Considerazioni su un testo del CF77.
☉ Fonte: Opera Omnia Cerchio Firenze 77, 457ter. La liberazione deve essere desiderata per instaurare il giusto ordine nel mondo (cioè per un fine altruistico, ndr).
Mario: Volevo sapere come posso fare per raggiungere più velocemente la liberazione? E se c’è un modo per capire, quando si avanza, a che punto siamo, cioè se la nostra presunzione mi fa credere di essere arrivato a un certo punto, se operando al modo opposto, penso di tornare troppo indietro. Cioè, come fare a dire, ecco, fin qui sono sicuro perché quello che fo’, quello che riesco a fare, è valido e non è dettato da presunzione oppure da un falso senso dell’orgoglio, eccetera.
François: Ecco, guarda, caro. Perché tu vuoi raggiungere la liberazione?
Mario: Perché è lo scopo di questa vita, almeno a quanto si legge, a quanto penso che sia…
François: Cioè, perché tu sei convinto che sia la cosa giusta da perseguire, è vero?
Mario: Esatto, sì.
François: Senza pensare a quello che può essere un tuo vantaggio personale, cioè liberandoti subito dal fatto che nella liberazione c’è la quiete da ogni angoscia, da ogni conflitto, è vero? Questo, se viene, viene come di più. Ma lo scopo principale per il quale ognuno di noi ed ognuno di voi deve mirare a questa meta che i Maestri additano, è quello di raggiungere ciò che si deve fare, ciò che rientra nell’ordine generale delle cose. Cioè, si deve agire rettamente non per migliorarsi in Paradiso (forse era: meritarsi un Paradiso, ndr), come dice il Maestro Kempis, né perché così ogni conflitto in noi stessi viene a cessare e non soffriamo più, ma si deve perseguire quella meta perché è ciò che veramente può stabilire l’ordine nel mondo.
Il cercare la liberazione per liberarsi dalle angosce e dalle sofferenze non è che una variante del paradiso cattolico.
Questa è la ragione che deve spingerci, e mi ci metto anch’io, a perseguire una retta condotta, un retto pensiero, un retto sentire. Questo è importante premetterlo. Perché, generalmente, questa, chiamiamola liberazione, che è insegnata da varie discipline, cominciando da quella Yoga e via dicendo, è prospettata in senso egoistico, perché si dice: raggiungendo questa liberazione, ti libererai dalla sofferenza; perseguendo questa liberazione attraverso la meditazione, spegnerai i semi dei karma negativi. Non è altro che una variante del Paradiso della religione cattolica, e questo è profondamente errato.
Perché, invece, colui che cerca di raggiungere la liberazione con questo fine, 👉non la raggiungerà mai. Lo scopo per il quale l’uomo deve migliorare sé stesso è quello di instaurare nel suo mondo e, quindi, da questo al mondo degli altri, l’ordine, la giustizia e la rettitudine. Questo e basta.
Nota di uma: nei passi citati ci sono affermazioni dubitabili.
- La contrapposizione intenzione egoistica/intenzione altruistica è molto didascalica e fuorviante: ciò che muove l’umano non è mai univoco ma sempre frutto di una tensione che genera il processo dell’esistere e da un insieme composito e contraddittorio fa emergere, infine, il vertice altruistico e unitario.
- “colui che cerca di raggiungere la liberazione con questo fine, non la raggiungerà mai”: questa è chiaramente un’espressione provocatoria priva di senso, non essendo la liberazione frutto dell’opera personale ma solo del processo dell’esistere: ogni errore, ogni intenzione conducono comunque all’unificazione finale.
- “Lo scopo per il quale l’uomo deve migliorare sé stesso è quello di instaurare nel suo mondo e, quindi, da questo al mondo degli altri, l’ordine, la giustizia e la rettitudine“.
L’espressione è chiaramente condizionata: l’ordine, la giustizia e la rettitudine nel mondo sono il frutto dei processi personali, processi sui quali io ho influenza perché posso realizzarli in me ma non ho il potere di condizionare in modo attivo quelli altrui.
Ciò che conta è la mia intenzione rivolta al bene comune, la mia dedizione a esso, il mio spirito di servizio. Questa mia intenzione svela ciò che è compreso in me, il sentire conseguito che diviene testimonianza attiva, vita concreta. Questo è il massimo contributo che posso dare all’altro da me: il suo processo esistenziale rimane ampiamente oltre le mie possibilità; riguarda il suo vivere e comprendere.
Se io fossi mosso da desiderio di trasformare il mio prossimo, metterei in atto una proiezione di me, un ampliamento della mia pretesa egoica – per quanto generosa essa possa apparire – e testimonierei chiaramente che non ho compreso la soggettiva responsabilità di ogni esistenza.
François affronta solo un aspetto della questione della spinta che sostiene la ricerca della liberazione, l’aspetto più didascalico, come dicevo.
Quella spinta è composita, caratterizzata da elementi personali (insoddisfazione, dolore), e al tempo stesso frutto del sentire che si amplia e conduce a desiderare il bene comune e ad adoperarsi per esso.
Ma c’è un elemento ancora più radicale che si affaccia solo dopo aver superato le spinte più evidenti, quelle cui ho accennato: è la spinta a non-essere, a scomparire come entità dotata di una qualche rilevanza e specificità.
È la spinta a Essere: Essere e basta, senza caratterizzazione, senza scopo, senza finalità alcuna. Puro e semplice Essere. Questa spinta non ha niente a che fare con sé; è il richiamo ontologico, la Fonte di ogni Essenza che chiama a Sé.
A un certo punto la consapevolezza non si occupa più di sé e del dolore o dell’insoddisfazione che possono in vario grado accompagnarci; non è più coinvolta nel male del mondo e nel desiderio di alleviarlo, di liberare l’altro dal suo peso e dal suo dolore, dall’ingiustizia e dalla sopraffazione perché di tutti questi accadere coglie il senso esistenziale.
Una vita, un esistere divengono un obbedire, un essere risucchiati in un vortice dove la nostra volontà non conta nulla: non noi determiniamo il processo, l’Essere determina ogni cosa e non concede tregua. Quell’essere risucchiati corrisponde in noi a un fuoco che arde, il fuoco dell’unificazione.
Da una forza ineluttabile e totalmente oltre ogni volontà personale siamo assorbiti; da un fuoco siamo arsi. Cosa c’entra questo processo con la riduzione didascalica di egoismo/altruismo? Questo è in gran parte già acquisito; è un livello su cui la consapevolezza non ha più necessità di stazionare.
Sentiamo che noi e il mondo niente siamo; sentiamo che solo l’Assoluto Essere è: siamo lontani anni luce da ogni declinazione umana di liberazione; sta accadendo qualcosa che non ha più categorie né archetipi di riferimento, che scardina l’umano fin nelle radici.
Prosegue in un altro post futuro…
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Non si cerca la liberazione , non si segue una via per ottenere la liberazione .
Si segue una via perché da essa chiamati , perché la coscienza ti ci porta .
Sono le comprensioni ottenute di esperienza in esperienza , a permettere l’evoluzione del sentire di coscienza , nel divenire .
Evoluzione del sentire , direi , non liberazione .
Grazie.