☉Fonte [Sessione 101, 24 giugno 1996] Parafrasi estesa
“Non tradirai te stesso”
Questa è la sessione in cui compare per la prima volta, in forma compiuta, una delle frasi-chiave di tutto l’insegnamento di Elias. Il contesto è una sessione privata con un piccolo gruppo che sta attraversando un momento di forte intensità emotiva — una specie di “ondata” condivisa, legata a credenze molto radicate che stanno venendo smosse.
Elias paragona ogni sistema di credenze a una gabbia di uccelli: alcune gabbie contengono un solo uccello, facile da far volare via; altre, quelle più profonde, ne contengono migliaia, e quando si aprono sembra di liberare una nuvola intera.
Dentro questo contesto, una partecipante chiede aiuto pratico: come comportarsi, in chi fidarsi. La risposta di Elias è diretta: fidati di te stesso, ascolta i tuoi impulsi e la tua intuizione — non tradirai mai te stesso. Aggiunge una precisazione importante: un’altra persona potrà anche percepire questo come un “tradimento” nei suoi confronti, secondo la propria prospettiva — ma questo non cambia il fatto che, restando fedeli a se stessi, non si sta tradendo se stessi.
Come distinguere un impulso genuino da una credenza travestita
Segue una domanda molto pratica di un altro partecipante: come si fa a sapere se si sta ascoltando davvero un impulso autentico, e non semplicemente seguendo una credenza? Elias risponde che non esiste una separazione netta — ogni cosa che facciamo è in qualche misura attraversata da credenze, quindi non si può isolare “l’impulso puro” da “la credenza”. Ma esiste comunque, dentro ciascuno, una piccola voce riconoscibile: la chiama in vari modi — il proprio sé interiore, la vocina, i campanelli d’allarme, le inclinazioni — qualcosa di cui ciascuno tende, per educazione, a non fidarsi.
Il punto di confusione, spiega Elias, nasce quando questa voce interiore indica una direzione, mentre tutto il resto — gli altri, le convenzioni, l’opinione comune — ne indica un’altra. In questi casi si tende a sfiduciare la propria voce isolata in favore della maggioranza, ragionando: “come può essere che io solo abbia ragione, e così tante persone abbiano torto?”. Ma è proprio 👉nell’individuo singolo, ribadisce Elias con forza, che risiede la voce interiore, la conoscenza autentica, l’opposizione genuina alla credenza condivisa.
Aggiunge un’osservazione sottile: se una persona continua a ripetersi la stessa informazione più e più volte, è segno che sta rifiutando di vederla davvero. E se si tiene un sapere interiore ma lo si nega costantemente, ci si troverà a riproporsi lo stesso tema, più e più volte, finché non lo si affronta.
☉Fonte [Sessione 165, 19 aprile 1997] Parafrasi estesa
Perché gli obiettivi non si materializzano
Questa fu la primissima sessione pubblica di Elias, e si apre con un tema molto concreto: perché ci poniamo degli obiettivi, ci concentriamo su di essi con tutta la nostra volontà — eppure spesso non si realizzano, e questo ci frustra. Elias smonta subito un equivoco diffuso: l’idea che ripetersi affermazioni positive in modo meccanico, come un mantra, basti a materializzare ciò che si desidera. Il punto, dice, non è la ripetizione verbale, ma 👉la fiducia di fondo: se davvero ci si fida di sé, si può scegliere qualcosa e lasciarlo andare, senza bisogno di insistere — perché si crede, senza dubbio, che accadrà.
E qui sta la difficoltà reale: nessuno, ammette Elias rivolgendosi al gruppo, può dire di non avere alcun dubbio. È proprio in quel dubbio residuo che si annida la vera credenza limitante, non nell’obiettivo in sé.
