Cerchio Firenze 77: perché il mondo ci sembra reale 51

Una volta, quando ero incarnato, feci un brutto sogno: so­gnai che accecato dall’ira avevo ucciso un uomo.

Libri del Cerchio Firenze 77 con l’insegnamento fondamentale:
Dai mondi invisibili
Oltre l’illusione
Per un mondo migliore
Le grandi verità
Oltre il silenzio
La Fonte preziosa
– Insegnamento filosofico del Cerchio Firenze 77,indice generale dei temi e dei post della categoria “Contemplare il paradigma” di questo sito. Contemplazioni di uma.
– Libri del Cerchio Firenze 77: indice dei commenti di E.Ruggini su YouTube con indicazione dei temi e riassunto vocale di alcuni minuti del contenuto di ciascun commento.
File vocali originali del CF77 dal 1965 al 1984
L’Opera Omnia del CF77

Poi fui colto dal rimorso e dal terrore delle conseguenze dell’atto compiuto; l’angoscia che provavo era tale che mi svegliai di soprassalto. Si trattava di un incubo. Tirai un sospiro di sollievo: meno male che nulla era vero!
A ben pensarci, in che senso non era vero? Vero nel senso che non era realmente accaduto come accade nella vita. Ma nella vita accade realmente? Se il mondo della percezione è un assieme di soggettivismi, in che misura la vita è realtà?

Certo, se uccido un uomo, quello muore veramente; ma è mai possibile che nei casi limite io possa uccidere uno qualunque, un passante che per caso si è trovato di fronte al mirino della mia follia omicida? È mai possibile che quello sfortunato veda troncata la sua vita, la sua possibilità di fare esperienze, senza altra responsabilità da parte sua se non quella di passare a sua insaputa vicino ad un pazzo? E mai possibile che altre persone, legate in qualche modo alla vittima, debbano subire le conse­guenze di un atto che io forse ho compiuto anche senza valutare tutte le sue ripercussioni?

Ogni essere, tanto più se razionale, dovrebbe rifiutarsi di credere a una concezione della vita in cui tutto proceda e si sviluppi secondo le direttrici del caso – se direttrici si possono chiamare. Parrebbe più logico che tutto dovesse essere ordinato scrupolosamente, in modo che nessuno patisse le conseguenze degli atti dei suoi simili. Più logico sembrerebbe che la vittima della mia follia omicida avesse terminata la sua esistenza, e così tutti quelli che hanno in qualche modo subìto dovessero subire proprio nella misura in cui hanno subìto. Se così fosse, niente cambierebbe, nel quadro della mia responsabilità di assassino,
per il fatto che ho ucciso un morituro, ma nello stesso tempo nessuna ingiustizia subirebbe chi vedesse troncata la sua esistenza non tanto a causa di un mio atto d’arbitrio, quanto perché l’aveva terminata. Se così fosse, allora la differenza che vi sarebbe fra il sognare di fare una cosa perché la si desidera, il desiderarla e il farla, starebbe solo nella maggior determinazione che occorrerebbe nel farla rispetto al solo desiderarla.

Del resto, anche l’insegnamento evangelico afferma che chiunque guarda una donna per appetirla ha già commesso in cuor suo adulterio. Dunque anche secondo questo insegnamento si è adulteri semplicemente desiderando l’adulterio. Certo, se ci si limita a desiderarlo non si coinvolgono altre persone, almeno così sembra. Dico «almeno così sembra» perché, se è vero quello che da tempo andiamo ripetendo, ciò che sia la vita degli altri non possiamo saperlo. Se è vera la concezione della vita vista come assieme di soggettività, posso essere sicuro solo di ciò che «sento», ma non di ciò che osservo fuori di me; perché ciò che osservo fuori di me è per me reale, concreto, esiste solo nella misura in cui in qualche modo riesce a suscitare in me un «sentire». Allora, anche il sogno era reale perché, nel momento in cui sognavo, vibravo.

Se poi, nei riguardi degli altri, io sono lo strumento di qualcosa di inesorabile che essi debbono subire – tanto che se, al limite, decidessi di non agire, essi ugualmente subirebbero – o se, da un altro punto di vista, non è certo che quello che io faccio ai miei simili sia da essi percepito, allora la mia vita è valida solo per me: è come un sogno che emoziona solo il sognatore. Perciò, se si avesse la certezza che le cose stanno così, ciascuno riguardando al male che ha creduto di infliggere agli altri, ma che in realtà – nonostante l’intenzione e la determinazione – ha avuto il potere di fare solo a se stesso, esclamerebbe, come al termine di un brutto sogno: «Meno male che non era vero!».

