta il senso di mancanza di libertà e il continuo ripetersi di schemi frustranti — la “ruota del criceto”, come la chiama Elias in questa sessione.
L’esercizio finale: notare, non analizzare
La sessione si chiude con un esercizio pratico molto concreto, proposto da Elias al gruppo: dedicare un’intera giornata a notare ogni singola azione che si compie — anche le più piccole e automatiche, come chiudere una porta — chiedendosi semplicemente cosa l’abbia motivata, se una preferenza autentica o qualcos’altro (un’abitudine, una paura, una credenza non riconosciuta). Elias insiste molto sulla 👉differenza tra notare e analizzare: il primo è un semplice atto di osservazione neutra (“ho chiuso la porta”), il secondo introduce subito un giudizio o una giustificazione (“ho chiuso la porta perché…”).
Il solo gesto di notare, senza bisogno di analizzare, è già sufficiente a offrire informazioni preziose su di sé — ed è esattamente questo, secondo Elias, il primo passo concreto per riconoscere davvero le proprie preferenze, distinguendole da automatismi e paure travestite da abitudine.
© Copyright
Estratti delle trascrizioni di Elias riprodotti in queste pagine: copyright Mary Ennis. Tutti i diritti riservati. Fonte ufficiale delle trascrizioni e delle registrazioni audio di Elias: Eliasweb.org