☉Fonte [Sessione 1392, 17 luglio 2003] Parafrasi estesa
Nel corso di questa sessione privata, Elias affronta il tema delle aspettative partendo da un’esperienza concreta raccontata da Leela: un periodo di alcuni mesi vissuto con un senso di pienezza e fiducia in se stessa, seguito da uno sgonfiarsi di quella sensazione, fino a uno stato di stanchezza e insicurezza che lei stessa definisce un “esaurimento”.
La prima definizione
Il punto di partenza è semplice e diretto. Leela racconta di essere partita per una vacanza in montagna aspettandosi di ritrovare quella gioia che le era familiare a contatto con la natura. Una volta sul posto, però, quella gioia non arriva: al suo posto trova tristezza. Elias la invita a osservare da vicino cosa stava facendo in quei momenti, e la risposta emerge da lei stessa: quando si aspetta qualcosa, l’attenzione è sempre proiettata nel futuro. Si aspetta che qualcosa accada, e nell’attesa non si è più presenti a se stessi, nel qui e ora.
Elias precisa che il problema dell’aspettativa non sta solo nella proiezione verso il futuro, ma in qualcosa di più sottile: aspettarsi qualcosa significa dare per scontato che un evento accadrà da sé, come se dovesse semplicemente presentarsi — non che lo si stia creando attivamente. L’attenzione, in questo modo, si sposta fuori da sé, verso qualcosa che ci si aspetta arrivi dall’esterno. E quando l’attenzione è fuori di sé in questo modo, non si sta più dirigendo la propria esperienza.
Il meccanismo della delusione
Da qui nasce la delusione: non è l’ambiente o la situazione a deludere, spiega Elias, ma è la persona stessa a deludersi, nella misura in cui non sta generando l’esperienza che si aspettava. Finché l’attenzione resta fissata sull’aspettativa — che è comunque una proiezione nel futuro — si resta bloccati, senza accesso alle scelte disponibili nel presente.
Segnale e messaggio
Uno dei passaggi più utili della sessione riguarda la distinzione tra segnale e messaggio. Quando arriva una delusione, questa produce un segnale emotivo. Se ci si concentra solo sul segnale — cioè sulla sensazione spiacevole in sé — senza ascoltare il messaggio che sta cercando di comunicare (“sei deluso perché non stai generando ciò che ti aspetti; fermati, presta attenzione e scegli“), il segnale non fa che intensificarsi. Diventa più forte, più confuso, si mescola ad altre emozioni — ansia, tristezza, paura — proprio perché non è stato ascoltato nella sua sostanza. Elias osserva che a quel punto la mente comincia a tradurre questi segnali sempre più confusi, ma lo fa con informazioni inadeguate, e quindi la traduzione risulta imprecisa: da qui nascono interpretazioni distorte di ciò che si sta vivendo.
L’indicazione pratica
Alla domanda concreta di Leela — cosa fare, allora — Elias non propone una tecnica complicata, ma un gesto semplice: fermarsi e chiedersi, non cosa voglio più avanti, non cosa voglio domani, ma cosa voglio in questo preciso momento. La risposta può essere piccola, persino banale (“voglio stare seduta”), ma è proprio quel piccolo movimento, compiuto senza proiezione, a rinforzare la fiducia in se stessi e un’accettazione priva di aspettative.
Un’aspettativa più profonda: la felicità come qualcosa da acquisire
Nella parte finale della conversazione emerge un livello più profondo del problema. Il disagio di Leela, dice Elias, è legato a una convinzione più radicata: quella secondo cui la felicità sarebbe qualcosa da acquisire dall’esterno — attraverso un ambiente, delle persone, delle circostanze che corrispondano alle proprie preferenze — piuttosto che qualcosa che si genera da sé. È significativo, nota Elias, che nel linguaggio comune si parli di “diventare” felici o di “essere resi” felici, come se la felicità fosse un traguardo da raggiungere invece che un’azione che si compie continuamente.
La via d’uscita che Elias propone non è smettere di avere preferenze, ma imparare a riconoscerle — cosa non scontata, perché richiede di prestare attenzione a se stessi — e poi permettersi di esprimerle, senza reprimerle. È in questo esprimersi secondo le proprie preferenze, momento per momento, che si genera ciò che chiamiamo felicità: non come premio finale, ma come pratica costante di ascolto e scelta di sé.
In sintesi
Un’aspettativa è una proiezione dell’attenzione verso il futuro, unita alla convinzione che qualcosa debba semplicemente accadere anziché essere creato. Questo sposta l’attenzione fuori da sé, blocca l’accesso alle scelte presenti e genera un segnale emotivo (la delusione) che, se non ascoltato nel suo messaggio, si amplifica e si confonde. Lo strumento proposto da Elias è tornare, in ogni momento, alla domanda più semplice: cosa voglio adesso.
Prossimi brani del nucleo Expectations: sessione 816 (l’aspettativa verso se stessi), sessione 354 (le aspettative sottostanti), sessione 1124 (aspettative reciproche), sessione 1754 (la trappola delle aspettative).
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Estratti delle trascrizioni di Elias riprodotti in queste pagine: copyright Mary Ennis. Tutti i diritti riservati. Fonte ufficiale delle trascrizioni e delle registrazioni audio di Elias: Eliasweb.org