Le parole non sono quindi contenitori neutri. Il loro significato è legato a ciò che gli individui di un determinato contesto potevano riconoscere attraverso quelle immagini.
☉La pagina base dell’insegnamento di Elias con le informazioni necessarie e l’elenco dei post pubblicati. In questa pagina le sessioni tradotte in veste integrale o come estratti.
MONOGRAFIE
6. Il Cristo e il cristianesimo secondo Elias
☉Fonti del capitolo presente: a fondo pagina
Capitolo 6
Nei capitoli precedenti abbiamo distinto il Gesù storico dalla figura collettiva del Cristo e abbiamo visto che, nel corpus di Elias, una narrazione religiosa non possiede un unico statuto. Un evento può essere realmente accaduto, può essere stato prodotto attraverso una percezione collettiva, può essere stato successivamente attribuito a un individuo diverso da quello che lo visse, oppure può essere una story o una interpretation.
Resta però un problema differente. Anche separando il racconto dall’evento, rimane infatti la questione del contenuto: che cosa accade a un messaggio quando attraversa tempi, culture e sistemi di credenze differenti?
Le Sessioni 201603051, 201604301 e 201609031 formano, a questo proposito, un blocco particolarmente coerente. Elias non tratta il messaggio associato al Cristo come un insieme di formulazioni verbali immutabili che dovrebbero essere conservate letteralmente. Introduce invece una distinzione fra il contenuto esistenziale e le forme attraverso cui quel contenuto viene espresso e interpretato in un determinato quadro storico.
1. L’informazione non nasce con Gesù
La Sessione 201603051 offre il punto di partenza più netto. Judy riferisce a Elias di avere confrontato la Christ story con materiale appartenente a tradizioni religiose precedenti. La sua domanda contiene già una tesi precisa: alcuni racconti e alcuni contenuti che Gesù avrebbe condiviso non sarebbero stati nuovi, ma sarebbero esistiti prima di lui e sarebbero stati trasmessi attraverso culture e religioni differenti.
Elias conferma la proposizione e aggiunge:
“that information was not new then, it is not new now”
quell’informazione non era nuova allora, non è nuova adesso
— Sessione 201603051
Subito dopo introduce il criterio decisivo: quell’informazione viene tradotta in modi differenti secondo il tempo e la cultura, e nel presente viene nuovamente tradotta in relazione al tempo, alla cultura e allo Shift.
La formulazione deve essere letta con attenzione. Non è Elias a introdurre spontaneamente l’intera ricostruzione storica delle religioni precedenti: Judy propone il confronto e lui lo conferma. Ma il principio successivo — informazione non nuova, traduzione secondo tempo e cultura, nuova traduzione nello Shift — viene formulato direttamente da Elias.
Questo impedisce di rappresentare il messaggio cristico come una rivelazione comparsa dal nulla in un determinato momento storico. Secondo Elias, ciò che viene espresso nella Christ story appartiene a un contenuto che può assumere forme storiche differenti.
Il punto non è quindi: una verità nasce con Gesù e deve essere trasmessa senza modificazioni. La struttura che emerge è piuttosto:
un contenuto viene espresso attraverso linguaggi, simboli e interpretazioni adeguati a differenti tempi e culture.
Questa ricostruzione non autorizza però a introdurre un sistema esterno — una «religione universale», una «filosofia perenne» o un insegnamento esoterico comune a tutte le tradizioni. Elias non formula qui nessuna di queste categorie.
Il dato corpus-based è più circoscritto: l’informazione non è nuova con Gesù e viene tradotta diversamente secondo il contesto.
Fonte principale: Sessione 201603051.
2. Tradurre non significa ripetere letteralmente
La Sessione 201604301 rende esplicito che cosa Elias intenda, almeno in questo contesto, per traduzione. Il tema è la prima Beatitudine:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.»
Judy tenta inizialmente di trovare equivalenti contemporanei delle parole tradizionali. Elias la porta però in una direzione diversa. Quando propone di tradurre la Beatitudine nel quadro temporale e nel linguaggio presente, precisa che la traduzione deve avvenire:
“not literally, but conceptually.”