“Non tradirai te stesso” si lega al value fulfillment ≣
Elias riprende qui la stessa formula della sessione 101, ma la collega esplicitamente al value fulfillment: l’essere umano, in quanto massima espressione di se stesso, tenderà sempre verso il proprio compimento di valore (realizzazione della natura dell’essenza) — e in questo non potrà mai tradirsi. Anche quando si sperimenta conflitto, anche quando si fatica a comprendere il senso della propria fatica, accettare di essere semplicemente nel proprio percorso (senza giudicarlo migliore o peggiore di un altro) elimina gran parte del conflitto stesso.
Un partecipante, Drew, intavola con Elias un lungo scambio serrato su come conciliare l’idea di “fidarsi e lasciare accadere” con quella di avere comunque desideri e direzioni concrete da perseguire — usando l’immagine di una barca lasciata alla deriva contro una barca guidata attivamente al timone. Elias chiarisce che fidarsi di sé non significa abbandonare ogni direzione: significa essere il capitano della propria barca, fidandosi della rotta che si sceglie, senza il bisogno costante di “spingere” con sforzo e ansia contro la corrente.
Il racconto del piccolo alberello
In questo stesso scambio compare, per la prima volta nella sua forma più diretta, l’invito a “essere come un piccolo alberello dritto” — un’immagine che Elias userà spesso in seguito: occuparsi solo di sé, senza lasciarsi piegare dall’influenza conflittuale di altri.
Reta, una partecipante abituale, porta la propria esperienza concreta: sente di conoscere già, nel profondo, gran parte del proprio intent — ma il conflitto nasce quando non si concede il permesso di seguirlo, o quando si lascia scoraggiare da chi le sta intorno.
La risposta di Elias è la stessa formula-chiave, qui ulteriormente sviluppata: ci si lascia influenzare dagli altri proprio perché non ci si fida di sé; “fidati dell’universo e provvederà per te” non è poi così lontano dal vero, dice Elias — ma la formula più esatta sarebbe: fidati di te stesso, e tu provvederai per te.
☉Fonte [Sessione 510, 4 dicembre 1999] Parafrasi estesa
Trust e acceptance non sono sinonimi
Questa sessione, più tarda e concettualmente più raffinata, introduce una distinzione importante che spesso si tende a confondere: trust e acceptance non sono la stessa cosa. Sono due movimenti diversi, due espressioni diverse. È possibile fidarsi di alcuni aspetti di sé, delle proprie capacità, delle proprie creazioni, senza per questo accettarli pienamente — quindi non sono affatto sinonimi.
Elias lega questa distinzione a due esperienze emotive molto comuni: la preoccupazione (worry) e il senso di colpa (guilt).
👉La preoccupazione, spiega, è il perpetuarsi di una mancanza di trust verso se stessi — nasce dal sentirsi privi di controllo.
👉Il senso di colpa, invece, è il perpetuarsi di una mancanza di acceptance di sé. Sono due manifestazioni diverse della stessa difficoltà di fondo, ma agiscono su piani distinti.
Il controllo come illusione
Un passaggio centrale riguarda il concetto di controllo. Elias lo definisce un’illusione: non è una cosa reale in sé, ma una costruzione della percezione, influenzata dalle credenze, che ci diamo per concederci il permesso di muoverci in una direzione — ma che, di fatto, non funziona mai del tutto come crediamo. Non esiste controllo reale: esiste solo l’illusione di averlo e il bisogno costante di rinforzarla.
Perché colpa e preoccupazione sono, in un certo senso, energia sprecata
Elias arriva a una delle affermazioni più dirette dell’intera sessione: se esistesse davvero qualcosa che si può definire “spreco di energia” (cosa che, in senso stretto, nella sua visione non esiste, perché nessuna energia viene mai sprecata), sarebbero proprio queste due espressioni — colpa e preoccupazione — i candidati più vicini a questa definizione. Servono solo a perpetuare la credenza della duplicity, rinforzando un senso di svalutazione di sé che è, in qualche modo, contrario alla natura stessa della coscienza.