Stando in questo modo le cose, non si può fare a meno di giudicare assai singolare il fatto che mentre le visioni dei mistici e degli illuminati parlano di amore, di unione e di comunione, e gli insegnamenti di altruismo sono logici nel presupposto che noi tutti siamo un solo essere, quando si va ad osservare com’è strutturata la molteplicità si scopre che il singolo è assai più diviso di quel che si crede perché la sua vita è assai più soggettiva di quel che pare.

Ma ve lo immaginate che cosa sarebbe e sarebbe stato il mondo se fosse reale nella misura in cui crede l’uomo? L’uomo lo crede. Dovremmo concludere che ha ragione chi si comporta esattamente all’opposto degli insegnamenti dell’altruismo, che ha ragione l’ateo: Dio non può esistere se il mondo è quello che l’uomo vede e crede. Perché quando si vuole uccidere un uomo, non gli si vuole togliere il corpo fisico – che tanto poi ne prenderà un altro: uno più, uno meno – ma lo si vuole annullare e, nell’intenzione, lo si annulla. Sicché non dico che l’uomo si sarebbe già estinto, ma dico che non sarebbe neppure esistito, perché – vedete – se la vita con tutte le sue innumerevoli specie esiste sulla Terra, è perché essa è regolata da qualcosa di ultra-fisico. Lasciato al caso, un primo fortuito accenno di vita si sarebbe subito estinto, ammesso che fosse potuto esistere.

Certo, non posso dimostrarvi quello che vi dico, perché in effetti se si osserva il mondo per come appare, l’uomo è un essere della Terra, il suo corpo è della Terra. Gli elementi chimici
che compongono il suo veicolo fisico sono fra i più comuni esistenti sul pianeta: ossigeno, idrogeno, carbonio, calcio, fosforo, silicio e via. Forse per trovare qualcosa che non sia terrestre dobbiamo prendere in esame la mente dell’uomo; ma vi troviamo quello che cerchiamo? Non pare. Le facoltà mentali – specie quelle istintive – sono insite nei corpi, ne fanno parte. Sono ben noti gli esperimenti condotti sugli animali, da cui risulta in modo incontrovertibile – attraverso a quel meraviglioso strumento scientifico che è la vivisezione – che le facoltà istintive, i movimenti riflessi, permangono anche quando non v’è più traccia di mente.

Si sa che un cane, appositamente privato della zona grande del cervello, non ha più apprendimento, non ha più affetti, non ha più memoria né volontà, eppure – in queste belle condizioni – se è posto su un tappeto mobile riesce a regolare la sua andatura alla velocità del tappeto, camminando o correndo. Lasciato cadere da una certa altezza, riesce a combinare la sua posizione in aria in modo da atterrare sulle quattro zampe. Tutti questi movimenti, che richiedono azioni coordinate piuttosto complesse, il cane li fa senza la mente, o per lo meno senza la parte istintiva di essa.

Allora cerchiamo in qualcosa di più nobilitante: nell’intelletto dell’uomo. Troviamo qualcosa che mostri l’esistenza di una parte non terrena? Non pare. Esso è perfettamente inserito e adattato all’ambiente come lo è il corpo. Perfino quando riesce a svincolarsi dai condizionamenti dei sensi e della volontà, come nel sonno, non mostra nulla che non sia della dimensione terrena. Il pensiero, liberato da ogni logica, mostra la sua origine terrestre con una quantità di disordinate fantasie. Perfino la fantasia più accesa è pur sempre legata alla Terra, esprimendo anche nelle sue creazioni piu libere ibridi delle più familiari forme terrestri; ed anche quando cerca di immaginare un altro mondo, la mente non riesce a sottrarsi alla sua natura antropomorfa.

Sicché tutto lascerebbe credere che abbiano ragione quei biologi i quali affermano che un organismo, un corpo fisico, è molto simile a un meccanismo a orologeria che, una volta messo in moto, cammina finché il motore tira, o finché non succede un guasto meccanico. Ma non si creda che il motore sia l’anima, per carità! Dal punto di vista dal quale vi parlo, l’anima non è il motore del corpo, ammesso che ci sia. Il corpo non muore quando l’anima se ne va ed in effetti noi sappiamo che l’anima può andarsene ed il corpo non morire, come nei casi di totale pazzia. Sicché tutto lascerebbe credere ed autorizzarci a pensare che la vita sia una proprietà della materia e che all’inizio dei tempi, attraverso all’accostamento casuale di vari fattori, si sia composto questo meccanismo a orologeria e si sia messo ad andare, né più né meno come se smontassi un orologio funzionante in tutte le sue parti costituenti, ne ponessi i pezzi in una scatola e cominciassi ad agitare finché – per la legge delle probabilità – capita, tentativo dopo l’altro, che tutti i pezzi si accostano nel modo giusto, l’orologio si compone e funziona. Non c’è dubbio che questo, teoricamente, può accadere.