— Sessione 201604301
Elias propone di tradurre la Beatitudine “not literally, but conceptually”: non conservandone semplicemente le parole e le immagini, ma riconoscendo ciò che esse esprimono al di là della loro formulazione storica. Nel linguaggio del Sentiero, potremmo dire: cogliendone il portato esistenziale, cioè ciò che quella formulazione rivela rispetto all’Essere, all’Esistere e alla natura dell’Essenza (in terminini filosofici: il nucleo ontologico-esistenziale).
Questa piccola espressione è uno dei passaggi più importanti dell’intero dossier. Se la traduzione fosse letterale, il compito consisterebbe nel sostituire parole antiche con parole moderne mantenendo intatta la struttura semantica originaria.
Elias chiede invece di lavorare concettualmente. Aggiunge inoltre che bisogna considerare il tempo e il linguaggio nei quali le Beatitudini furono presentate. Le parole non sono quindi contenitori neutri. Il loro significato è legato a ciò che gli individui di un determinato contesto potevano riconoscere attraverso quelle immagini. La traduzione non conserva necessariamente l’immagine. Cerca ciò che l’immagine esprime.
3. «Poveri» e «ricchi»: il significato dipende dal contesto
La prima Beatitudine permette di vedere concretamente questo metodo. Elias richiama il significato sociale che le figure del povero e del ricco potevano assumere nel quadro storico originario. Non costruisce una definizione astratta di «povertà spirituale», ma utilizza il contrasto fra due modalità di relazione.
Il «ricco», nella spiegazione proposta, viene associato a una forma di self-absorption (egocentrismo) e di chiusura nella propria posizione. Il «povero» non viene invece identificato semplicemente con la mancanza materiale, l’umiltà morale o la sottomissione.
Tradotta nel presente, la Beatitudine viene orientata verso il riconoscimento dell’interconnectedness.
Il passaggio è importante perché mostra che la traduzione non procede così:
povero = umile = buono.
Elias sposta il significato verso la capacità di non isolare il proprio punto di vista, il proprio valore e la propria posizione come realtà assolute.
Nel dialogo entra anche la distinzione fra tolerance e acceptance. Elias osserva che tollerare può significare continuare a giudicare l’altro come sbagliato, limitandosi a non contrastarlo. L’acceptance implica invece il riconoscimento che ciò che è corretto per sé non deve essere trasformato automaticamente in ciò che è assolutamente corretto per tutti.
Il collegamento con la Beatitudine non è quindi una predica sulla modestia. È un’espressione della non-separazione.
4. Il «regno dei cieli» come non-separazione
Verso la conclusione della discussione Judy chiede a Elias una formulazione più diretta della prima Beatitudine nel linguaggio dello Shift.
La risposta concentra il significato su alcuni termini:
valore — interconnectedness — non essere soli — non-separazione — abundance.
Quando entra il simbolo del kingdom of heaven (regno dei cieli), Elias collega Heaven a:
no separation
interconnectedness
abundance
e associa All That Is all’interconnessione e alla mancanza di separazione.
La conseguenza è notevole. In questa traduzione il «regno dei cieli» non viene presentato come un luogo futuro al quale si accede dopo la morte. Non è neppure descritto come ricompensa concessa da un’autorità esterna.
Viene tradotto come riconoscimento della non-separazione e dell’interconnessione.
Questo non significa che Elias stia affermando che il testo storico originario possedesse già, verbalmente e consapevolmente, tutta la terminologia dello Shift. Sarebbe esattamente il contrario del metodo che sta proponendo.
Il punto è che una formulazione religiosa appartenente a un determinato quadro culturale può essere riletta concettualmente entro una configurazione differente dell’awareness.
Il simbolo rimane riconoscibile; il quadro che gli attribuisce significato cambia.
Fonte principale: Sessione 201604301.
5. La seconda Beatitudine: la cornice interpretativa può cambiare
mourning → afflizione
grieving → vivere/attraversare il dolore della perdita
acceptance → accettazione, mantenendo però il significato tecnico eliasiano e non quello di rassegnazione.
