Appunti provvisori sulla natura e l’esperienza dell’Assoluto Essere 2

In merito al tema dell’autoconsapevolezza.

Non c’è autoconsapevolezza in presenza di un alto tasso di identificazione. Il caso tipico è quello di un individuo alle ultime ore della sua incarnazione: la sua identificazione si relativizza e la consapevolezza, autoconsapevolezza, si libera; emerge con più nitidezza il sentire, e la vita vissuta si confronta con i suoi limiti e tare: il vissuto viene comparato al sentire fino a quel punto realizzato nel corpo akasico e al sentire dell’Individualità, che è oltre il divenire.

La consapevolezza, autoconsapevolezza, del trapassante si “specchia” nel sentire più vasto, è autoconsapevolezza perché ha uno specchio a disposizione, altrimenti con cosa potrebbe compararsi? E se non si compara con un modello, come può esistere in quanto consapevolezza/autoconsapevolezza?

La consapevolezza è la presenza vivente di qualcosa: uno stato interiore, indotto o meno da uno stimolo esteriore. C’è consapevolezza di questo, consapevolezza che diviene immediatamente autoconsapevolezza (non di un sé, non necessariamente, ma di un ente o semplicemente di uno stato autoconsapevole).

Ma affinché vi sia consapevolezza/autoconsapevolezza debbono esserci degli allacciamenti con il sentire: maggiori sono gli allacciamenti, maggiore è il sentire strutturato, tanto più vasta è la consapevolezza/autoconsapevolezza.
Lo stato attuale deve confrontarsi, “specchiarsi” in uno specchio superiore, solo allora si vede, sa di essere. Allo stesso modo, un sentire che non si specchia nell’esperienza, non verifica il proprio stato. Dunque i piani sono tutti intrecciati, interdipendenti almeno fino a un certo punto.

Questo sentire è esistente ed essente perché è immerso nell’Esistente/Essente, è quest’ultimo che lo definisce (l’esempio della tazza e del vuoto del post precedente).
Questo sentire non si definisce da sé ma in un contesto: è il contesto unitario che gli fa da specchio: ogni esistente è interdipendente, solo l’Assoluto Essere non lo è, ma l’autentica interdipendenza, autentica e ultima, è quella determinata dall’Assoluto Essere.

Certamente il “mio” essere un ente è definito dal tuo esserlo, e viceversa, ma questo gioco relativo può accadere perché entrambi gli enti accadono nell’Assoluto Ente. “Il Vuoto” definisce tutte le tazze, non sono le tazze a definirsi tra loro: tra loro non ci sono tazze, esistono solo perché sono nel contesto dell’Assoluto Ente.

Questione diversa è se queste tazze sono reali/oggettive o meno, però, a questo riguardo, sorge una riflessione: l’Assoluto Essere non è una totalità frutto di una sommatoria, o di fusioni, quello semmai è il Sentire Assoluto. L’Assoluto Essere non è una somma di parti, è un ente a sé, uno stato di Essere Assoluto. In quanto tale non è divisibile, frazionabile, altrimenti esisterebbero tanti Assoluto Essere.

Un sentire relativo è definito dal Sentire Assoluto, in esso si specchia – come quest’ente è definito da quell’ente – ma la definizione non avviene solo tra relativi (anche il Sentire Assoluto è un relativo rispetto all’Assoluto Essere) ma innanzitutto tra relativi e Assoluto Essere.

È l’Assoluto Essere che innanzitutto definisce questo ente e lo rende, oltre che essente, anche autoconsapevole. L’ultimo degli specchi, il determinante, in cui ogni vivente si specchia è l’Assoluto Essere. Non esisterebbe alcun Sentire Assoluto se non esistesse un Assoluto Essere, e così a caduta.

La realtà unitaria è la realtà più evoluta e più vasta, ma non è l’ultima realtà, questa è oltre, la precede.
Tutto quanto detto finora è per giungere al passo che dal Tutto conduce al Niente.
Sentire Assoluto = Tutto.
Assoluto Essere = Niente.

Posso sentire unitariamente ma non ho finito, il Vuoto è il prossimo, illusorio, passo.
Come dalla realtà di mente-emozione-azione si passa al sentire, così dal Sentire Assoluto si accede all’Assoluto Essere.
Sappiamo che tutti questi passaggi sono illusori, sappiamo di discutere di un immane circo apparente ma non reale, la vera questione che si apre non riguarda allora – a un certo punto – l’unità più o meno vasta realizzata – anche questa appare illusoria rispetto all’ultimo passo: la scomparsa totale, l’Essere Niente nell’Assoluto Essere, perché non puoi essere qualcuno nell’Assoluto.

Nell’adesso senza tempo, oltre unità/non unità, oltre ogni esistere/Esistere ed essere/Essere, solo il Niente.
Adesso = Niente.

➜ (Deve sorgere un’altra comprensione dell’Essere Niente che non sia nei termini lineari del più e del meno, dove il Niente non sia solo il superamento della limitazione ma il termine che dice che si è passato un valico, che da una dimensione che poco dice del Reale si è passati al Reale. Ma forse questo non è possibile perché il Niente è, per sua natura, il valico.
Ciononostante bisognerà trovare un termine che tolga al Niente il senso della privazione.)

Affinché questo accada, in questo adesso non deve esserci nessuno che possa dire: io ci sono. Epperò c’è un ente autoconsapevole, o meglio, un’autonsapevolezza vivente, essente, esistente. Non è un’identità, dobbiamo andare molto oltre questa limitatissima nozione.
È un’autoconsapevolezza essente. È tale perché è consapevolezza immersa nell’Assoluto Essere che la definisce e la rende autoconsapevolezza: è il vivente che si specchia nell’Assoluto Essere e da questo specchiarsi derivano consapevolezza e autoconsapevolezza.

Adesso/Niente: questa è la Realtà ultima e definitiva sulla porta dell’abisso costituito dall’Assoluto Essere.

***

Trascorsi alcuni giorni da questi appunti, è trascorsa anche una fase della ricerca, ciò che resta al di là di ogni riflessione, contemplazione, ascolto, è solo il vuoto.
Un vuoto ordinario quanto totale.

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