Ma è altrettanto senza dubbio che se nella scatola non pongo i pezzi di un orologio concepito per funzionare, bensì, per esempio, delle pietre, posso agitare finché voglio ma l’orologio non si comporrà mai. Questo è il punto! Anche lasciando al caso l’accostamento dei fattori che composero il primo organismo vivente, se questi fattori non avessero contenuto in potenza gli elementi per comporre una vita – cioè qualcosa che si sviluppasse e riproducesse – il caso non avrebbe potuto mai originarla.
Affermare dunque – per combattere la posizione fideistica di chi asserisce che la vita ha una ragione ultra-fisica – che invece la vita è opera del caso, è fare affermazione più illogica, infondata, improbabile e fideistica di quella che si vuole demolire.

La filosofia fondata sul postulato che quella che si osserva sia la realtà – mi dispiace dirlo per i positivisti – è estremamente illogica. Non si deve credere infatti che le propensioni di
pensiero per l’assurdo siano solo e sempre degli irrazionalisti.
Ma in fondo, a prescindere da una pur sempre auspicabile coerenza di pensiero anche nell’errore, tutto questo ha una importanza relativa: non si tratta di sapere come le cose stiano in realtà, e poi tenere questa conoscenza estranea alla propria vita e al proprio essere intimo, perché, tra questo atteggiamento e quello di chi crede in qualcosa che non corrisponde al vero, ma lo vive, ai fini dell’evoluzione è molto più produttivo questo secondo atteggiamento che non il primo.
Non per nulla l’uomo, che nella dimensione della molteplicità è diviso a tal punto che il male che crede di infliggere agli altri, andando a pareggio di un loro dare – avere, in effetti ricade solo su lui stesso che ne è l’autore; non senza ragione l’uomo – dicevo – deve credere di essere meno diviso di quello che è, cioè deve credere una cosa che nella molteplicità non è esatta.

Forse tornerà utile soffermarsi su questo aspetto della realtà umana di non collimazione fra ciò che è e ciò che si crede che sia, perché – vedete – se la separazione dei microcosmi trova motivazione nel contenimento della aggressività e della nocività degli stessi, resta invece da focalizzare per quale motivo ciascun microcosmo deve credere di poter influire, e arbitrariamente, nella vita degli altri. Vorrei, però, prendere in esame questo aspetto, guardando quella che è ritenuta la realtà, per scoprire se pur restando in una prospettiva cosiddetta razionale e verificabile ed usando pensieri dei vostri scienziati – come del resto ho fatto fino a questo momento – vi siano degli elementi con cui poter sostenere ragionevolmente un’ipotesi significativa che sia la risposta.

Se si pensa agli albori della Terra, non si può fare a meno di paragonare il pianeta ad un immenso crogiuolo dove bolliva una mistura di lava e di vapori con una temperatura di incandescenza. Se di colpo ci si porta al vostro oggi, la trasformazione che si osserva è tale che quelle sognate dagli alchimisti, al confronto, diventano dei giochi da fanciulli.
Dalla materia inanimata alla vita. Ciò che ha compiuto questo miracolo è detto «natura».
La natura la si è vista madre benigna, pietosa, generosa, crudele, matrigna, insensibile, incosciente e via e via, a seconda di come la si è osservata e delle circostanze nelle quali la si è vista. Ma la natura in sé non è né buona né cattiva; non potrebbe esserlo se la si considera un meccanismo.

Ora, osservando il mondo per come appare, si potrebbe essere tratti in inganno e credere
che l’uomo – per il fatto di essere l’ultima creazione spontanea della natura – fosse da essa considerato il capolavoro e quindi, di conseguenza, fosse da proteggere, da prediligere, da privilegiare. A parte il fatto che lo stesso ragionamento si potrebbe ripetere per tutte le specie oggi viventi sulla Terra, non v’è niente di meno vero di questo. La specie umana è minacciata da moltissime altre specie. Fra un virus, un bacillo e l’uomo, si sarebbe portati a
credere che l’uomo fosse più importante; ma per la natura non è così, essa non fa alcuna differenza: vince il più forte.