La seconda Beatitudine recita: “Blessed are they who mourn, for they shall be comforted” — «Beati gli afflitti, perché saranno confortati». (Più letteralmente: “Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.”)
Nel riformularla per lo Shift, Elias stabilisce subito il rapporto fra i termini: “Mourning is grieving.” L’afflizione viene cioè ricondotta al vivere il dolore di ciò che viene percepito come una perdita. Elias precisa che questo grieving non riguarda soltanto la morte, ma può presentarsi in molte forme, e lo descrive come un processo naturale che può condurre all’esperienza dell’acceptance.
La Sessione 201609031 permette di verificare se il metodo della prima Beatitudine sia un caso isolato. Judy passa alla seconda e prima di chiedere la traduzione nello Shift, cerca di ricostruire ciò che la frase avrebbe significato nel precedente quadro religioso. Propone che, in quel tempo, il conforto fosse associato alla fede in Gesù il Cristo.
Elias conferma: “In that time, yes.”
Judy chiede allora esplicitamente se quella sia una corretta interpretazione per quel time framework, ed Elias conferma nuovamente.
Abbiamo quindi un dato importante: Elias non tratta l’interpretazione religiosa precedente come se fosse semplicemente un errore privo di funzione. La colloca nel proprio contesto.
Quando però Judy domanda come la stessa Beatitudine possa essere interpretata nello Shift, il quadro cambia.
Il mourning viene ricondotto al grieving, cioè all’esperienza naturale di ciò che viene percepito come perdita. Elias sviluppa il processo in termini di esperienza dell’acceptance.
Il lutto, se permesso, offre un’esperienza concreta dell’accettazione. E l’accettazione, precisa Elias, non richiede necessariamente accordo, gradimento, comodità e neppure comprensione.
Il conforto non viene quindi prodotto da una promessa esterna. Nasce da un knowing (sapere-aver compreso) che modifica la comprensione della perdita.
6. Dal conforto futuro al knowing della non-perdita
Elias rende esplicita la differenza fra i due quadri temporali. Nel original time framework, spiega, il conforto veniva percepito come qualcosa che sarebbe stato ricevuto in Heaven (Cielo/Paradiso), dopo la morte.
Analisi critica dell’affermazione di Elias ⇣
Nel giudaismo contemporaneo di Gesù non esisteva una concezione unica dell’aldilà. Le fonti attestano posizioni differenti: i farisei accettavano la resurrezione e una ricompensa/punizione oltre la morte, mentre i sadducei la negavano; Giuseppe Flavio attribuisce inoltre agli esseni una forma di immortalità dell’anima. Il dibattito era quindi vivo proprio nel I secolo. (TheTorah)
Esistevano però effettivamente correnti nelle quali il giusto sofferente poteva aspettarsi una compensazione dopo la morte. La letteratura del periodo maccabaico presenta martiri che attendono una ricompensa celeste; alcuni testi apocalittici collocano il paradiso e il destino dei giusti nei cieli. Il Cambridge Dictionary of Judaism and Jewish Culture osserva che, in diversi testi apocalittici del Secondo Tempio, il viaggio verso il cielo è associato alla morte e paradiso e punizione vengono collocati nei cieli. (Cambridge Assets) Già intorno al I secolo d.C. poteva inoltre essere concepito un Paradiso celeste quale dimora escatologica dei giusti. (Cambridge University Press)
Quindi questa idea:
sofferenza nella vita presente → consolazione/retribuzione nella condizione successiva era certamente disponibile nel mondo ebraico dell’epoca.
Ma il problema nasce quando Elias la formula specificamente come: il conforto sarebbe stato ricevuto in Heaven dopo la morte.
