Cerchio Firenze 77: eternità della coscienza di esistere 65

Ogni uomo, nel corso della sua vita, si chiede anche reiteratamente se la morte del suo corpo trarrà seco quell’io sono che è dimostrazione della sua esistenza.

Libri del Cerchio Firenze 77 con l’insegnamento fondamentale:
Dai mondi invisibili
Oltre l’illusione
Per un mondo migliore
Le grandi verità
Oltre il silenzio
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File vocali originali del CF77 dal 1965 al 1984
L’Opera Omnia del CF77

    La paura della propria morte è un coacervo di timori, apprensione per l’ignoto, orrore che la morte in sé rappresenta, panico al pensiero che sia dolorosa, peritanza arrecata dall’istinto di conservazione, sgomento per dover lasciare il proprio mondo, ma soprattutto terrore del nulla, cioè che cessi quell’io sono, quel sentirsi d’esistere che proviamo vivendo e che crediamo sia attributo proprio e particolare della vita del corpo.

    Se si riuscisse a trovare la certezza che l’io sono, che si crede faccia esistere, non cesserà, forse una buona dose dello spavento che la morte infonde vorrebbe meno.
    Chi vuol vederci chiaro, intanto, deve tener presente che la coscienza di esistere, il sentirsi d’essere, non è legato all’io, essendo il senso dell’io il prodotto delle limitazioni e di un conseguente errato modo di concepire la Realtà.

    Il sentirsi di esistere non viene mai meno. Chi, con un rapido esame, si volge indietro a cercare nel suo passato una conferma a questa affermazione, può restare perplesso. Nel sonno, la coscienza di esistere viene meno? Certamente no; questo lo affermano anche gli studiosi della materia. Il fatto che certi sogni si dimentichino subito, al rientro nello stato di veglia, e che quindi nel ricordo vi sia una lacuna che può dare l’idea di una vacanza del senso di esistere, non significa che un vuoto vi sia stato effettivamente. Sapreste ricordare nei particolari che cosa avete fatto tre anni fa? Probabilmente non lo ricordate, eppure lo avete vissuto, eppure il vostro sentirvi esistere, era presente anche allora, in quella porzione della vostra esistenza che, ora, costituisce un vuoto nel ricordo.

    Nel coma, invece, come nella anestesia totale, come nel cosiddetto riposo dell’Ego (1), sembrerebbe che effettivamente la coscienza d’esistere venisse meno per un certo tempo. Tuttavia la spiegazione è facile: il tempo oggettivo non esiste; quella che sembra una soluzione di continuità nel sentirsi di esistere dell’addormentato, per lui non lo è affatto; lui sente di esistere senza interruzione quello che per gli altri è un tempo lunghissimo; per lui è come andare a capo nella lettura, come voltare una pagina. Sono gli altri che vivono situazioni, fotogrammi, episodi che lui non vive. Il suo sentirsi di essere non si arresta in attesa che gli altri vivano ciò che debbono vivere, ma scorre nelle successive situazioni che deve sperimentare senza arresti, senza soluzione di continuità, sia che gli altri contino un’ora o un giorno o un anno.

    (1) Per «riposo dell’Ego» si intende quello stato a cui perviene un individuo che non abbia completamente costituita la propria coscienza, dopo il trapasso, terminata la revisione e l’assimilazione delle esperienze avute nell’ultima incarnazione. (N.d.R.).

    Questa esperienza, in qualche modo, la si può costatare anche col sonno naturale del corpo fisico. Talvolta vi sembra di aver dormito un attimo e invece sono passate ore. Tal’altra sembra di aver dormito lungamente e invece si è trattato di un breve tempo. La differente valutazione è dovuta al fatto che nel primo caso si è dormito profondamente, cioè senza ricordare i sogni fatti; nel secondo, invece, il ricordo del sogno è più netto del consueto. Tutto ciò ci conferma che il tempo, oltre a essere un fattore relativo sul piano della fisicità, è anche estremamente soggettivo sul piano individuale, cioè ognuno ha la cognizione del trascorrere del tempo solo in funzione della successione degli avvenimenti che percepisce, veri o sognati che siano.

    Allorché cessa la percezione — comprendo in questo termine anche la recezione o il ricordo dei pensieri —, cessa l’idea del trascorrere del tempo e il sentirsi di esistere scorre senza soluzione di continuità, saltando a pie’ pari la durata degli avvenimenti di cui non si è avuta percezione proprio perché non v’è durata se non v’è avvenimento.

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