Tolleranza non è accettazione
Nella seconda parte della sessione, Elias introduce una terza distinzione altrettanto importante, spesso confusa con l’accettazione: la tolleranza. Mentre l’accettazione è duratura e priva di aspettative — è un genuino “non importa” — la tolleranza è sempre temporanea e porta con sé un’aspettativa nascosta di cambiamento: si tollera qualcosa o qualcuno aspettandosi, più o meno consapevolmente, che la situazione cambi, o che la persona cambi, o che si finisca per “arrivare” all’accettazione vera.
Ma tollerare non equivale ad accettare: si può essere tolleranti verso un gruppo di persone e, proprio per questo, intolleranti verso un altro gruppo che non condivide la stessa tolleranza — mentre l’accettazione autentica non esclude e non giudica nessuna parte di sé o degli altri.
☉Fonte [Sessione 838, 15 maggio 2001] Parafrasi estesa
La domanda di partenza: come si riconquista la fiducia in qualcuno che ci ha ferito?
Questa sessione privata si apre con una domanda molto concreta, posta per conto di una terza persona (Mary): se sento che qualcuno mi ha fatto del male e perdo fiducia in lui, come faccio a riconquistare quella fiducia?
La risposta di Elias ribalta completamente l’impostazione della domanda: il punto non è come riconquistare fiducia in un’altra persona, ma identificare cosa, dentro di sé, non si sta fidando. L’altra persona, qualunque cosa scelga di fare, non crea la nostra realtà. Se si sperimenta una mancanza di fiducia “verso qualcuno”, in realtà si sta esprimendo una mancanza di fiducia nella propria capacità di creare ciò che si desidera in modo pieno ed efficace.
Mancanza di fiducia, paura e difesa
Elias sviluppa poi un meccanismo preciso: ogni volta che si proietta una mancanza di fiducia verso un’altra persona, si proietta anche un’energia di paura — e alla paura si accompagna sempre, automaticamente, un meccanismo di difesa. Questo crea una sorta di scudo che allontana ulteriormente l’attenzione dalle proprie comunicazioni interiori: più ci si difende, meno si ascoltano i propri segnali, le proprie impressioni, le proprie comunicazioni emotive. È un circolo che si autoalimenta: si proietta sfiducia, si crea difesa, la difesa blocca l’ascolto di sé, e questo a sua volta rinforza la sfiducia.
“In teoria potresti fidarti di chiunque al mondo”
Il passaggio forse più sorprendente della sessione è quando Bobbi, riassumendo quanto sta capendo, chiede direttamente: quindi, in teoria, potrei fidarmi di chiunque al mondo? Elias conferma di sì. Precisa subito, però, che questo non significa affatto dover scegliere di interagire con tutti indiscriminatamente: si può continuare ad avere preferenze, a scegliere con chi stare e con chi no, per moltissime ragioni — affinità di tono, personalità diversa, valori diversi — ma nessuna di queste ragioni ha davvero a che fare con la fiducia.
La fiducia, ribadisce Elias, è sempre e solo una questione interiore: si può essere in relazione con una persona che oggettivamente ha commesso azioni gravemente scorrette, e provare comunque, dentro di sé, una calma profonda nel sapere che non si verrà danneggiati — perché è quella stessa persona interiore, e non l’altro, a creare ciò che si vive.
Riconquistare la fiducia significa cambiare prospettiva, non l’altro
Bobbi arriva a riformulare da sola, con grande chiarezza, il punto centrale: “riconquistare la fiducia in qualcuno” non è davvero qualcosa che si fa nei confronti dell’altra persona — è un cambiamento di percezione che avviene dentro di sé. Elias conferma pienamente questa lettura, aggiungendo un’ultima notazione delicata: l’altra persona, qualunque sia la situazione, percepisce comunque ciò che le viene proiettato addosso — non bisogna illudersi che la propria energia di difesa o di sfiducia passi inosservata.
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Estratti delle trascrizioni di Elias riprodotti in queste pagine: copyright Mary Ennis. Tutti i diritti riservati. Fonte ufficiale delle trascrizioni e delle registrazioni audio di Elias: Eliasweb.org