La Beatitudine, storicamente, sembra dire qualcosa di un po’ diverso
Matteo 5,4: “Blessed are those who mourn, for they shall be comforted.” Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati”, ha un rapporto molto evidente con Isaia 61,2–3, dove la missione profetica comprende il «confortare tutti coloro che sono in lutto» e, più precisamente, coloro che piangono Sion. Le corrispondenze linguistiche fra Matteo e la versione greca di Isaia sono molto strette. (Enter the Bible)
E questo è importante, perché in Isaia il conforto non è originariamente:
morire → andare in Paradiso → essere consolati.
È innanzitutto consolazione escatologica/restaurazione: Dio interviene sulla condizione di Israele e di Sion, trasformando lutto, oppressione e perdita. (Enter the Bible)
Anche una nota esegetica moderna a Matteo 5,4 interpreta il futuro passivo “they shall be comforted” come un “theological passive”: significa sostanzialmente “God will comfort them”. Non specifica di per sé che tale conforto avverrà soltanto dopo la morte. (BibleGateway)
C’è poi un dettaglio terminologico decisivo. In Matteo, “Kingdom of Heaven” non equivale normalmente a “il Cielo dove si va dopo la morte”. È la formulazione tipicamente matteana del Kingdom of God, il regno/governo di Dio. James D. G. Dunn osserva esplicitamente che Matteo preferisce Kingdom of Heaven dove altri testi dicono Kingdom of God, con lo stesso significato fondamentale. (Cambridge University Press)
Come va valutata l’affermazione di Elias?
Affermazione storicamente compatibile:
nel I secolo esistevano correnti ebraiche che concepivano una ricompensa, una vita futura, una resurrezione o anche una dimora paradisiaca/celeste dei giusti dopo la morte.
Affermazione troppo generalizzata:
non possiamo dire che “gli ebrei contemporanei di Gesù credevano che chi soffriva sarebbe stato confortato in Heaven dopo la morte”. Alcuni sì, altri no, e le rappresentazioni dell’aldilà erano diverse.
Soprattutto, per Matteo 5,4: la derivazione più immediata sembra essere la consolazione escatologica di Isaia, cioè il futuro intervento/restaurazione di Dio, non specificamente una promessa di consolazione individuale in Paradiso dopo la morte.
👉Qui abbiamo un caso in cui possiamo conservare integralmente ciò che Elias afferma e, nello stesso tempo, segnalare che la verifica storica esterna lo conferma solo parzialmente.
Nella traduzione proposta per il presente il centro si sposta.
Elias parla del conforto prodotto dal knowing che:
“there actually is no loss.”
in realtà non c’è alcuna perdita
— Sessione 201609031
La percezione fisica della perdita non viene negata. Elias precisa che l’esperienza è reale nel focus fisico. Ma la perdita viene considerata temporanea rispetto a una realtà più ampia della percezione fisica.
7. Ma non ogni Beatitudine cambia significato
A questo punto potrebbe sembrare che Elias stia applicando una regola generale: ogni formulazione religiosa antica deve essere sostituita da un significato nuovo nello Shift. La stessa Sessione 201609031 impedisce questa conclusione.
Quando Judy introduce la terza Beatitudine — «Beati i miti, perché erediteranno la terra» — propone una lettura storica dei meek come individui quieti, remissivi, quasi invisibili per non essere sopraffatti da chi detiene il potere.
Elias risponde che questo caso è particolare, perché:
“the meaning is the same in both time frameworks.”
il significato è lo stesso in entrambi i quadri temporali
Questa affermazione modifica in modo decisivo il nostro modello. La traduzione culturale non comporta necessariamente un cambiamento del contenuto concettuale.
In alcuni casi può essere la cornice interpretativa ad avere oscurato un significato che rimane invece valido nei due quadri temporali.
Elias precisa infatti che meek non riguarda il demeanor (comportamento): non significa semplicemente essere timidi, nascosti o poco visibili.
Lo collega piuttosto all’assenza di aggression e a una minore dipendenza dalle fonti esterne, insieme a una maggiore self-awareness.
In questa spiegazione l’aggressione/aggressività viene descritta come qualcosa che interrompe la connessione, mentre l’interconnectedness viene indicata come stato naturale.
Il punto non è quindi sostituire una vecchia dottrina con una nuova.