Se mai, l’unico vantaggio che dà all’uomo è costituito dalla possibilità di crearsi scientificamente delle difese, usando quel prezioso strumento che è l’intelletto. Ma non si creda di ravvisare in questo una intenzionalità della natura. Per ammissione comune dei biologi, la natura è incosciente; se l’intenzione c’è, come lo lascia supporre il fatto che tutto ha una ragione d’esistere – e quindi una ragione deve averla anche l’intelletto -, l’intenzione è da ricercarsi al di fuori. La natura può esserne solo l’esecutrice. E non si creda che il solo fatto di possedere l’intelletto di per sé sia operativo, giammai! Le facoltà mentali debbono essere esercitate: se l’intelligenza è un dono, è pagato con la stessa moneta con cui è pagata l’evoluzione della specie: lotta, fatica, dolore.

Del resto non potrebbe essere diversamente: se la mente come il corpo è creatura della Terra, la sua evoluzione – come l’evoluzione di ciò che essa genera – non può che essere analoga all’evoluzione del corpo, dell’organismo. Non crediate che questo accostamento sia azzardato. Chi ha pratica di evoluzione biologica sa benissimo dello stretto rapporto che esiste fra un fatto corporeo ed uno mentale.

Ora, pur restando nell’ambito di uno stretto positivismo, non c’è dubbio che, invece, esiste un capolavoro della natura, anche se non è rappresentato da una specie in particolare, né è l’ultima sua creazione, pur essendo una tappa fondamentale da essa raggiunta. Mi riferisco all’organismo pluricellulare. Non c’è dubbio che dal punto di vista del biologo, questo organismo rappresenta il miracolo nel miracolo. Un individuo costituito da un insieme di parti, un aggregato di innumerevoli cellule diverse, la cui vita è progettata per costituire una unità, dunque è più della simbiosi. L’organismo pluricellulare rappresenta una rivoluzione nella scala biologica perché dall’antagonismo si passa alla cooperazione fra le cellule e il tutto nasce da una microscopica particella rotonda, da una unità che diviene molteplicità pur restando unità.

Ora – state bene attenti – se nella concezione razionale e positiva la mente, come il corpo, è creatura della Terra, perché non può darsi che essa stia seguendo la medesima evoluzione seguita dal corpo per raggiungere quella condizione di esistenza non plus ultra rappresentata dall’organismo pluricellulare? Quale fatto dimostra il contrario? Anzi, si può ragionevolmente credere che lo sperimentare dell’uomo, il suo tentare, arrancare, cercare, non possa che condurlo ad una visione di se stesso in funzione di una collettività componente un solo essere, cosi come lo è, inconsciamente, ciascuna cellula di ogni organismo pluricellulare.

Solo così si spiega l’esistenza dell’intelletto in quella specie del regno animale chiamato «uomo». Senza questa visione le facoltà intellettive non avrebbero ragione d’essere, come lo dimostra il fatto che innumerevoli altre specie esistono pur essendone prive. Se la natura, nell’uomo, ha creato un canale diverso di manifestarsi, dandogli la possibilità di avere la coscienza dell’unità, non può che mirare a dargli la coscienza del Tutto-Uno; perché
se pur nell’incoscienza del mondo biologico il meglio, attraverso all’evoluzione, si è raggiunto nell’unità composita di un solo essere, a maggior ragione nel mondo degli esseri coscienti l’analoga condizione ideale non può che raggiungersi nell’unità di tutti gli esseri in uno solo. E chiaramente solo nella consapevolezza di sé, di fronte alla collettività, è possibile raggiungere in una dimensione globale e cosciente quel miracolo che inconsciamente è raggiunto in ogni organismo pluricellulare.

Senza la sensazione, senza l’emozione, non vi sarebbe stata evoluzione. Per l’uomo, ogni fatto umano è la fonte più forte di emozioni; le paure, le angosce, le speranze, i sentimenti umani toccano l’uomo più di qualunque altro fatto non umano, perché anche quando sembrano essere gli animali a colpirlo, sono sempre fatti di umanità che in essi vede.
Ma nessun sentimento nascerebbe in lui se il mondo in cui è immerso non fosse da lui ritenuto reale; ecco perché l’uomo deve vivere nella convinzione di poter influire nella vita degli altri, perché solo in questa convinzione egli acquista una coscienza altruistica, raggiunge una nuova dimensione d’esistenza coronando così l’opera della natura.

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