La metafora delle montagne è attribuita a Qingyuan Weixin (conosciuto in giapponese come Seigen Ishin), un maestro Zen cinese della dinastia Song (vissuto tra l’XI e il XII secolo).
Il suo pensiero è stato tramandato principalmente all’interno del Compendio delle Cinque Lampade (Wudeng Huiyuan), una storica raccolta di testi Zen:
“Trent’anni fa, prima che iniziassi a studiare lo Zen, vedevo le montagne come montagne e i fiumi come fiumi.
Più tardi, quando entrai in contatto con maestri illuminati, giunsi a un punto in cui non vedevo più le montagne come montagne e i fiumi come fiumi.
Ma ora che ho raggiunto la vera dimora della quiete, vedo di nuovo le montagne come montagne e i fiumi come fiumi.”
Tre stadi della consapevolezza:
- l’immersione nell’illusione generata dall’ignoranza e dalla limitazione del sentire;
- l’illusione prodotta dai fenomeni della via derivanti dall’impatto che l’ampliarsi del sentire produce sui corpi transitori;
- la consapevolezza unitaria, infine.
Mi interessa trattare qui il terzo stadio della consapevolezza: le montagne – la realtà dell’esistere – sentita unitariamente, nella sua natura autentica.
Natura autentica non definisce il come e di cosa è composto il reale, ma il come è sentito a prescindere da come è percepito. La percezione è il prodotto dei sensi, ma quella percezione può essere sentita in molti modi differenti. Tu e io percepiamo le montagne allo stesso modo, ma come le sentiamo?
Non intendo qui trattare la questione da un punto di vista teorico; parlerò della mia esperienza. Da quando ho smesso di insegnare, ho dedicato ogni risorsa ad approfondire l’esperienza della consapevolezza unitaria e, in particolare, dello scomparire nel Ciò-che-È.
Negli ultimi mesi è avvenuto uno switch: ho trascorso settimane immerso nella consapevolezza del Ciò-che-È sapendo, intuendo, che solo passando da quella porta così intensa e ricca di presenza, sarei potuto transitare oltre, là dove il Ciò-che-È non è più intensità fenomenica che vibra nei corpi e nella consapevolezza, ma è solo ferialità, ordinarietà.
È accaduto un giorno, non saprei dire quando: l’intensità è sparita e c’è stata solo ordinarietà. Il Ciò-che-È è divenuto l’ordinario, è stato sentito come la radice ordinaria di tutto ciò che È. È scomparsa ogni intensità di consapevolezza e di percezione, ogni nube di consapevolezza, ogni sfumatura di alterazione, ogni senso dello straordinario, ogni sentimento per quell’essere, finalmente, nel cuore dell’Essere.
Se cerco di tornare con un atto di volontà a quella sperimentazione, l’intero sistema si oppone.
Tutto finito: solo le montagne sono rimaste. Ma cosa sono le montagne oggi? La consapevolezza lucida dell’Assoluto Essere, del Ciò-che-È. Una consapevolezza ordinaria che non produce più una tensione particolare nei corpi: la vibrazione particolare associata a quella consapevolezza è stata metabolizzata dai corpi e questi non reagiscono più in modo peculiare; la sentono come normale.
Ma “normale” non è: il Ciò-che-È sentito non come essenza di ogni cosa che è; ogni cosa che è, è il Ciò-che-È. Tutto ciò che esiste è il Ciò-che-È. Non esiste quest’essere ma il Ciò-che-È in questa forma; non esiste la montagna, ma il Ciò-che-È nella sembianza ed essenza della montagna.
Più a fondo ancora: non esiste quest’essere né la montagna: al di là delle forme che trovano rappresentazione, esiste solo il Ciò-che-È; oltre il Niente/Tutto, solo la natura del Ciò-che-È che non è rappresentata dalle forme e dalle vibrazioni; queste non sono che apparenza ai sensi.
Prima di apparire come forma, il Ciò-che-È è sentito come Essenza: chi lo sente È quella Essenza, non è qualcuno che percepisce un’Essenza.
In questo sentire ordinario, non c’è il sentire come ordinario il Ciò-che-È, c’è invece il Ciò-che-È che sente e non può che sentire ciò che sente come ordinario: chi, avendo una percezione e un sentire unitario di sé, si sentirebbe straordinario?
Il portatore di limite dov’è finito? È qui, nell’Eterno Presente, ma non c’è alcuno che si identifichi con esso. Cosa significa? Il limite è proprio del presente, ma nel presente la consapevolezza è sull’Essere; il limite è la condizione di quest’umano, con le sue caratteristiche e peculiarità, ma la consapevolezza non è identificata con esso: c’è, ma non è quest’Essere. Ne è parte? Questa espressione non significa niente: il limite è il martello che usi per battere il chiodo, ma non sono né il martello né il chiodo, né l’atto del battere.
In un altro sentire ero quello, forse, ma non ora. Ora il martello, il chiodo, il battere sono solo meccanica, fisiologia della vita su un piano.
Possibilità creativa di vario genere. In quanto tale, il come e il perché del martello che batte il chiodo sono fonte di iniziativa continua, com’è naturale che sia.
La consapevolezza sente l’insieme ma non sente dal basso verso l’alto, sente dall’alto verso il basso, se così si può semplificare: sente l’insieme e il dettaglio incastonato nell’insieme. Sente l’Essere senza tempo e il processo che diviene e sa cos’è reale e cosa non lo è.
Il limite è un problema se tu senti di esserlo, ma se non lo senti, se è solo una condizione relativa? Se l’ancoraggio all’Essere è così forte da rendere tutto secondario, il limite è ancora qui ma non è un peso, non è quell’essere che sperimenta e crea, è un fatto, un martello che batte i chiodi mosso da intenzioni di varia natura che, senza fine, sono illuminate dalla fonte e trasformate: adesso, nell’Eterno Presente di adesso.
Esistenze trascorse a comprendere la natura della trasformazione quando, nell’Eterno Presente dove si svolgono le nostre esistenze, è già tutto disponibile, ma non ai nostri occhi e diciamo: ora sono questo; ora sono quello. Finché non ci risulta evidente che siamo niente, che solo il Ciò-che-È può dire: “Sono”.
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” Prima di apparire come forma, il Ciò-che-È è sentito come Essenza: chi lo sente È quella Essenza, non è qualcuno che percepisce un’Essenza.”
Si annulla ogni dualità. Non esiste un Io. Esistono i mille gradi dell’Assoluto di cui siamo parte. Cade ogni pretesa. Se arriviamo a sentire il Ció-Che-E’ in ogni cosa, la consapevolezza abbraccia l’intero Cosmo e questo a volte produce una commozione profonda.
Non so perché ma sorgono in mente le parole del poeta: ” il naufragar, mi è dolce in questo mare”
Profondo inchino e infinita gratitudine.
“Prima di apparire come forma, il Ciò-che-È è sentito come Essenza: chi lo sente È quella Essenza, non è qualcuno che percepisce un’Essenza.
In questo sentire ordinario, non c’è il sentire come ordinario il Ciò-che-È, c’è invece il Ciò-che-È che sente”
Questo passaggio in particolare sento particolarmente: “il Ciò-che-È che sente”. Oltre ogni illusione di separatività ciò che emerge è il Reale-Che-E’.
Chi commenta è arrivato alla fase de: “le montagne sono solo montagne, ma l’analisi di Uma ha chiarito il significato insito profondamente in questa fase, significato che mi era del tutto sfuggito.