È distinguere: il significato esistenziale/ontologico dalla forma in cui quel significato è stato comunemente interpretato.
8. Due tipi di traduzione
Dalle prime tre Beatitudini emerge così una distinzione più precisa di quanto potesse sembrare inizialmente. La traduzione può operare almeno in due modi.
Nel primo caso, la cornice religiosa del precedente time framework struttura il significato in termini che lo Shift riformula profondamente.
È ciò che vediamo soprattutto nella seconda Beatitudine:
comfort in Heaven dopo la morte
→ knowing della non-perdita sperimentabile nel presente.
Nel secondo caso, Elias può affermare che il significato esistenziale è lo stesso nei due time frameworks, pur correggendo l’interpretazione tradizionale.
È il caso della terza Beatitudine. Perciò la formula:
«Elias cambia il significato delle Beatitudini per adattarle allo Shift» sarebbe troppo semplice.
La formulazione più fedele è:
Elias distingue il contenuto esistenziale dalla sua formulazione e dalla sua interpretazione culturale. Nel passaggio fra differenti time frameworks, alcune cornici interpretative vengono riformulate; in altri casi lo stesso significato può essere riconosciuto attraverso un linguaggio differente.
Questa è una ricostruzione aderente ad Elias perché non deriva da una sola espressione ma dalla convergenza delle tre sessioni del 2016.
9. La quarta Beatitudine: un limite documentario
La sessione affronta brevemente anche: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.»
Il passaggio disponibile è però molto meno stabile. Judy collega righteousness (giustizia) alla propria ricerca di risposte e chiede se possa costituirne un esempio. Elias risponde affermativamente e associa poi righteousness a un’espressione di growth (crescita/evoluzione).
La frase immediatamente precedente nella trascrizione automatica (il file era un audio e l’abbiamo trascritto localmente, ndr) è linguisticamente corrotta e non consente di ricostruire con sicurezza l’intera formulazione. Per questo non useremo la quarta Beatitudine per costruire un principio autonomo.
Il termine growth, inoltre, non deve essere trasformato in una teoria di evoluzione spirituale o di progresso ontologico. In questo blocco possediamo soltanto un uso locale del termine, non una definizione generale. Questo limite è importante quanto le acquisizioni precedenti.
Non tutte le parti della fonte possiedono lo stesso grado di affidabilità testuale.
10. Elias sta ricostruendo l’insegnamento autentico del Gesù storico?
A questo punto nasce una domanda inevitabile. Quando Elias riformula le Beatitudini, sta dicendo: «questo è ciò che il Gesù storico intendeva realmente»?
Le fonti disponibili non permettono di affermarlo in questi termini.
- La Sessione 201603051 stabilisce che l’informazione associata alla Christ story non era nuova con Gesù e viene tradotta secondo tempo e cultura.
- La 201604301 parla esplicitamente di traduzione non letterale ma concettuale (esistenziale, ndr) nel quadro e nel linguaggio presenti.
- La 201609031 confronta più volte differenti time frameworks e mostra che una stessa formulazione può assumere una cornice interpretativa differente.
Nessuna di queste sessioni costituisce però un’autenticazione filologica dei detti evangelici. Non stabiliscono:
- quali parole siano state realmente pronunciate dal Gesù storico;
- quali Beatitudini derivino direttamente da lui;
- quale redazione evangelica conservi la formulazione più antica;
- quali elementi siano stati aggiunti successivamente.
Questo problema resta aperto nel dossier. Il materiale del 2016 opera su un altro livello: come un contenuto religioso può essere compreso e tradotto attraverso differenti configurazioni culturali e differenti gradi di awareness.
Confondere i due piani trasformerebbe una lettura esistenziale di Elias in una ricostruzione storica che il corpus non fornisce.
11. Il messaggio non coincide con la sua forma religiosa
Possiamo ora tornare al punto iniziale. Nel sistema che emerge da queste sessioni, il messaggio associato al Cristo non coincide con una determinata formulazione religiosa.
La parola può cambiare. Il simbolo può cambiare funzione.
Un’interpretazione può essere adeguata a un determinato quadro temporale e non essere più la forma attraverso cui lo stesso contenuto viene espresso in un altro. Questo non significa che tutte le interpretazioni siano equivalenti.
Elias corregge interpretazioni, distingue significati e indica differenze precise. Ma il criterio non è la conservazione letterale della formula antica.
👉È il contenuto esistenziale e la sua possibilità di essere riconosciuto nel quadro attuale.
In questo senso la Christ story appartiene allo stesso processo che abbiamo già incontrato nella costruzione della figura del Cristo:
- il movimento non si esaurisce nel simbolo;
- il contenuto non si esaurisce nella formula;
- la realtà di ciò che viene espresso non dipende dalla fissità della sua presentazione storica.
12. Dal linguaggio religioso al linguaggio dello Shift
Le tre sessioni del 2016 permettono quindi di aggiungere un sesto mattone alla ricostruzione. Nei capitoli precedenti abbiamo stabilito che:
- il Christ entity è simbolo e focal point di un movimento;
- Gesù è un focus individuale e non l’intera Essenza;
- la stessa Essenza è espressa attraverso più focus simultanei;
- la figura religiosa del Cristo incorpora esperienze e narrazioni collettive;
- evento, storia, interpretazione e attribuzione devono essere distinti.
Ora possiamo aggiungere:
il contenuto associato alla Christ story non viene presentato da Elias come un deposito verbalmente immutabile nato con Gesù. Esso può essere espresso e interpretato attraverso differenti forme culturali; la traduzione nello Shift opera esistenzialmente e non necessariamente letteralmente, e può tanto riformulare una precedente cornice religiosa quanto far emergere lo stesso significato attraverso un diverso linguaggio.
Questo principio impedisce due riduzioni opposte.
La prima sarebbe affermare che la tradizione religiosa conserva semplicemente, parola per parola, un messaggio originario immutato.
La seconda sarebbe sostenere che Elias elimini il messaggio cristico perché considera storicamente costruite molte delle sue forme.
Il corpus del 2016 indica una terza possibilità.
La forma può essere storica senza che il contenuto venga annullato.
Ed è precisamente qui che la questione del Cristo si collega alla più ampia trasformazione dell’era religiosa nello Shift.
Se il messaggio può essere ritradotto fuori dalla struttura di un Dio esterno, di un Heaven futuro e di un’autorità spirituale separata, occorre ora comprendere quale funzione Elias attribuisca all’era religiosa stessa e perché il simbolo del Cristo possa continuare a essere utilizzato anche quando cambia il quadro che lo interpreta.
Questo sarà il tema del prossimo capitolo.
Nota sulle fonti
Le fonti portanti del capitolo sono le Sessioni 201603051, 201604301 e 201609031.
Le tre sessioni sono disponibili nel progetto come fonti audio con trascrizioni operative generate tramite Whisper. I passaggi utilizzati qui sono quelli semanticamente continui e sufficientemente stabili; segmenti chiaramente corrotti, in particolare alcune parti della quarta Beatitudine, non sono stati assunti come base dottrinale.
La 201603051 fornisce il principio secondo cui l’informazione della Christ story non era nuova allora né lo è ora e viene tradotta secondo tempo e cultura, compreso il contesto dello Shift.
La 201604301 esplicita il metodo della traduzione not literally, but conceptually e sviluppa la prima Beatitudine attraverso interconnectedness, non-separazione e abundance.
La 201609031 mostra che il metodo non è uniforme: la seconda Beatitudine viene riformulata fra due differenti time frameworks, mentre per la terza Elias afferma che il significato resta lo stesso. La quarta viene utilizzata soltanto come materiale secondario a causa dell’instabilità della trascrizione in un passaggio decisivo.
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Estratti delle trascrizioni di Elias riprodotti in queste pagine: copyright Mary Ennis. Tutti i diritti riservati. Fonte ufficiale delle trascrizioni e delle registrazioni audio di Elias: Eliasweb.org